Economia circolare: i numeri dell’industria italiana del riciclo dei rifiuti sono in grande crescita. Ma la Sicilia arranca
Editoriale

Economia circolare: i numeri dell’industria italiana del riciclo dei rifiuti sono in grande crescita. Ma la Sicilia arranca


Time Sicilia

A 21 anni di distanza dal Decreto ‘Ronchi’ (il D.Lgs. 22/1997 che dava attuazione a 3 Direttive comunitarie sui rifiuti, sui rifiuti pericolosi e sugli imballaggi e i loro rifiuti ispirandosi al nuovo principio “chi inquina paga”), i numeri dell’industria italiana del riciclo dei rifiuti sono impressionanti, e generalmente, poco conosciuti. Un importante successo

di Mario Pagliaro

Dei 30 milioni di tonnellate/anno (500 kg/anno pro-capite) di rifiuti urbani e dei 90 milioni di tonnellate generati annualmente dall’industria, più della metà (64 milioni di tonnellate nel 2015) è avviata al riciclo (erano 29 nel 1999), e solo il 16% (ormai solo al Sud e in particolare in Sicilia) è gettato (smaltito) in discarica.

Giro di affari: 13 miliardi di euro (Fondazione Sviluppo Sostenibile – Fise Unire, L’Italia del Riciclo, 2017). A realizzarlo, le imprese del recupero e riciclo dei materiali ottenuti dalle più disparate filiere produttive: automobili, pneumatici, materiali da demolizione, materassi, abbigliamento, tessile, batterie, oli usati, rifiuti elettronici, imballaggi etc.

Con i rifiuti urbani, i Comuni fanno la raccolta differenziata. E trasformano una pesante voce di costo fino ad allora pagata per smaltire (gettare) i rifiuti in discarica – più di 100 euro a tonnellata – in una voce di entrata. Perché adesso non solo non la pagano più ai gestori delle discariche: ma vendono buona parte dei rifiuti differenziati al Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI), sede legale a Roma, ma sede operativa a Milano ormai capitale italiana de facto.

Solo nel 2015, i Comuni incassavano per gli imballaggi ottenuti con la raccolta differenziata 437 milioni di euro, a fronte degli 818 milioni incassati dal Consorzio (593 milioni grazie al Contributo ambiente CONAI percepito dalle oltre 800mila imprese consorziate, e 225 dalla vendita dei materiali conferiti dai Comuni) [L. Franco, Raccolta differenziata, tra conflitti di interesse e dati segreti: Costi a carico delle casse pubbliche, ilfattoquotidiano.it, 8 Ottobre 2016].

Importi nel frattempo ulteriormente cresciuti perché gli imballaggi immessi al consumo oggetto delle attività del CONAI, nel 2017, sono cresciuti del 2,9% a 13 milioni di tonnellate, e ne sono stati riciclati più del 67% con un incremento del 3,1% rispetto al 2016 [CONAI, Relazione sulla gestione e bilancio 2017].

Oltre agli imballaggi, i rifiuti urbani sono costituiti da una frazione organica residua del cibo e del verde urbano, il cosiddetto “umido”, da cui negli impianti di compostaggio si ricava il compost, un prezioso fertilizzante.

Ad esempio, il piccolo Comune di Cupello, in Abruzzo, raccoglie l’umido differenziato dai cittadini e lo conferisce ad un impianto per il compostaggio pagando 28 euro a tonnellata al gestore dell’impianto: un consorzio pubblico che quest’anno, dal 16 Aprile, ha dato il via ad una campagna promozionale di cessione gratuita del compost (con marchio di qualità del Consorzio italiano compostatori) agli agricoltori per fargli conoscere le straordinarie qualità fertilizzanti del compost di qualità nell’agricoltura in pieno campo, ma anche nel florovivaismo.

Come funziona il sistema – Organismo di diritto privato costituito dalle imprese produttrici e utilizzatrici di imballaggi, consiglio di amministrazione di 17 componenti incluso un rappresentante dei consumatori, il consorzio CONAI inizia ad operare un anno dopo l’entrata in vigore del Decreto ‘Ronchi’.

