Cara professoressa, impari il rispetto per chi porta una divisa
Editoriale

Cara professoressa, impari il rispetto per chi porta una divisa


Time Sicilia

A proposito della professoressa che ha inveito contro le forze dell’ordine. Sono uomini e donne come lei e come noi, i militari in divisa. Con un nome e un cognome. Con un vissuto, un respiro, un’anima. Con un cuore e con un cammino. Impari il rispetto e poi, se ne sarà capace, lo insegni ai suoi studenti: insegni loro il rispetto e l’amore oltre le nozioni, altrimenti faccia altro

di Adriana Vitale

Cara professoressa che ha urlato con disprezzo il suo augurio di morte agli uomini delle forze dell’ordine, con un ardore e un odio che mi ha provocato prima che sdegno un brivido nella schiena, voglio raccontarle da moglie e madre di servitori dello Stato la loro e la mia vita per un misero stipendio.

Si trasformano spesso in scudi umani, proprio per evitare che gente come lei, imbruttita dall’odio ideologico, possa cagionare danni a chi la pensa in maniera diversa. Una vita fatta di rinunce e sacrifici che investe tutta la famiglia.

Si pranza e si cena quando non si ha fame e si dorme quando non si ha sonno. Una vita precaria pure quando sono a casa, basta una chiamata notturna, per farli scattare dal letto, indossano una divisa e lasciano la propria donna o la propria madre su un divano con l’angoscia nel cuore e la terribile paura di non veder ritornare il padre dei tuoi figli o il tuo stesso figlio che è il tuo sangue.

Quante feste e compleanni da soli, quindi devi inventarti il Natale quando il tuo uomo è a casa, devi fare le inumane peripezie per pranzare insieme almeno una volta al giorno. Non puoi fare programmi o progetti e tutta la famiglia vive sempre nella provvisorietà.

Vedi tornare il tuo uomo a casa stanco e non chiedi nulla, anche perché nulla può dirti e cerchi con amore di alleviare la sua stanchezza e le sue preoccupazioni.

Tuo figlio a vent’anni parte e da madre convivi con una paura già sperimentata, con l’angoscia che gente come lei, cara professoressa, possa toglierti il bene più prezioso e non ti resta altro che benedirlo ogni minuto della tua giornata come una sorta di antidoto che ti aiuta a vivere.

La loro è missione, vissuta con spirito di sacrificio per prevenire il male e per innato senso di protezione e non certamente per un misero stipendio.

Vede cara professoressa, esiste una parola che muove tutto il resto, ed è il rispetto, quell’atteggiamento che favorisce le relazioni interpersonali, indispensabile per una convivenza evoluta. Il rispetto verso gli uomini, le istituzioni, gli oggetti, la vita, la libertà, le diversità, le idee, i pensieri, i ruoli.

Il rispetto, sì, il rispetto, quel sentimento nobile del vivere civile, che distingue l’uomo in quanto tale, quindi inviolabile nella sua sacralità. Anni e anni, o meglio secoli, per affermare un principio, che adesso rischia di essere soffocato dall’odio, dall’insofferenza, dall’istigazione, dalla violenza verbale che presto si trasforma in fisica.

Società malata che respira aria malsana, si nutre di veleno e beve l’amaro calice della ripugnanza verso l’altro, che offende e umilia, che oltrepassa finanche campi inviolabili nella loro intimità, che distrugge fiducia e affetti, che non individua i veri colpevoli e scarica odio e frustrazione verso tutto e tutti.

Impari il rispetto per chi c’è dentro una divisa, sono uomini e donne con un nome e cognome, con un vissuto, un respiro, un’anima, cuore, un cammino e poi, se ne sarà capace, lo insegni ai suoi discenti, insegni loro il rispetto e l’amore oltre le nozioni, altrimenti faccia altro.

Sarebbe semplice ricambiare con le stesse parole le sue parole, ma sarei esattamente come lei, dove sarebbe la differenza? Io sono altra cosa.

Tanto le dovevo.

Una moglie e madre di servitori dello Stato.

Foto tratta da firenzepost.it

1 marzo 2018

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TimeSicilia


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