Elezioni nel Regno Unito, Corbyn: “Combattere il terrorismo con un NO alle guerre nei Paesi stranieri”
Editoriale, Esteri

Elezioni nel Regno Unito, Corbyn: “Combattere il terrorismo con un NO alle guerre nei Paesi stranieri”


Antonella Sferrazza

Domani, Giovedì 8 Giugno,  nel Regno Unito andranno in scena le elezioni politiche. Tutti alle urne per il rinnovo dell’House of Commons, la camera bassa del Parlamento britannico. Sappiamo che la premier conservatrice, Theresa May, al governo da quando David Cameron, in seguito all’esito del referendum sulla Brexit, si è dimesso,  ha indetto il voto con tre anni d’anticipo e dopo meno di un anno al governo. Sicura che gli elettori l’avrebbero riportata in sella più forte di prima.

La realtà potrebbe riservarle qualche sgradita sorpresa. I laburisti di Jeremy Corbyn, nelle ultime settimane, hanno risalito la china marcando da vicino il partito della May. Gli ultimi sondaggi parlano di un 3% di differrenza o, addirittura, di un testa a testa. L’uomo che per alcuni esponenti della pseudo sinistra italiana era destinato a perdere “perché troppo di sinistra”, sta dando del filo da torcere. E, pure se non vincesse, quello che è certo è che Theresa May , con ogni probabilità, dovrà dire addio ad un governo monocolore. Sembra quasi impossibile, a questo punto, che i conservatori riescano a superare la soglia dei 326 seggi necessari a costituire una maggioranza di governo.

Corbyn piace ed è una realtà. E non è solo, come qualcuno lascia intendere, la questione terrorismo a rendere più ardua la vittoria dei conservatori. Anche su questo la sua posizione è originale e la vedremo a breve. Ma ciò che i britannici amano di lui è proprio il suo essere di sinistra: il rifiuto del sistema incentrato sulla finanza,  la difesa dello Stato sociale e, certamente,  la critica all’imperialismo occidentale.

E’ distante anni luce dal New Labour di Tony Blair, questo sì, paragonabile alla sinistra italiana: emblema del neoliberismo guerrafondaio che tanti proseliti ha fatto in Europa:
“In questo senso, – scrive Andrea Muratore su l’intellettualedissidente.it vedere Tony Blair prendere le distanze da Jeremy Corbyn ci rinfranca: l’attuale Segretario, depositario di una forte presa sulla base del partito, propugna un rilancio del ruolo dello Stato nell’economia, la nazionalizzazione delle ferrovie e delle autorità di produzione e smistamento dell’energia, una redistribuzione del carico fiscale e ingenti investimenti infrastrutturali. Sanità, istruzione e lavoro sono al centro dei suoi progetti: sotto questo punto di vista, Corbyn punta a sfondare nell’elettorato giovanile e nel campo degli “sconfitti della globalizzazione” della middle class e dei ceti popolari che hanno votato la Brexit dopo aver, in larga parte, voltato le spalle al Partito Laburista, di cui costituivano una spina dorsale in chiave elettorale, sull’onda lunga della sua deriva globalista. La lotta alle disuguaglianze è centrale nel pensiero di Corbyn”.

Veniamo dunque alla questione terrorismo.  L’originalità di Corbyn non sta solo nell’avere accusato  Theresa May di avere tagliato le risorse per la polizia, ma, soprattutto, nel sapere guardare al fenomeno nel suo complesso:

“Abbiamo fatto la guerra al terrore, siamo andati a combattere in paesi stranieri e ora- ha detto Corbyn- ci ritroviamo con i terroristi in casa: i soldati per le strade britanniche dimostrano che abbiamo sbagliato tutto, che la strategia interventista ha fallito”. 

Una presa di posizione sincera e coraggiosa: basta guerre esportate in Medio Oriente e, forse, i terroristi non avranno più motivo di colpire questo Paese, come gli altri.

La rimonta di Corbyn non è sfuggita ai media di Stato che, come nella migliore tradizione, hanno reagito censurandolo. Sabato scorso ha tenuto un discorso in cui ha criticato, ad esempio, i rapporti tra il governo britannico e l’Arabia Saudita. Ebbene, la BBC ha mostrato solo un minuto del suo ‘speech’, mentre ha mandato in onda per intero quello della May.

Sui social network e sui giornali non allineati, la protesta è stata vivace, come potete vedere da alcuni tweet.

Anche sulla Brexit le posizioni sono diverse. Il leader laburista ha assicurato di voler “rispettare il risultato del referendum”, di voler negoziare “un accordo di libero scambio con Bruxelles” e di mantenere rapporti stretti con l’Europa. Magari pagando all’Ue “quanto legalmente dovuto” per il divorzio.

Per Theresa May, invece, “nessun accordo sulla Brexit è meglio di uno cattivo”.

Vedremo cosa succederà domani. I primi exit poll sono previsti per le 22 ore locali (le 23 in Italia), ma per i risultati ufficiali bisognerà aspettare l’alba.

post it
Il sistema elettorale in vigore nel Regno Unito è un maggioritario a turno unico.Il territorio nazionale è diviso in collegi uninominali, nei quali sono presentate singole candidature. Viene eletto il candidato che ottiene il maggior numero di voti. Nonostante tutta l’attenzione sia rivolta ai leader dei partiti, gli elettori non scelgono direttamente il premier, solo il loro deputato locale.
È un sistema elettorale estremamente semplice ed immediatamente comprensibile per l’elettore.
D’altro canto, esso è spesso criticato perché non in grado di garantire adeguatamente la rappresentatività. Essendo sufficiente la maggioranza relativa dei voti per l’elezione, tutti i voti attribuiti ai candidati non eletti – che potrebbero anche costituire una maggioranza consistente – rimangono privi di rappresentanza.

7 giugno 2017

Autore

AntonellaSferrazza


Rispondi

Seguici su Twitter
Chi Siamo

Giornale online diretto
da Giulio Ambrosetti

vice direttore
Antonella Sferrazza

timesicilia@gmail.com

Powered by GianBo