Per ogni tonnellata di imballaggi immessa sul mercato i produttori di imballaggi versano un contributo al CONAI, che poi lo distribuisce ai 6 ulteriori consorzi, controllati dagli stessi produttori di imballaggi e da chi li immette sul mercato, dei 6 materiali da imballaggio:

Acciaio (Ricrea)
Alluminio (Cial)
Carta e cartone (Comieco)
Legno (Rilegno)
Plastica (Corepla)
Vetro (Coreve)

A coordinarli e distribuirgli le risorse finanziarie del Contributo ambiente CONAI è appunto il CONAI, che ogni 5 anni firma un accordo quadro con i Comuni tramite la loro associazione (l’ANCI, Associazione nazionale Comuni Italiani). I Comuni conferiscono al CONAI gli imballaggi ottenuti con la differenziata, e il CONAI li paga con una tariffa a tonnellata stabilita in margine alla trattativa che porta ogni 5 anni alla firma dell’accordo quadro quinquennale (quello attuale scade fra pochi mesi, nel 2019) per ognuno dei 6 materiali degli imballaggi.

Quanto? Moltissimi soldi.

Corrispettivi massimi pagati dal CONAI per la raccolta differenziata dei materiali da imballaggio nel 2017:

Acciaio: 112,43 euro/tonnellata
Alluminio: 551,60 euro/tonnellata
Carta: 40,65/ tonnellata
Cartoni: 96,78/ tonnellata
Legno 16,75 euro/ tonnellata
Plastica 303,88 euro/ tonnellata
Vetro 51,85 euro/ tionnellata

Alle migliori, quelle meno contaminate da altri imballaggi o dall’umido, viene riconosciuta la massima tariffa. I Consorzi di filiera controllano i lotti conferiti avvalendosi di società di verifica tecnica da loro incaricate, e poi pagano la tariffa stabilita negli allegati tecnici dell’Accordo quadro: uno per ognuno dei 6 materiali.

A deliberare invece quanto dovuto al CONAI dalle 854.339 imprese consorziate nel 2017 è il Consiglio di amministrazione dello stesso CONAI che nel 2017 ha deliberato le nuove tariffe in vigore dal 2018:

10 euro/tonnnellata per gli imballaggi in carta (erano 4 euro/tonnnellata)
8 euro/tonnellata per gli imballaggi in acciaio (erano 13 euro/tonnnellata)
13,30 euro/tonnnellata per gli imballaggi in vetro (erano 16,30 euro/tonnnellata)
35 euro/tonnellata per gli imballaggi in alluminio (erano 45 euro/tonnellata)
7 euro/tonnnellata per gli imballaggi in legno (invariato)

Molto più alto il contributo dovuto per gli imballaggi in plastica, adesso articolati in tre livelli a seconda del valore di utilizzo finale del polimero utilizzato:

208 euro/tonnellata per gli imballaggi in plastica selezionabili e riciclabili da circuito domestico;
179 euro/tonnellata per gli imballaggi in plastica selezionabili e riciclabili da circuito commercio e industria;
228 euro/tonnellata per gli imballaggi in plastica che presentano maggiori difficoltà nella gestione del fine vita indipendentemente dal loro circuito di destinazione

Dotati di queste ingenti risorse, i Consorzi acquistano poi dai Comuni gli imballaggi ottenuti dalla raccolta differenziata. I singoli Consorzi poi vendono sul mercato i materiali acquistati dai Comuni, spesso direttamente alle imprese consorziate e fino a poco tempo fa anche all’estero, e principalmente in Cina (ma ora non più perché il più grande Paese industriale al mondo sta rapidamente costruendo il proprio sistema di economia circolare).

Ad esempio, i rifiuti a base di cellulosa ottenuti con la raccolta differenziata di carta e cartone vengono processati da impianti intermedi di ulteriore selezione che poi li forniscono alle cartiere che usano la materia prima seconda per produrre ad esempio nuovi imballaggi a base di cartone riciclato.

Il sistema non si limita ai soli rifiuti urbani. Ad esempio, nel 2015 in Italia si sono recuperate quasi 340mila tonnellate di pneumatici: il 45% è stato avviato a recupero di materia, ottenendo granulato di gomma, acciaio e fibra tessile.

