Il bombardamento americano in Siria e l’ipocrisia per le sofferenza inflitte ai bambini
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Il bombardamento americano in Siria e l’ipocrisia per le sofferenza inflitte ai bambini


C. Alessandro Mauceri

Giusto indignarsi per i bambini siriani colpiti dalle bombe. Ma on bisogna dimenticare che ogni anno, 270 mila i bambini muoiono durante il primo mese di vita per mancanza di acqua pulita e di servizi igienico-sanitari idonei. Altri 570 mila bambini sotto i 5 anni muoiono ogni anno per infezioni respiratorie provocate dall’inquinamento dell’aria e dal fumo indiretto. Altri 361 mila bambini muoiono a causa di diarrea perché privi di acqua potabile. E, ancora, altri 200 mila bambini muoiono per la malaria, per avvelenamento, cadute o annegamento

“Nessun bambino dovrebbe soffrire come hanno sofferto quelli siriani”. Con questa, in vero blanda giustificazione (dato che non esistono ancora dati certi su chi abbia utilizzato i gas nervini nei giorni scorsi) il presidente americano Trump ha ordinato alle proprie forze armate di bombardare la Siria.

Gli Stati Uniti hanno lanciato 59 missili Cruise verso una base aerea e un aeroporto militare siriano definiti di “interesse vitale” per la nazione.

Trump ha omesso di dire che anche gli Usa lo hanno fatto: hanno bombardato un Paese sovrano e basta. Nessuna comunicazione al governo siriano, né alle Nazioni Unite o agli “alleati” della Nato. A poco valgono le fotografie con i corpi straziati dei bambini, mostrate dalla rappresentate statunitense alle Nazioni Unite solo dopo l’attacco (e quasi a giustificarlo).

Foto che richiamano alla memoria la fialetta contenente sostanze chimiche vietate mostrata da Colin Powell (allora segretario di Stato) ai rappresentanti alle NU e con la quale gli Usa accusarono il “dittatore” Saddam Hussein di volerle utilizzare: servì per giustificare ex post l’attacco degli Usa all’Iraq (è semplicemente ridicolo pensare che, ammesso che queste sostanze siano mai esistite, Powell le avrebbe portate e sbandierate all’interno della sala delle NU).

Anche il discorso posticcio tenuto da Trump dopo l’attacco (“Martedì scorso il dittatore siriano Bashar al-Assad ha lanciato un orribile attacco con armi chimiche contro civili innocenti”) richiama alla memoria le parole pronunciate da Bush dopo l’attentato alle torri gemelle (che giustificò, almeno secondo gli Usa, la guerra in Afganistan).

Come in quel caso, è ancora presto per sapere chi è il responsabile di quanto è avvenuto nei giorni scorsi. Se le forze governative o i rivoltosi. Un dubbio che non giustifica alcun intervento.

Anche la motivazione addotta da Trump – “Il bombardamento americano in Siria è nel vitale interesse della sicurezza degli Stati Uniti. La Siria ha ignorato gli avvertimenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu” – è, a dire il vero, fuori luogo. Innanzitutto perché non è mai stata avanzata alcune minaccia diretta verso gli USA (tra l’altro le forze in campo in Siria non dispongono di armi in grado di raggiungerli). Ma anche perché, nel caso fosse mai esistita una reale minaccia, non sarebbero state seguite le procedure previste dagli accordi internazionali per un attacco militare.

Alquanto blanda anche la risposta della Russia: “L’attacco degli Stati Uniti alla Siria è un’aggressione contro una nazione sovrana basata su un pretesto ed è un tentativo di distrarre il mondo dalle morti di civili in Iraq”, ha detto il presidente russo Vladimir Putin per bocca del portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov.

La verità è che troppo spesso le persone e i bambini in particolare sono utilizzati come strumento mediatico. Solo poche settimane fa Save the Children ha diffuso un rapporto (“Ferite Invisibili”) in cui venivano riportate le conseguenze per i bambini della guerra in Siria. La situazione, dopo sei anni di guerra, va ben oltre le conseguenze degli attacchi dei giorni scorsi: ad oggi sono ben 5,8 milioni i bambini che vivono sotto i bombardamenti. Ma di loro, finora, nessuno aveva mai parlato. A nessuno sembrava importare. Fino a ieri.

