Luigi di Maio in Sicilia: perché gli hanno fatto dire cose che non ha detto?
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Luigi di Maio in Sicilia: perché gli hanno fatto dire cose che non ha detto?


Time Sicilia

Pubblichiamo questo post scritto da Luigi Di Maio su facebook. Lo facciamo perché, durante il giro elettorale che ha fatto in Sicilia insieme con Alessandro Di Battista, con il candidato alla presidenza della Regione siciliana, Giancarlo Cancelleri, e con altri militanti del Movimento 5 Stelle abbiamo letto dichiarazioni, a lui attribuite. che non abbiamo condiviso. Con sorpresa leggiamo che lui, Di Maio, certe dichiarazioni non le ha mai fatte!  

Adesso che questo tour siciliano si è concluso, ho deciso di pubblicare un post particolare. Perché sento il bisogno di raccontare alcune cose.

Quando ho iniziato questa avventura nel MoVimento 5 Stelle ho messo in conto tutto: attacchi, tranelli, falsità e strumentalizzazioni. Ma forse avevo sopravvalutato la possibilità di difendermi da questa campagna di odio e menzogne nei miei confronti.

In questi giorni ancora una volta sono stato definito fascista, razzista, addirittura “imprenditore della paura”. E ancora una volta, storpiando le mie parole, si è giocato a spaccare il MoVimento 5 Stelle. Era già successo quando ho denunciato che alcune Ong facevano da ‘Taxi del mare’ nel Mediterraneo o quando sono andato a Bruxelles e con i nostri europarlamentari abbiamo scoperto che Renzi aveva svenduto i nostri porti per gli sbarchi, in cambio degli 80 euro. Ed è successo anche quando abbiamo detto che molte cooperative e alberghi stavano facendo la loro fortuna sull’immigrazione.

Questo tour siciliano mi è servito tanto perché ho avuto modo di parlare con migliaia di persone senza intermediari, senza tv e giornali.

Una frase che mi hanno ripetuto spesso in questi giorni è stata “la tv ti rende diverso, invece conoscendoti si capisce quanto ci credi e che persona sei”.

Quel “diverso” ho provato a chiedere cosa significasse. Per alcuni stava per “troppo freddo”, per altri “troppo moderato”, per altri ancora “antipatico”, per altri “troppo politicante”, per alcuni anche “insensibile”.

In questi venti giorni ho realizzato che forse il mainstream è riuscito a farmi sembrare diverso da come sono. Negli ultimi giorni ho letto il mio nome associato a dichiarazioni che non ho mai fatto. Non ho mai giustificato alcuna violenza della polizia, neanche verbale. Non ho mai pensato né detto che il Sindaco di Roma o il Governo nazionale non dovessero occuparsi dei migranti. Tantomeno penso che si debba utilizzare la forza per far rispettare la Legge.

Nella mia idea di Paese la polizia non spezza le braccia a nessuno, non lo minaccia neanche. Non si lanciano neppure bombole di gas contro la polizia, né si occupano (addirittura subaffittando in maniera criminale) edifici privati o pubblici.

Io le manganellate qualche volta ho rischiato di prenderle: nel periodo in cui nella Terra dei fuochi ci opponevamo all’apertura delle discariche nel parco nazionale del Vesuvio. Sono sempre stato per la legalità e la moralità. Quando si verificarono i fatti del G8 di Genova che videro la morte di Carlo Giuliani, ero al Liceo. Una delle prime iniziative che organizzai da rappresentante degli studenti fu invitare suo padre ad un’assemblea di istituto per fargli raccontare cosa fosse accaduto secondo lui. Non ci raccontò una storia “polizia contro manifestanti”. Parlammo di responsabilità politiche. Ancora oggi uno dei massimi responsabili di quella tragedia è a capo delle partecipate di Stato, nominato da destra e sinistra in tutti questi anni.

Quando è uscito nelle sale il film “Diaz” ricordo che l’ho divulgato a più amici possibili. Quello che era successo lì andava raccontato. E non va mai dimenticato. Quando sono arrivato alla Camera ho avuto il piacere e l’onore di lavorare con tanti poliziotti e carabinieri. Abbiamo scritto insieme la legge che trasferiva le auto blu alle squadre mobili e abbiamo collaborato su molto altro. Ho imparato a conoscere queste persone.

È vero che da loro bisogna pretendere la massima professionalità. Ma quando giudichiamo le nostre forze dell’ordine dobbiamo farlo con onestà intellettuale e rispetto: sono persone che guadagnano 1300 euro al mese e devono portare a casa la pelle.

Ho conosciuto alcuni di loro costretti ad andare alla mensa Caritas per pagare gli alimenti alla ex moglie. Chiediamo loro altissimi livelli di professionalità, ma la loro formazione lo Stato l’ha ridotta ai minimi termini. Condanno senza se e senza ma chi tra loro sbaglia, ma non farò mai di tutta l’erba un fascio.

In questi anni ho capito che ci sono dei temi che sono come l’alta tensione. Quando li tocchi prendi la scossa. Non solo perché tocchi forti interessi di sistema, ma anche perché i media sanno che possono riuscire a farti perdere consensi. E quindi ci sguazzano.

L’immigrazione è uno di questi. È un grande business che sta finanziando la carriera di politicanti senza scrupoli o le mafie. Ma ogni volta che provo a denunciare le follie che riguardano questo ambito, l’opinione pubblica viene divisa dai media in fascisti e comunisti, razzisti e ipocriti, eccetera eccetera.

Molti mi dicono: “Chi te lo fa fare di intervenire su questo argomento. Evita di parlarne. Ti fa perdere consenso”. E questo ragionamento infatti dovrebbe dimostrare che non lo faccio per consenso. Ma io non sono mai stato quello che voleva piacere a tutti i costi e che diceva solo le cose che gli altri volevano sentirsi dire. A scuola ero quello a cui i miei compagni chiedevano di fare il rappresentante di classe “perché tu sai tenere testa ai professori”. E magari così finivo sulle scatole pure ai miei prof. È sempre stata una mia passione combattere battaglie che ritengo giuste.

Nel 2011 sono stato tra i volontari che accolsero i primi migranti nel mio comune dopo i bombardamenti della Libia. C’era bisogno di volontari perché nonostante il Governo avesse stanziato fior di quattrini per la gestione dell’emergenza, fu da subito evidente che i famosi 38 euro al giorno finissero ovunque, tranne che nei servizi a chi scappava dalle bombe.

Scrissi un pezzo su un giornale locale che si intitolava “il modello Pomigliano” dove raccontavo l’iniziativa del mio parroco che quell’anno decise di far portare a spalla, a quei ragazzi provenienti dall’Africa, il nostro Santo patrono per la consueta processione. Un modello di integrazione culturale. Ogni tanto incontro ancora qualcuno di quei ragazzi, uno lavora a pochi passi dall’abitazione della mia famiglia.

Sono ancora fermamente convinto del valore della mediazione e dell’integrazione. Penso però che al di là della tua nazionalità, che tu sia tedesco, etiope, egiziano, cinese o di qualunque altra provenienza, se vuoi partecipare al processo di integrazione e accoglienza devi rispettare le regole che si è data quella comunità che ti accoglie. Noi ti accogliamo e tu accogli le nostre regole.
E su questo concetto non arretro, perché penso che sia una battaglia giusta.

Foto tratta da lasicilia.it

29 agosto 2017

Autore

TimeSicilia


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