Idem per l’acciaio: una volta si vedevano i depositi di auto dismesse e compresse dalle presse meccaniche all’uscita delle città. Oggi, in Italia, le acciaiarie profittevoli usano forni elettrici in cui a fungere da materia prima per i nuovi coil è il rottame ferroso costituito appunto da carrozzerie di auto, lavatrici, lavastoviglie, carrozze di treno e i tanti altri beni della società industriale costruiti in acciaio. Si legge sul sito di una delle più importanti aziende di recupero di rottame metallico:

“Noi recuperiamo ferro, ghisa, alluminio, ottone, acciaio, e altri metalli, dalla raccolta degli scarti industriali di lavorazione, rottami di macchine che hanno completato il loro potere strumentale, parti di impianti, strutture demolite, cavi metallici… e anche da batterie esauste, ed inoltre acquistiamo prodotti in ferro e metallici usati di vario tipo che possiamo rivendere favorendone il riutilizzo”.

L’economia del recupero e del riciclo dei rifiuti, in pratica, da tempo non è più argomento di convegni accademici o di ambientalisti. Ma una florida industria che è cresciuta e si è consolidata proprio durante gli anni della più grave e prolungata recessione economica mai registrata in Italia.

Dal recupero all’economia circolare. Ora che il più grande Paese industriale al mondo (la Cina) ha smesso di importare materie prime seconde dall’Italia e dall’Europa, l’industria italiana del recupero e del riciclo si appresta ad un’ulteriore e decisiva evoluzione: quella verso l’economia circolare.

E infatti le circa 400 imprese associate nell’Unione nazionale imprese recupero (Unire) hanno cambiato nome alla loro associazione, ribattezzandola Unicircular. Sono le imprese che in centinaia di impianti in tutta Italia – inclusa le poche ma floride in Sicilia dove la bassa percentuale di differenziata paradossalmente consente di ottenere ottime frazioni di raccolta differenziata – riciclano i sottoprodotti e i prodotti di scarto di molteplici attività sociali e produttive: rifiuti organici da sottoporre a compostaggio, pneumatici fuori uso, rifiuti elettrici ed elettronici, inerti da costruzione e demolizione, ceneri da cementifici ed inceneritori, imballaggi, materiali cellulosici etc.

Un comparto dagli enormi margini di sviluppo perché, come visto sopra, oggi viene recuperato e avviato al riciclo e al recupero dei materiali poco più della metà dei 120 milioni di rifiuti complessivamente prodotti in Italia; e solo il 50% dei rifiuti urbani ottenuti dalla raccolta differenziata.

I materiali vengono lavorati e recuperati e cessano di essere rifiuti (end of waste: cessazione della qualifica di rifiuto). A quel punto, diventano materie prime seconde, che i due comparti primari sui quali è costruita la ricchezza di ogni nazione – industria e agricoltura – adesso devono imparare a valorizzare di più e meglio di quanto sia stato fatto fino ad oggi offrendo così un nuovo mercato ai prodotti dell’industria dell’economia circolare.

E questo, aggiungiamo noi, richiederà nuove iniziative di formazione, informazione e ricerca cui si dedicheranno i giovani manager, tecnologi, comunicatori, ricercatori, imprenditori e amministratori locali che dovranno innovare il sistema costruito nei 20 anni di Decreto ‘Ronchi’.

Avranno il compito, ad esempio, di far comprendere agli agricoltori che l’utilizzo come fertilizzante del compost di qualità (nella foto sopra caricamento del compost per la consegna al cliente di Kalat Ambiente) certificato dal Consorzio italiano dei compostatori produce al terreno, e dunque alle colture, formidabili benefici reintegrando la sostanza organica e i principali elementi nutritivi, riavviando i cicli biologici e aumentando drasticamente l’impermeabilizzazione dei terreni, come verificato in un gran numero di imprese agricole e florovivaistiche in Italia e all’estero. Persino nei giardini comunali, oppure nei Paesi desertici come il Qatar che importano compost dall’Italia per abbellire col verde le loro città.