“Prevenire e impedire la diffusione o l’uso di armi chimiche letali è nell’interesse vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, ha detto Trump, tralasciando di ricordare che gli Stati Uniti sono ancora tra i pochissimi Paesi a disporre di un arsenale chimico (per scopi preventivi e scientifici), ma anche che solo pochi giorni fa, proprio gli Usa sono stati tra i pochi Paesi a votare NO alla messa al bando degli ordigni nucleari (casualmente, insieme a tutti i Paesi dotati di un arsenale nucleare e quelli che, pur non avendone uno proprio, ospitano quello altrui, come l’Italia).

È triste pensare che la decisione di Trump, lungi dall’essere condannata da tutti i fautori e i paladini dei diritti internazionali, quasi certamente non servirà a fermare la guerra in Siria (è già ridicolo pensare che due delle maggiori potenze mondiali, Russia e Usa, non siano già riuscite a fermare gli scontri che vanno avanti da sei anni). Di sicuro, però, ha ottenuto due risultati.

Il primo è che ha mostrato al mondo un aspetto di Trump come presidente deciso e di carattere. Ma soprattutto ha fatto passare in secondo piano il meeting che è in corso in questi giorni tra il presidente americano e il leader cinese Xi, in Florida. Un incontro in cui erano in discussione molti temi caldi, dalla spinosa questione della Corea del Nord agli scambi commerciali tra America e Cina (che sono cresciuti vertiginosamente fino a superare i 300 miliardi di dollari all’anno); dalle rivendicazioni territoriali cinesi nel Mar Cinese Meridionale (Obama aveva inviato navi da guerra a stelle e strisce non lontano dall’isola artificiale che la Cina sta costruendo nella zona) agli impegni sull’ambiente di entrambi i Paesi.

Temi così scottanti che per preparare l’incontro Trump aveva dovuto fare ricorso all’esperienza pluridecennale di uno dei maggiori protagonisti della politica mondiale dello scorso secolo: Henry Kissinger. Per questo “Dear Henry”, alla tenera età di 93 anni, era stato mandato a Pechino per preparare il meeting in corso in Florida da ieri.

C’è da scommettere che, dopo la decisione di Trump di ordinare il bombardamento della base militare siriana, per settimane i media di tutto il pianeta non parleranno d’altro. Del “come”, del “cosa” e del “se”. Di certo nessuno parlerà del “perché”: perché si sta ancora combattendo una guerra che, in sei anni, ha già causato centinaia di migliaia di morti (buona parte dei quali civili e molti bambini) e che non serve a nessuno. Perché tutti si ostinano a parlare di regole e procedure e accordi internazionali, ma poi nessuno le rispetta (tantomeno in guerra). Ma soprattutto, perché un presidente così “sensibile” come Trump che, con il bombardamento di qualche giorno fa, ha deciso di correre il rischio di scatenare un conflitto mondiale, fino ad ora non ha mai proferito una sola parola per i bambini che muoiono a causa dei veleni prodotti dalle industrie (molte delle quali americane).

Ogni anno sono 270 mila i bambini che muoiono durante il primo mese di vita per cause che potrebbero essere evitate consentendo un accesso all’acqua pulita, a servizi igienico-sanitari idonei e riducendo l’inquinamento atmosferico; altri 570 mila bambini sotto i 5 anni muoiono per infezioni respiratorie, come la polmonite, attribuibili all’inquinamento dell’aria interna ed esterna, e il fumo indiretto; altri 361 mila a causa di diarrea risultato di scarso accesso all’acqua potabile, servizi igienico-sanitari e di igiene; e poi 200 mila per la malaria e altrettanti per eventi involontari attribuibili all’ambiente, come l’avvelenamento, cadute o annegamento (dati rapporto Inheriting a Sustainable World: Atlas on Children’s Health and the Environment).

“Nessun bambino dovrebbe soffrire come hanno sofferto quelli siriani”, ha detto Trump. La verità e che sono milioni e milioni i bambini che soffrono e che muoiono ogni anno. E senza che nessuno, tantomeno il presidente Trump, abbia mai mosso un dito per loro…

Foto tratta da dire.it

8 aprile 2017

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AlessandroMauceri


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