Carlo Alberto Dalla Chiesa, delitto enigmatico come un racconto di Dürrenmatt
Editoriale

Carlo Alberto Dalla Chiesa, delitto enigmatico come un racconto di Dürrenmatt


Giulio Ambrosetti

Un racconto che accomuna l’uccisione del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – del quale oggi ricordiamo il 35 anniversario del suo barbaro assassinio (e di quello della giovane moglie, Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta, Domenico Russo) – a quello di Pio La Torre e Piersanti Mattarella. Storie di grandi uomini che non hanno avuto paura a combattere, a viso aperto, i poteri forti 

Oggi, 3 Settembre 2017, ricordiamo il 35esimo anniversario del barbaro assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della giovane moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo. Vorremmo provare a ricordare questa data in modo non tradizionale, lasciando la porta aperta all’enigma. Perché ad avviso di chi scrive, ancora oggi, questo delitto somiglia tanto a un racconto di Friedrich Dürrenmatt, là dove due tesi si inseguono – ognuna con una propria forza – senza che però sia possibile accertare quale delle due sia quella vera.

Carlo Alberto Dalla Chiesa viene ucciso in Sicilia, a Palermo. Era tornato in Sicilia come Prefetto con poteri speciali nella lotta alla mafia. Era stato nominato subito dopo l’omicidio di Pio La Torre, il segretario regionale del Pci siciliano ucciso a Palermo la mattina del 30 Aprile del 1982.

Pio La Torre era un acerrimo nemico della mafia. Da giovane, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, aveva partecipato, in Sicilia, alle lotte per l’assegnazione delle terre ai contadini. Era rimasto in Sicilia facendo carriera nel Pci. Era stato eletto parlamentare nazionale ed era stato componente della prima Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia.

E sarà proprio La Torre a firmare una delle due relazioni di minoranza – quella del Pci – quando la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, nel 1976, concluderà i propri lavori (la seconda relazione di minoranza porta la firma del missino, Giorgio Pisanò).

Pio La Torre era voluto tornare in Sicilia nel 1980 per guidare il suo partito. Cosa che farà per meno di due anni, visto che, come già ricordato, verrà ucciso – assieme al suo autista Rosario Di Salvo – il 30 Aprile del 1982.

Anche Carlo Alberto Dalla Chiesa conosceva molto bene la Sicilia. Alla fine della seconda guerra mondiale, giovane ufficiale dei Carabinieri, aveva a lungo indagato sulla mafia. Sua la relazione che accende i riflettori su Michele Navarra, medico presso l’ospedale di Corleone, personaggio di spicco della mafia, ucciso nell’Agosto del 1958.

Dalla Chiesa era tornato in Sicilia alla fine degli anni ’60, per guidare la legione dei Carabinieri della Sicilia occidentale. E per la seconda volta si era occupato di mafia.

Poi aveva svolto il proprio servizio in altre parti d’Italia, distinguendosi nella lotta al terrorismo.

Come già ricordato, nella primavera del 1982 era tornato in Sicilia. Il Governo nazionale gli aveva promesso poteri speciali nella lotta alla mafia. Qualche mese prima di essere ucciso, Dalla Chiesa, in un’intervista, aveva lasciato capire che i poteri speciali che gli erano stati promessi da Roma tardavano ad arrivare. E aveva colto alcuni cambiamenti: tra questi, la presenza, nel ‘complicato’ mondo degli appalti pubblici di Palermo, dei Cavalieri del lavoro di Catania, grandi imprenditori allora già molto ‘chiacchierati’.

Su La Torre e su Dalla Chiesa le equazioni sono state semplici. Entrambi conoscevano la mafia sin dagli anni del secondo dopoguerra. Entrambi erano tornati per combattere la mafia. Ed entrambi sono stati uccisi a Palermo. Naturalmente dalla mafia.

Questa è la prima tesi.

Ma c’è una seconda tesi che, per certi versi, accomuna La Torre e Dalla Chiesa.

La Torre era tornato in Sicilia per combattere la mafia e per mettere, come dire?, un po’ d’ordine nel suo partito – il Pci siciliano – che negli anni precedenti non aveva esitato a chiudere accordi di varia natura con la Dc di Salvo Lima.

La Torre, però, oltre a mettere ordine nel suo partito, aveva dato vita a un grande movimento di massa nel nome della pace. In Sicilia erano gli anni dei missili Cruise. E l’allora segretario regionale del Pci siciliano riuscì a portare nelle piazze della Sicilia migliaia di persone.

Cosa, questa, che non piaceva affatto agli americani.

La Torre, negli ultimi mesi della sua vita, era entrato in sintonia con l’allora segretario del Pci siciliano, Anselmo Guarraci, esponente della sinistra socialista, favorevole a un’alleanza politica tra Pci e Psi.

La sera prima di essere assassinato La Torre volle parlare con Guarraci.  Si incontrarono a Palermo, sotto i portici di Piazza Ungheria. Parlarono per alcune ore. La Torre disse a Guarraci che in quei giorni aveva avuto la sensazione di essere seguito.

In quei giorni – e questo l’ha ricordato qualche tempo fa l’ex parlamentare del Pci siciliano, Nino Mannino – erano tanti i dirigenti del Pci che non si sentivano al sicuro. Alcuni di loro giravano armati.

