Ardizzone: “L’Autonomia nata da un patto avversato dalla mafia”

Il discorso del Presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone in presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Il discorso del Presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone,  in occasione della seduta solenne dell’Assemblea regionale siciliana del 26 maggio 2017, 70esimo anniversario della prima seduta, in presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (che come vi raccontiamo qui, non ha detto una parola).

di Giovanni Ardizzone

Sig. Presidente,
è per me un grande onore porgerLe il saluto del Parlamento siciliano.
Saluto i rappresentanti del governo e del Parlamento nazionale ed europeo, le autorità religiose, civili e militari presenti. Il Sindaco di Palermo, Presidente dell’Anci.
Un grazie per la loro presenza ai colleghi Presidenti delle altre Assemblee legislative regionali, e a tutti voi, che avete accolto l’invito a partecipare al 70° anniversario della prima seduta di questa Assemblea.
La presenza in Aula del Capo dello Stato costituisce motivo di orgoglio per questa Assemblea, che ha il vanto di rappresentare in Europa il primo Parlamento che la storia ricordi.
Le due date scolpite in fondo a questa sala, 1130 e 1947, rappresentano le nostre origini ma, al contempo, ci indicano l’orizzonte verso il quale rivolgere la nostra azione politica quotidiana.
Ricordare da dove veniamo non è un’“operazione nostalgia”, nè costituisce un modo per legittimare il presente sulla base di un nobile passato, ma deve essere per tutti noi uno sprone a cercare in quelle esperienze un nuovo idem sentire della comunità regionale.
L’autonomia – quale sinonimo di libertà attraverso il coinvolgimento, e quindi il riconoscimento del ruolo, delle realtà locali – è stata un’esigenza che si è protratta attraverso i secoli, come un fiume carsico che partito lentamente nel 1130 è sfociato nello Statuto del 1946.
Le tappe storiche sopra sintetizzate, la rivendicazione di autonomia da parte dei prefetti dopo lo sbarco alleato del 1943, la straordinaria partecipazione popolare alle prime elezioni regionali dell’aprile 1947 (quasi l’80%) e la strage di matrice mafiosa di Portella della Ginestra, di pochi giorni successiva (era il 1° maggio), confermano – se ce ne fosse bisogno – che l’autonomia regionale non è nata da un compromesso tra lo Stato e la mafia, come da qualcuno è stato teorizzato, ma da un patto tra la classe dirigente regionale e nazionale del tempo, avversato dalla mafia.
Anzi è la dimostrazione che la mafia cresce e prolifera ogni qual volta le istituzioni democratiche sono deboli e permeabili. Alla mafia non potevano stare bene né le libere elezioni, vinte dal fronte Popolare, né tantomeno l’insediamento della prima assemblea regionale, eletta democraticamente dalla quasi totalità del Popolo Siciliano. Un popolo quindi che, per la prima volta, si dotava di un’istituzione democratica rappresentativa degli interessi generali.
Non vi è dubbio che, nel corso dei decenni, la mafia si è insinuata tra questi scranni ed ha frequentato questo palazzo, confondendosi talvolta con una parte della classe politica. Quella stessa politica che ha negato nei decenni l’esistenza della mafia rendendosene nel contempo serva e complice.
Ma sarebbe ingiusto ed ingeneroso non riconoscere che, pur in un contesto difficile, grazie all’autonomia sono state attuate importantissime riforme, da quella agraria a quella urbanistica, a quella sull’elezione diretta dei sindaci e alle tante altre prese ad esempio nel resto d’Italia. Se ciò è stato possibile lo si deve a quella classe dirigente illuminata che ha utilizzato la specialità come mezzo di riscatto del popolo siciliano e non come fine della sua azione politica.
Parimenti in questi scranni si sono seduti deputati che, per la loro autorevolezza e il loro rigore morale, hanno pagato con la vita l’impegno politico, come i compianti Pio La Torre e Piersanti Mattarella. Risuona ancora in questa sala il coraggioso auspicio a “isolare e a respingere i comportamenti mafiosi”,  formulato 38 anni fa dal Presidente Pier Santi Mattarella, in occasione della visita del Capo dello Stato Sandro Pertini (qui potete sentire il dicorso di Piersanti Mattarella, ndr).
