Il ‘caso’ Contrada: l’avvocato Stefano Giordano replica a Giancarlo Caselli
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Il ‘caso’ Contrada: l’avvocato Stefano Giordano replica a Giancarlo Caselli


Giulio Ambrosetti

L’ex procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, Giancarlo Caselli, è stato un po’ spiazzato dal pronunciamento della Cassazione che ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna di Bruno Contrada, il superpoliziotto di Palermo accusato di “concorso esterno in associazione mafiosa”. Caselli non ha risparmiato qualche frecciata alla Giurisdizione. Da qui la pacata, ma ferma replica dell’avvocato Giordano

L’avevano già condannato quasi venticinque anni fa, ancora prima della celebrazione del processo. Era la sera del 24 dicembre del 1992 quando Bruno Contrada, già capo della Squadra mobile di Palermo, poi capo della sezione siciliana della Criminalpol e poi, ancora, numero tre del Sisde, veniva arrestato con un’accusa pesante come un macigno: mafia. Alla sua vita di poliziotto abituato a lavorare per le strade del capoluogo siciliano, mai dietro una scrivania a passare ‘carte’, gli hanno appiccicato addosso un reato un po’ strano: “Concorso esterno in associazione mafiosa”. La storia ha retto per quasi venticinque anni: poi è crollata.

A fare crollare il castello di accuse costruito attorno alla figura di Contrada, se così si può dire, è stato l’avvocato Stefano Giordano, del Foro di Palermo.

Figlio del giudice Alfonso Giordano, il magistrato che nel 1986 venne chiamato a presiedere il maxi processo alla mafia di Palermo, Stefano Giordano è un avvocato che segue processi importanti, ma non si è mai montato la testa.

In una città, Palermo, dove, spesso, l’apparenza conta più della sostanza, Stefano Giordano è rimasto la persona di sempre: gentile, educato, disponibile, sempre pronto a dare una mano a chi ne ha bisogno, mai sopra il rigo. Sua la difesa di Contrada in Cassazione: sua una vittoria storica: la ‘liberazione’ di Contrada da una sentenza che, da anni, è, come dire?, la pietra angolare di una certa idea della Giustizia.

Giordano è partito da un pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo. Con una semplice considerazione – e cioè che un uomo non può essere condannato per un reato che non esiste – l’avvocato ha fatto saltare l’impianto accusatorio costruito per quasi venticinque anni su Contrada.

“Contrada – ci dice l’avvocato Stefano Giordano – non solo non poteva essere condannato, ma non doveva nemmeno essere processato. Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa è un reato di matrice giurisprudenziale. Non è tipizzato. Non è presente nel Codice penale. Questo reato – ribadisco: non tipizzato – si configura nel 1994. Ma i fatti contestati a Contrada sono precedenti al 1994. Ne consegue che tutto quello che è stato contestato al dottor Contrada è illegittimo”.

La Corte di Cassazione ha dato ragione all’avvocato Giordano, con una sentenza che non è esagerato definire storica. Un pronunciamento destinato a incidere profondamente in quella parte della storia giudiziaria italiana che si è sviluppata, nel corso degli anni, proprio basandosi su questo reato.

“Mi rendo contro che chi ha vissuto per oltre vent’anni con certe convinzioni oggi si trova spiazzato – dice sempre Giordano -. Ma, nel caso del dottore Contrada, le forzature sono state tante, troppe. E, da quello che leggo, c’è chi non si è ancora arreso all’evidenza dei fatti. E i fatti dicono, a chiare lettere, che oggi, chi afferma che il dottore Contrada ha comunque delle responsabilità lo diffama. Punto”.

Già, gli ‘spiazzati’ dalla sentenza della Cassazione. Non sono pochi. In un Paese dove il conformismo, in tanti casi, si cristallizza in ‘verità assolute’, l’epilogo della vicenda Contrada rimane ‘indigesto’.

Ed è anche logico: chi ha vissuto, a Palermo, i primi anni ’90 del secolo passato certe cose non può dimenticarle.

Il 1992 è un anno tragico. Sull’Italia soffiano già impetuosi i venti di Tangentopoli. Di lì a qualche anno due partiti politici – la DC e il PSI – scompariranno. E’ in corso un’operazione dalle molte ombre e dalle pochissime luci.

Tra le ombre, nel marzo di quell’anno, c’è l’omicidio dell’eurodeputato della Democrazia Cristiana, Salvo Lima, uomo forte degli andreottiani siciliani.

