Economia italiana: dopo gli investimenti e l’occupazione in calo anche l’esportazione

Renzi e il ministro dell’Economia, Padoan, dovrebbero occuparsi d’altro, evitando di fare ulteriori danni. Finora tutte le loro promesse di in materia di ripresa economica si sono rivelate false. Adesso si riducono anche le esportazioni. Ed è anche logico: per andare dietro all’America di Obama, paghiamo a caro prezzo l’embargo vero la Russia che è un mercato privilegiato per i nostri prodotti. Siamo governati da gente inutile!

di Riccardo Gueci

Renzi e il ministro dell’Economia, Padoan, dovrebbero occuparsi d’altro, evitando di fare ulteriori danni. Finora tutte le loro promesse di in materia di ripresa economica si sono rivelate false. Adesso si riducono anche le esportazioni. Ed è anche logico: per andare dietro all’America di Obama, paghiamo a caro prezzo l’embargo vero la Russia che è un mercato privilegiato per i nostri prodotti. Siamo governati da gente inutile!  

Va assumendo sempre più i contorni della farsa quella recitata quasi quotidianamente dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e del ministro dell’Economia, Giancarlo Padoan, sulla ripresa economica, sull’occupazione, sul debito pubblico e su tutto ciò che ha a che fare col superamento della crisi. Più i dati ufficiali dicono che i fatti economici del nostro Paese vanno male o sono stagnanti e più loro si ostinano a dire che sono in possesso di dati che dicono il contrario.

Tutti gli osservatori nazionali ed esteri presentano stime al ribasso rispetto alle previsioni del governo, Confindustria compresa, e tuttavia il governo assicura che il debito diminuirà, non solo, ma nel prossimo Def – Documento di economia e finanza – sarà previsto un taglio al carico fiscale sulle imprese, sulle pensioni minime e sui redditi, di dieci miliardi di Euro.

Verrebbe da dire: non è mai troppo tardi. Ma immediatamente dopo viene da dire: dove prenderà questi soldi? E qui la risposta non può che essere: lo sforamento dei parametri del bilancio statale, tagli alla Sanità e proseguimento del blocco della rivalutazione delle pensioni, Salvo più in là a sanare questo debito con i pensionati tramite una mancetta, com’è già avvenuto nel recente passato.

L’ultimo dato negativo sull’andamento dell’economia nazionale è il calo sensibile delle esportazioni. Nel mese di luglio di quest’anno si è verificata una flessione delle esportazioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente dello 0,6 per cento, che su base annua corrisponde al – 7,3 per cento. Un risultato negativo così vistoso non si registrava da sei anni.

Nel 2010 l’Italia era in piena crisi economica – anche allora avevamo un imbonitore politico al governo che affermava che lui la crisi non la vedeva, che i ristoranti erano pieni e sugli aerei non si trovava posto – e tuttavia le esportazioni costituivano un fattore di tenuta dell’economia nazionale. Adesso, dopo due anni di governo Renzi e della pletora di esperti economici e finanziari presenti alla sua corte, registriamo anche la flessione delle esportazioni, oltre a quelle dell’occupazione e degli investimenti.

Ciò nonostante continuano ad affermare che la ripresa è vicina, anche se lenta, abbiamo invertito la tendenza, sono stati creati 400 mila nuovi posti di lavoro… con la litania della crescita, grazie al Jobs-Act ed agli 80 Euro di fiscalizzazione degli oneri gravanti sui redditi medio-bassi.

Permetteteci di nutrire qualche perplessità sulle assicurazioni governative. Lo facciamo in base a valutazioni oggettive riguardanti l’apparato produttivo nazionale. E ci limitiamo a ricordare alcune delle perdite delle capacità produttive italiane, quelle più significative, iniziando da tutto il settore del fashion.