Ritornando alle origini storiche del nostro Statuto, v’è da dire che a fronte di una straordinaria capacità progettuale che ha trovato la massima espressione nella Carta statutaria del 1946, si è registrata nel corso dei decenni una progressiva trasfigurazione del fenomeno autonomistico, con la conseguenza che l’autonomia originariamente delineata ha assunto sembianze diverse da quelle immaginate.
Si tratta, in qualche misura, di un fenomeno naturale, dovuto alle inevitabili trasformazioni economiche e sociali, al venir meno delle pulsioni separatiste (che avevano giustificato talune scelte statutarie) e all’evoluzione culturale.
Oggi l’autonomia regionale e quella siciliana, in particolare, si presentano con diverse facce: l’autonomia delle origini, fatta di rivendicazioni sul piano delle competenze legislative, amministrative e finanziarie, ha spesso ceduto il passo ad una autonomia della nostalgia e del rimpianto di un’epoca d’oro che, se c’è stata, è durata circa un decennio.
Accanto a questa, negli ultimi anni si è progressivamente affermata una “visione predatoria” dell’autonomia regionale, sia nel senso che una parte della classe politica regionale se ne è avvalsa per deprecabili finalità privatistiche, sia nel senso che le stesse strutture governanti statali hanno visto nelle autonomie e in quelle regionali, in particolare, solo una fonte di spesa da “tagliare”, spesso in maniera lineare.
Non intendo certamente sostenere la tesi dell’autoreferenzialità dell’autonomia e degli enti autonomi. L’autonomia che guarda solo a se stessa è pericolosa tanto quanto il centralismo più esasperato, anzi, per dirla tutta, sostituisce il centralismo statale con uno regionale, in cui i centri di potere non sempre coincidono con quelli di responsabilità.
La scissione del potere dalla responsabilità è oggi causa ed effetto, per quanto paradossale possa apparire, di talune degenerazioni che caratterizzano, in modo simmetrico, le istituzioni regionali e quelle statali. Le prime (quelle regionali) spesso scaricano sul Governo centrale la responsabilità delle scelte, soprattutto, in ambito economico-finanziario; le seconde, (quelle statali) sulla base dei vincoli imposti dall’esterno ( U.E. per intenderci ), riversano sugli enti regionali la responsabilità di decisioni che le stesse Regioni non sono legittimate ad assumere.
Volendo limitarci ad un aspetto, è mancato, ad esempio, l’equilibrio tra le competenze riconosciute alla Regione e le risorse necessarie per garantire un pieno ed effettivo esercizio dei poteri, con la conseguenza che si è assistito, da un lato, alla mancata attuazione delle disposizioni statutarie sull’autonomia finanziaria e, dall’altro, al ricorso “compensativo” alle risorse del Fondo di solidarietà. L’effetto “abbagliante” delle risorse conferite sulla base dell’art. 38 dello Statuto ha fatto passare in secondo piano l’esigenza di “responsabilizzazione” della classe governante siciliana, sottesa all’attuazione degli artt. 36 e 37 dello Statuto.
Mi sia consentito aggiungere che quando parlo di responsabilità, non alludo solo a quella giuridica e a quella politica ma anche – e soprattutto – a quella morale nei confronti dei cittadini, che dovrebbe caratterizzare l’agire di chi fa politica e che costituisce l’essenza stessa dell’etica pubblica. Diffido della classe dirigente dalla doppia morale, diffido in altre parole di chi pensa che vi possa essere una morale pubblica ed una privata. Chi ha responsabilità pubbliche non deve solo apparire ma deve essere in sintonia con la gente, che chiede sempre più giustizia sociale e sobrietà.
Per queste ragioni, Sig. Presidente, mi permetto di rivendicare la dignità di un’“autonomia responsabile”, da intendersi come rispetto e salvaguardia delle istanze di libertà e di autodeterminazione che sono ad essa sottese ma anche come capacità di assunzione delle relative responsabilità.
Una dignità che, come Lei ha ricordato – sia pure con riferimento a ben altre questioni –, «non si acquista per meriti e non si perde per demeriti». Oggi, invece, non è raro assistere a veri e propri “processi di massa”, soprattutto mediatici, al sistema autonomistico, considerato alla stregua di una fonte di malcostume, di corruzione, oltre che di spreco di risorse pubbliche.
