Baghdad e la grande e ricchissima tradizione calligrafica islamica

La guerra che in Iraq non finisce mai rischia di privare la storia dell’umanità di una delle grandi tradizioni culturali che appartiene al mondo: la tradizione calligrafica islamica. Una storia affascinante lunga quattordici secoli

La guerra che in Iraq non finisce mai rischia di privare la storia dell’umanità di una delle grandi tradizioni culturali che appartiene al mondo: la tradizione calligrafica islamica. Una storia affascinante lunga quattordici secoli 

di Nota Diplomatica

Quando, attorno all’anno 610, Allah rivelò – tramite l’Arcangelo Gabriele – i contenuti della nuova fede islamica al suo profeta Maometto, lo fece in forma orale. Poteva bastare per i beduini della desolata landa arabica, ma la gente di città aveva altre pretese. Emerse la necessità di farne una versione unificata e scritta, il Corano.

Il lavoro fu eseguito perlopiù dagli scrivani di Kufa, una città irachena sull’Eufrate a 170 km a sud est di Baghdad.

La cultura araba dell’epoca però era quasi totalmente orale. La versione scritta della lingua, adatta ai registri amministrativi e agli appunti dei commercianti, non era all’altezza del ruolo che fu chiamata a svolgere. Occorreva una scrittura degna della parola di Dio e del suo Profeta.

Così si sviluppò la forma calligrafica dell’arabo noto come il kufico.

Il kufico era bellissimo, come si vede nell’esempio dell’11° secolo che appare sopra. È stato detto:

“Fu la prima scrittura realizzata con l’intenzione di apparire meravigliosa”.

Non privilegiava la leggibilità. Le sūre del Corano – in una cultura orale – dovevano essere più memorizzate e recitate che lette, tant’è che il nome del testo, in arabo al-Qurʾān, è traducibile come “la recitazione salmodiata”.

Per via della convinzione coranica che l’arte figurativa fosse una forma di idolatria, la calligrafia e le rappresentazioni astratte divennero i principali mezzi di espressione artistica nelle culture arabe e Baghdad diventò, per quattordici secoli, la capitale della ricchissima tradizione calligrafica islamica.

Tutto ciò, vittima anche della guerra che non finisce mai, sta morendo. Oltre alla distruzione, l’Iraq ha altro per la testa che la scrittura ornamentale e i pochi calligrafi rimasti non riescono a vivere del loro mestiere.

C’è speranza però, perché la storia ricorda che è già successo. Nel 1258, quando i mongoli saccheggiarono Baghdad, si disse che le acque del Tigri si tinsero di rosso per il sangue degli abitanti e di rosso e nero per l’inchiostro dei manoscritti gettati nel fiume.

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