Dalla produzione dei tessuti alle principali griffe dell’abbigliamento e dei suoi complementi (borse, scarpe, calze, ecc.), con le quali si è affermato il made in Italy nel mondo, passati interamente sotto controllo francese; il comparto della meccanica, passato ai tedeschi; la Fiat trasferita in Olanda e sede fiscale a Londra nonché le produzioni a Detroit; una delle principali banche sotto il controllo spagnolo, le telecomunicazioni ai francesi.

Inoltre sono state chiuse attività nel comparto metallurgico: gli acciai speciali della Thiessen e l’alluminio dell’Alcoa, non trascurando la scomparsa per fallimento di migliaia di piccole e medie imprese (specialmente del Veneto) o perché soffocate in piena crisi dal “rigore” di Equitalia, rigore che in alcuni casi ha portato gli imprenditori al suicidio.

Infine, la più assurda delle misure che ha messo in ginocchio il settore agroalimentare: l’adesione ubbidiente agli ordini degli Stati Uniti di Barak Obama: l’embargo verso la Russia, uno dei mercati più ricchi della nostra produzione agricola ed agroindustriale.

Con un apparato produttivo tanto compromesso e ridimensionato, la domanda sorge spontanea: con quali mezzi si potrà avviare la ripresa produttiva, l’occupazione e la crescita? Si pensi che nella sola Sicilia negli ultimi venti anni sono scomparse oltre sessantamila imprese artigiane: erano 85mila alla fine degli anni 90 del secolo scorso, sono meno di ventimila oggi. E se si considera che gli artigiani dei servizi sono sempre in attività – Meccanici, elettrauto, gommisti, carrozzieri, estetiste, ecc. – se ne deduce che quello scomparso è l’artigianato di produzione, cioè quello che produce valore aggiunto e quindi ricchezza e sviluppo.

Pertanto ai fini della ripresa di sicuro non possiamo contare sul grande capitalismo italiano che ha svenduto tutte le sue aziende ed i suoi brand per realizzare liquidità e rifugiarsi nella finanza.

Un esempio vivente di questo capitalismo è offerto da Tronchetti Provera, il quale ha indebitato Telecon, ha poi svenduto quanto più possibile del patrimonio di Telecom in Sud America ed in Europa per assicurarsi i suoi dividenti, ha mandato in malora i piccoli risparmiatori ed adesso sembrerebbe faccia il banchiere, avendo rilevato – tramite complicate operazioni estere con altri soci – un ramo di attività di Unicredit.

Di esempi del capitalismo straccione nostrano se ne possono portare una infinità. Ci limitiamo qui a ricordarne un altro significativo, quello rappresentato dai Riva con le acciaierie Ilva di Taranto. Ai tempi delle fregola delle privatizzazioni hanno acquistato lo stabilimento Italsider. Da allora non hanno mai fatto un investimento riguardante le tecnologie antinquinamento, provocando l’avvelenamento del quartiere Tamburi di quella città.

C’è voluto, poi, un intervento di una coraggiosa procuratrice di quel Tribunale per muovere il potere politico ad estromettere dalla gestione i Riva, ad intervenire per l’ammodernamento tecnologico antinquinamento dell’impianto metallurgico per poi rimetterlo nel mercato. Dobbiamo solo sperare che nel riproporlo al mercato venga introdotta una clausola che ove alla nuova gestione omettesse in futuro di curare le misure e gli accorgimenti antinquinamento, .’impianto medesimo verrà confiscato immediatamente.

Al di là di queste divagazioni, resta la domanda centrale: con quale apparato produttivo il governo pensa di avviare la ripresa economica nazionale?

Speriamo solo che la strategia d’uscita dalla crisi non sia affidata alle Olimpiadi del 2028, perché da qui ad allora gli italiani dovranno pur campare. Quindi sarebbe ora di smetterla con la farsa delle cifre e pensare ad un intervento pubblico strutturale creando le condizioni per il recupero di una economia mista fondata sia sulla gestione pubblica che sulla libera iniziativa privata, così come è stato negli anni del boom del secolo scorso.

Infatti, la modernizzazione del sistema produttivo italiano fu possibile per la presenza di una forte azione pubblica nell’economia produttiva. Speriamo bene.

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