In questa prospettiva la sottolineatura del valore delle autonomie viene spesso spacciata per un’operazione di retroguardia, un comportamento quasi reazionario. Tutto ciò richiede di ripensare all’autonomia regionale in termini nuovi; a prescindere dalle sue declinazioni (ordinaria e speciale), deve essere oggi ricostruito un nuovo patto con lo Stato che depuri il modello regionale vigente dai tratti più discutibili e da quelli palesemente anacronistici. Da questo punto di vista e con specifico riguardo alla Regione siciliana, mi appare francamente incomprensibile la ragione del mantenimento di taluni organi giurisdizionali decentrati. D’altra parte, Lei stesso, Sig. Presidente, nelle vesti di giudice costituzionale, ha redatto una storica decisione sul meccanismo di impugnazione delle leggi siciliane, con la quale è stato superato un malinteso modo di intendere l’autonomia regionale.
Per tali ragioni ritengo ormai non più procrastinabile una revisione dello Statuto speciale, che, oltre a sfrondarlo dei profili di difficile se non impossibile attuazione, ne adegui forma e contenuto alla mutata realtà sociale, economica e giuridica. Ciò deve concretamente tradursi, a mio avviso, in un percorso riformatore, concordato con lo Stato e possibilmente comune a tutte le autonomie speciali, che “attualizzi” le Carte statutarie. Questa è, peraltro, la direzione tracciata recentemente dalla Commissione bicamerale per le questioni regionali, la quale, all’esito di un’indagine conoscitiva, ha sottolineato la necessità di un processo che – sulla falsariga di quanto avvenuto per la revisione della forma di governo delle Regioni speciali – accomuni tutte le autonomie differenziate, evitando quindi che possano accrescersi le differenze tra queste ultime e agevolando il raggiungimento di soluzioni largamente condivise.
L’attualizzazione dello Statuto speciale deve passare non solo dalla revisione dei contenuti ma anche dal ripensamento delle modalità per la sua modifica. Da questo punto di vista, occorre valorizzare al massimo delle sue potenzialità il principio di leale collaborazione, rendendo possibile una revisione di alcune parti attraverso il meccanismo dell’intesa con lo Stato, come già praticato con successo da altre Regioni speciali.
La natura costituzionale degli Statuti speciali, concepita come elemento di garanzia e di rafforzamento dell’autonomia regionale, si è rivelata, nella sostanza, una formidabile “gabbia dorata”, dentro la quale le forme e gli istituti dell’autonomia sono così ben protetti da non poter essere modificati senza ricorrere ad una legge costituzionale.
Da questo punto di vista, si appalesa in tutta la sua portata il senso di un’apparente contraddizione, in virtù della quale mentre in alcune Regioni ordinarie prende avvio il percorso del c.d. “regionalismo differenziato” di cui all’art. 116, terzo comma, Cost., in altre (come la nostra) la specialità regionale sembra essere un modello da superare.
A me pare, invece, che il regionalismo speciale,  fondato sulla leale collaborazione con lo Stato, vada riproposto su basi nuove e non messo in discussione, almeno per due ordini di ragioni: innanzitutto, un regionalismo dell’uniformità costituisce una contraddizione in termini, fondandosi sull’idea di poter trattare in modo eguale territori che presentano marcate specificità e che proprio per questa ragione godono di una sfera di autonomia politica e organizzativa; in secondo luogo, com’è stato rilevato, il regionalismo o è cooperativo o non è.
In questa prospettiva, occorre avere la capacità di ripensare l’autonomia speciale alla luce del contesto sociale, economico e culturale, con particolare riguardo, quindi, alle dinamiche legate all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea e alla particolare posizione geografica della nostra Regione, posta al crocevia di flussi migratori di portata epocale.
La specialità siciliana può costituire il laboratorio in cui sperimentare il senso della differenziazione territoriale e le soluzioni ai problemi posti da una società sempre più multiculturale. Da questo punto di vista, è necessario confrontarsi con gli scenari prefigurati anche di recente dall’Istat, che immagina una diminuzione dei cittadini siciliani di quasi un milione nei prossimi cinquanta anni, sia per effetto del calo demografico sia a causa di un significativo spostamento dal Sud al Centro-Nord.
