Caravaggio, il tormento interiore che diventa arte
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Caravaggio, il tormento interiore che diventa arte


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In questi giorni, a Palermo, va un documentario sulla vita e le opere di un grande della pittura italiana: Michelangelo Merisi o Amerighi noto come il Caravaggio. Personalità complessa tra disincanto e sovversione, indisciplina e avversione, la sua arte e la sua vita non hanno mi smesso di destare interesse

di Lorenzo Ambrosetti 

In programmazione, in questi giorni, in alcune delle sale cinematografiche di Palermo, un documentario sulla vita e sulle opera del grande pittore Michelangelo Merisi o Amerighi noto come il Caravaggio.

Il documentario richiama esiti di grande suggestione sia per le musiche scelte, sia per l’ausilio di una voce narrante che, in alcuni casi, diventa quella dello stesso autore.

Della vita del grande pittore si sa poco. Si sa che nacque a Milano e che il nome fu lui stesso a sceglierselo come none d’arte. Ebbe una vita molto travagliata, dove il male e il bene che erano in lui non seppero per tutta quanta intera la sua esistenza integrarsi in senso Iunghiano in una dimensione di pacificazione interiore.

La sua carriera di pittore fu costantemente influenzata da problemi di natura caratteriale che lo condussero anche al carcere per più di una volta.

Era violento, lascivo, passionale, e non seppe mai instaurare con l’altro sesso relazioni veramente durature. Ma, come sostengono molti psicoanalisti, i chirurghi dell’anima, sono proprio i tormenti interiori che costituiscono una spinta verso la dimensione della creatività.

Lo stesso accadde a molti scrittori, si pensi a Kafka e a Proust, che generarono opere di maestosa grandezza.

Il documentario si sofferma, naturalmente, oltre che sulla vita dell’autore, sulla raffigurazione dei suoi più celebri dipinti, molti dei quali sono esposti nei musei di Firenze, agli Uffizi, e di Milano, alla Pinacoteca comunale. Ciò che colpisce maggiormente di queste dipinti è la forte coloritura drammatica che l’autore dà alle sue tele, nel senso di una rappresentazione della realtà intesa come verità in senso soggettivo, filtrata cioè dalla sensibilità artistica dell’autore.

La tragicità della propria condizione esistenziale emerge anche da una connotazione marcatamente nichilistica dei ritratti, dai quali non viene fuori alcuna speranza di redenzione o di riscatto.

Nei dipinti religiosi poi, in alcuni dei casi, emerge una volontà di trasgressione, quasi che l’autore respingesse il sacro, per chiudere il cerchio ad una realtà di disincanto e di sovversione, di indisciplina e di avversione a ciò che lui riteneva probabilmente falso.

Si dischiudono perciò gli orizzonti ad un’altra forma di verità, non più consolidata dalle convenzioni pittoriche dell’epoca, ma sovversiva, in grado cioè di sbalestrare completamente l’osservatore per condurlo per mano verso nuovi orizzonti di visione.

In ciò è forse la modernità del Caravaggio, in un epoca di rinascimento delle arti, si assiste con lui al crollo di convenzioni condivise ed all’inaugurazione di nuovi e diversi linguaggi.

Foto tratta da ticketsflorence.com

21 febbraio 2018

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