A maggio va in scena la strage di Capaci, dove perdono la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e alcuni uomini della scorta.

A luglio si consuma la strage di via D’Amelio, dove perdono la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini e le donne della sua scorta.

Stragi efferate, dove si intravede l’ombra di un ‘doppio Stato’. Ma dove lo stesso Stato italiano, quasi per dare un segnale di ‘vita’, ha bisogno di qualcosa di ‘forte’ da consegnare a un’opinione pubblica frastornata.

Bruno Contrada viene arrestato, come già ricordato, il 24 dicembre di quell’anno terribile. Inevitabilmente, a prescindere dai fatti che gli vengono contestati (fatti di natura indiziaria e legati, piaccia o no a chi ha sempre sostenuto la colpevolezza di questo imputato, a un’interpretazione forzata del ruolo svolto da Contrada in una realtà difficilissima come quella di Palermo), sul numero tre del Sisde cala una coltre di gelo.

E’ un processo psicologico inevitabile in casi come questo: ci sono state due stragi che hanno eliminato due figure centrali nella lotta alla mafia: Falcone e Borsellino. Così – è il caso di Contrada – chi viene fatto oggetto di accuse tremende non può che apparire come il male da estirpare, a prescindere dalla ‘qualità’ delle accuse che gli vengono mosse.

E’ inutile negarlo: nella vicenda Contrada, nei primi anni, l’atmosfera non era favorevole all’imputato, né alla serenità in generale.

Già nel processo di primo grado cominceranno ad apparire le prime crepe di questa storia. La più clamorosa – almeno a giudizio di chi scrive – è il considerare come comportamenti criminali i rapporti che Contrada intratteneva con alcuni settori della criminalità organizzata. Contrada svolgeva, per conto dello Stato, operazioni di intelligence: è chiaro che parlava e trattava con i criminali, anche mafiosi.

Va tenuto conto che, quando Contrada viene arrestato e negli anni subito successivi al suo arresto, lo Stato italiano sprona i propri uomini a ‘capire’ – anche percorrendo i sentieri scoscesi delle attività di intelligence – come opera la mafia per disarticolarla dall’interno.

E’ a tutti noto che non è facile capire fino a che punto, chi svolge attività di intelligence, può andare avanti o si deve fermare…

Così si assiste a una contraddizione, molto italiana, di uno Stato che, da un lato, spinge sull’intelligence, per disarticolare la criminalità mafiosa; e, dall’altro lato, mette sotto accusa Contrada per essere andato al di là delle normali attività di intelligence, dando per scontato e accertato un reato indiziario che, per definizione, non è fatto di riscontri oggettivi, ma di liberi convincimenti.

Contrada verrà condannato in primo grado e assolto in secondo grado. La Cassazione annullerà con rinvio la sentenza di assoluzione. Tornato davanti alla Corte d’Appello, Contrada verrà condannato: sentenza di condanna che verrà confermata dalla Cassazione.

Sembrava finita, la vita di Contrada. Un uomo dello Stato che, nel 1992, lo ricordiamo per dovere di cronaca, era destinato a diventare il Capo della Polizia italiana. Con il senno del poi, si sa, non si scrive la storia. Ma il senno del poi, quando si analizza una storia – la storia di un uomo delle istituzioni che non ha mai rinnegato le stesse istituzioni – spiega tante cose: anche sgradevoli.

Poi, certo, ci sono quelli che non accettano il corso delle cose. E’ il caso del dottore Giancarlo Caselli, all’epoca dei fatti procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo. In pratica, il magistrato che ha inquisito e fatto condannare Contrada.

Tranciante il giudizio di Caselli espresso sulle pagine del quotidiano La Stampa di Torino:

“Occorre aspettare la motivazione. Se fosse basata (come sembra) sulla sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) – secondo me – come non aveva capito la Cedu allora, così oggi non capisce la Cassazione”.

Pacata, ma ferma la replica dell’avvocato Giordano:

“Auguro al dottore Caselli di godersi la sua meritata pensione. Ma non posso non notare che le sue parole offendono sia la Corte europea dei diritti dell’uomo, sia la Corte di Cassazione. A me hanno insegnato che la Giurisdizione non va messa in discussione. Poi ognuno si assume le proprie responsabilità”.

16 luglio 2017

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GiulioAmbrosetti


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