Si tratta di fenomeni che possono apparire distanti dalla realtà odierna, quasi al limite della fantascienza politica, ma forse lo stesso sarebbe stato detto se qualcuno cinquanta anni fa avesse prefigurato gli odierni scenari di migrazione dall’Africa verso il continente europeo. Di tutto questo la classe politica di oggi e quella che verrà deve necessariamente farsi carico, non trincerandosi dietro una sterile difesa dell’esistente ma provando a immaginare soluzioni anche dal punto di vista della mera integrazione culturale. Liquidare i fenomeni in atto come questioni di ordine pubblico o di carattere economico equivale a non vedere le trasformazioni in corso e a rischiare di essere superati dagli eventi.
La Sicilia deve candidarsi a diventare non tanto un laboratorio politico, come in alcune fasi lo è stato, ma soprattutto come “laboratorio di civiltà”, in cui l’esperienza di emigrazione vissuta dai nostri conterranei non può essere tralasciata nella elaborazione delle politiche volte a fronteggiare questi fenomeni.
Così come peraltro avviene nel contrasto alla mafia, combattuta non solo in chiave di ordine pubblico, ma soprattutto come cambiamento sociale e culturale. Non si spiegherebbe altrimenti la partecipazione corale di migliaia di giovani provenienti da tutta Italia che si sono ritrovati, solo tre giorni fa, sotto l’albero di Falcone. Il sacrificio delle centinaia di vittime di mafia ha costituito – e deve continuare a costituire – il presupposto morale su cui fondare un nuovo modello di società.
La grande scommessa da vincere è, dunque, quella di fare della Sicilia un “laboratorio di civiltà.”
Ci sono le condizioni per fare tutto questo?
In particolare, in questo preciso momento in cui la credibilità è fortemente compromessa da scandali vecchi, recenti e recentissimi!
Noi abbiamo il dovere di farlo, Presidente, senza se e senza ma, perché in primo luogo ce lo chiede la nostra coscienza di uomini liberi e forti. è questo il richiamo all’etica di chi ha responsabilità pubbliche. Non è girandosi dall’altra parte, come è stato fatto per tanti lunghi anni con la mafia, che si sconfigge una nuova mafia, quella della corruzione. Gli uomini di buona volontà, i colleghi parlamentari, e sono in tanti, hanno il compito complesso ma esaltante di ridare credibilità alle istituzioni, con la sobrietà nei comportamenti e con l’affrontare tutte le questioni amministrative e legislative con la purezza delle colombe, ma soprattutto con la prudenza dei serpenti. Prudenza, sì Presidente, è questo quello che spesso è mancato nell’agire amministrativo e legislativo. La prudenza dei Serpenti di evangelica memoria.
Sig. Presidente, mi sia, da ultimo, consentita una riflessione su un tema a Lei caro. In occasione del suo tradizionale saluto di fine anno, Lei ha posto l’attenzione su un «insidioso nemico della convivenza»: «quello dell’odio come strumento di lotta politica». Riprendo e faccio mie le sue parole: «Una società divisa, rissosa e in preda al risentimento, smarrisce il senso di comune appartenenza, distrugge legami, minaccia la sua stessa sopravvivenza».
è evidente che oggigiorno sia più semplice cavalcare l’onda dello scontro con l’altro, con chi semplicemente la pensa in modo diverso. E’ compito della politica, invece, ricostruire un comune senso di appartenenza che dall’ente locale più piccolo arrivi fino allo Stato e all’Unione europea, passando dall’ente Regione. Siamo, quindi, tutti chiamati a farci costruttori di ponti; in primo luogo, la classe politica è chiamata a unire e non a speculare su questa tendenza in atto.
Chiudo, richiamando ancora le Sue parole: «Tutti, particolarmente chi ha più responsabilità, devono opporsi a questa deriva». Mi permetto di aggiungere che chi ha più responsabilità dovrebbe costituire un modello di riferimento per gli altri. Paolo VI diceva: «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono testimoni». Oggi c’è un grande bisogno di ascoltare autentici maestri che, non necessariamente, coincidono con coloro che sono prodighi di parole.
In un’epoca in cui siamo sommersi dalle informazioni, spesso – come Lei ci insegna – è più efficace un’attività «discreta ma non silente».
Sig. Presidente Le rinnovo, anche a nome dei colleghi deputati la profonda gratitudine per averci onorato con la Sua presenza.
Viva la Sicilia. Viva l’Italia.

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