Si tratta del 33% dei 2 milioni di tonnellate di compost prodotte in Italia in oltre 115 impianti di compostaggio. Fra cui quelli che dovranno sorgere in Sicilia, dove la raccolta differenziata è ormai decollata in oltre la metà dei 390 Comuni, per assorbire quantità di ‘umido’ in crescita mese dopo mese.

Ne parliamo con Salvo Cocina, chiamato dal presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci, a coordinare uno sforzo che, se avrà successo, aprirà alla Sicilia la strada di una nuova economia, basata sulla valorizzazione – e non più sullo sfruttamento – dell’ambiente.

‘Stiamo promuovendo l’apertura dei nuovi centri di compostaggio – ci dice Cocina – almeno uno per provincia. I centri sono individuati sul territorio e programmati dalle Srr (la Società provinciali di regolamentazione del servizio di gestione rifiuti), che sono società per azioni di cui sono soci i Comuni. La Regione assicura il coordinamento fra gli ambiti provinciali e assicura il suo contributo finanziario. Lo scopo è quello di arrivare all’autosufficienza impiantistica in ambiti, in modo da evitare lo spostamento dell’umido a centinaia di km. La tempistica non sarà breve. Alcune iniziative sono in corso. Per altre i Comuni dovranno individuare i siti”.

Un sistema sussidiario. Applicando i principi marxiani all’analisi socioeconomica abbiamo già scritto per TimeSicilia del conflitto in corso in Sicilia fra i percettori di interesse del vecchio sistema basato sulle discariche, e quelli emergenti dell’economia circolare circolare.

Il suo esito è segnato. Come dimostrato più e meglio di altri al mondo dall’Italia, la Sicilia che dell’Italia è la regione più estesa ha nella valorizzazione dei materiali e delle sostanze contenuti nei ‘rifiuti’ un giacimento rinnovabile di ricchezza al quale i Comuni in cronica anemia finanziaria non possono più rinunciare.

Come non possono più rinunciarvi le aziende del turismo e quelle agricole che hanno bisogno, rispettivamente, di territori puliti e curati da vendere ai turisti e di fertilizzanti naturali a basso costo (dai 20 ai 30 euro a tonnellata i prezzi medi dell’ ammendante compostato misto) in sostituzione di quelli chimici.

E’ sufficiente guardare bene il prezzo riconosciuto dal sistema CONAI nel 2017 per una tonnellata di alluminio (ovvero una tonnellata di lattine vuote): quasi 552 euro.

C’è, infine, un importante aspetto di cultura politica che, a nostro avviso, spiega più di altri il formidabile successo dell’economia del riciclo avviata dal Decreto che porta il nome di Edoardo Ronchi, allora ministro dell’Ambiente in quota ad una formazione politica dei Verdi, ma formatosi politicamente in Democrazia proletaria, un piccolo ma dinamico partito di sinistra che criticava il dirigismo del comunismo sovietico.

Ed è quello della sussidiarietà, una parola che si ritrova in quasi ogni documento prodotto dal CONAI. Invece di progettare un sistema dirigistico in cui a gestire il passaggio dalle discariche al riciclo fosse lo Stato, o le sue articolazioni come le Regioni o i Comuni, gli intellettuali che scrissero il Decreto disegnarono un sistema in cui fossero coinvolti tutti i portatori di interesse del sistema: le aziende che pagano il Contributo ambientale e hanno interesse che i costi non esplodano; i Comuni allettati dalla possibilità di far diminuire i costi attraverso la vendita della raccolta differenziata e il mancato conferimento in discarica; i Consorzi di filiera sostanzialmente controllati dalle imprese produttrici di imballaggi; e le imprese del riciclo e del recupero partner dei Consorzi.

“Noi del CENSIS e io per primo – scrive Giuseppe De Rita in Dappertutto e rasoterra. Cinquant’anni di storia della società italiana‎ – ci siamo battuti perché…nascessero i germi di una neoborghesia, capace di responsabilità collettiva, di collettiva visione del futuro”.

In parte, come mostra il successo dell’Italia nel processo di trasformazione della gestione dei rifiuti fra il 1997 ed oggi, ci sono riusciti. Adesso tocca alla Sicilia.

8 agosto 2018

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TimeSicilia


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