Il movimento pacifista stava dando molto fastidio agli americani. In piazza, per esempio, era sceso anche l’allora presidente del Parlamento siciliano, Salvatore Lauricella, la più alta carica istituzionale dell’Isola.

Non mancano gli elementi per affermare che La Torre possa essere stato ammazzato perché aveva creato seri problemi agli americani.

Dalla Chiesa era tornato in Sicilia per combattere la mafia. Ma già da qualche tempo si diceva che il generale dei Carabinieri era venuto in possesso di un memoriale scritto di pugno da Aldo Moro, il grande dirigente della Dc ucciso nel 1978.

Aldo Moro era stato rapito dalle Brigate Rosse nel Marzo del 1978. Ed era stato ritrovato morto il 9 Maggio dello stesso anno. Ucciso dalle Brigate Rosse secondo una tesi, ucciso perché fautore di una svolta politica – un Governo Dc-Pci – sgradito agli americani, stando a una seconda tesi.

Ci sono due seconde ipotesi – una che riguarda Moro e l’altra che riguarda Dalla Chiesa – che si incrociano nel ritrovamento di un memoriale. Creando un legame tra la morte di Moro e la morte di Dalla Chiesa.

Ribadiamo: sono solo ipotesi. Anche se è oggettivamente difficile – nel caso di Pio La Torre – ignorare la pista che porta dritta dritta negli Stati Uniti d’America, magari a qualche organizzazione che operava per ‘proteggere’ l’Italia dal comunismo.

E la mafia? E’ servita, in tutt’e due le vicende. Del resto, non sono certo un mistero i legami tra Sicilia e Stati Uniti ‘disegnati’ nel 1943.

Certi storici hanno negato il ruolo della mafia – siciliana e americana – nello sbarco in Sicilia nel 1943. Ma in Italia è quasi normale ricostruire eventi storici non sulla base di fatti e documenti, ma per offrire tesi di comodo (il risorgimento nel Sud Italia, nei libri di scuola, ancora oggi è raccontato a suon di bugie).

La mafia è servita, e tanto, in tutt’e due i delitti. Intanto perché, alla fine, si è parlato tanto di mafia e poco di scenari politici internazionali. Vi sembra poco?

Le tesi sul ruolo della mafia hanno orientato indagini e opinione pubblica. Orientate fino a un certo punto, però: perché, come già ricordato, i legami tra la mafia siciliana e gli USA sono sempre stati saldi, almeno fino al 1992.

Insomma, se la seconda tesi veniva gettata fuori dalla porta rientrava dalla finestra.

Dopo il 1992 qualche cosa si complica. Ma fino a prima di questa data mafia e interessi ‘atlantici’ sono andati di pari passo.

Ciò significa che la mafia avrà giocato un ruolo importante sia nella vicenda La Torre, sia nella vicenda Dalla Chiesa.

Ma certe decisioni, con molta probabilità, sono maturate altrove, anche se i fatti di sangue sono avvenuti in Sicilia.

Negli anni passati si parlava, assai opportunamente, di “delitti politici”. Di questo filone fanno parte sia il delitto La Torre, sia il delitto Dalla Chiesa.

Anche l’omicidio Piersanti Mattarella – che forse apre il ciclo dei “delitti politici” – presenta due letture. Una delle quali – come nel caso di La Torre e Dalla Chiesa – lascerebbe intravedere l’ombra degli americani.

Piersanti Mattarella era un fedelissimo di Aldo Moro. E in Sicilia – prima da autorevole esponente della sinistra Dc, poi da presidente della Regione – aveva aperto al Pci.

Mattarella, tra il 1974 e il 1978, era stato assessore di un Governo regionale che godeva della “bonaria astensione” del Pci.

Nel 1978 era stato eletto presidente della Regione dando vita a un Governo che vedeva il Pci nella maggioranza programmatica e politica.

Di fatto, Piersanti Mattarella e una parte della Dc siciliana dell’epoca avevano anticipato il “compromesso storico” dando vita, in Sicilia, a “Governo di solidarietà autonomista”, con l’alleanza tra Dc e Pci.

Già a metà del 1979 i comunisti siciliani pressavano per entrare nel Governo della Regione.

Chi doveva decidere il da farsi era Piersanti Mattarella. Decisione che il presidente della Regione siciliana avrebbe dovuto prendere senza il conforto del suo maestro, Aldo Moro, che era stato ucciso un anno prima.

Mattarella, per la cronaca, si era già inimicato i mafiosi. E l’aveva fatto intestandosi una legge di riforma urbanistica che aveva tagliato le gambe agli speculatori (come vi avviamo raccontato qui).

Anche nel suo caso si propone lo stesso scenario che si ripeterà, qualche anno dopo, per La Torre e Dalla Chiesa. C’è la mafia che di certo non apprezza la sua linea politica. Ma ci sono anche gli americani che, di certo, non avrebbero apprezzato un Governo regionale con dentro il Pci siciliano.

E’ Mattarella ad aprire la crisi del suo Governo. Ed è Mattarella che, pochi giorni prima di venire trucidato, si reca a Roma.

Aveva aperto la crisi per farsi da parte? O per provare a varare un Governo regionale con dentro il Pci siciliano?

Questo non lo sapremo mai.

 

 

 

 

3 settembre 2016

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GiulioAmbrosetti


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