Eugenio Corini: ieri eroe, oggi martire

Benvenuto Caminiti (nella foto con Corini) ci racconta di un suo recente incontro con l’ormai ex allenatore del Palermo e ricorda i sogni rosanero ormai andati in frantumi: “Zamparini, che nei suoi primi anni a Palermo fu un eroe di questa città, al punto che gli venne offerta la cittadinanza onoraria, ne sta diventando il giustiziere”

Benvenuto Caminiti (nella foto con Corini) ci racconta di un suo recente incontro con l’ormai ex allenatore del Palermo e ricorda i sogni rosanero ormai andati in frantumi 

di Benvenuto Caminiti

Tornare dove sei stato felice può essere più rischioso che tornare sul luogo del delitto: quasi sempre sbatti il muso contro un muro che non ti aspetti. E’ successo ad Eugenio Corini quando non ha resistito alla voce flautata del cuore ed ha accettato la proposta di Zamparini di allenare il Palermo.

“L’ho fatto di slancio, senza pensarci un istante!”, mi ha sussurrato all’orecchio – quasi stesse svelando chissà che segreto – due giovedì fa, quando andai a trovarlo al campo di allenamento di Boccadifalco. Poi, sempre sottovoce, ha aggiunto: “Mi sa, però, che avrei dovuto pensarci prima. Anche solo qualche minuto, il tempo di far tornare alla memoria come ci eravamo lasciati, io e il presidente”. Non disse altro quella mattina, era contento dei libri che gli avevo regalato e dedicato e gli occhi gli brillavano di commozione. “Grazie, Benvenuto! L’ufficio stampa del Palermo mi passa tutti gli articoli nei quali parli di me e ti ringrazio della stima e ancor più dell’affetto… Si vede che segui la scia di Vladimiro, il tuo grande fratello: lo ricordo, appena ventenne, quando sono arrivato alla Juve e lui era già il numero uno di “Tuttosport”!”.
Io Corini me lo immaginavo così da quella notte del 29 maggio 2004 quando il Palermo, battendo la Triestina, conquistò la matematica promozione in serie A: il capitano coraggioso di una formidabile squadra e di una lunga, strepitosa cavalcata. Un leader nato, come ne ho conosciuti pochi nella mia lunga carriera di tifoso, capace di risollevare la truppa nei periodi difficili di quelle memorabili stagioni.
Ma la cosa che di lui mi colpì subito fu il suo feeling spontaneo con i tifosi, una sorta di intesa naturale: gli bastò indossare per la prima volta la maglia rosanero per sentirsi uno di noi. Uguale a noi: gli stessi palpiti, le stesse emozioni. Gli bastava alzare lo sguardo verso la Curva, mentre si accingeva a battere un calcio d’angolo e sventolare le braccia perché tutto lo stadio si levasse in piedi in un applauso fragoroso. Mai visto, né prima né dopo di lui, niente di simile.
Insomma, quella mattina a Boccadifalco, abbracciandolo, mi è sembrato di abbracciare “quel” Corini, il capitano, la guida in campo della squadra, l’uomo al quale si rivolgeva Guidolin quando qualcosa tatticamente non lo convinceva: Corini correva verso la panchina, i due parlottavano qualche istante e subito dopo si percepiva ad occhio come cambiava la musica in campo.
Ebbene, chi meglio di lui come allenatore del Palermo? Lui che, da quell’indimenticabile notte del ritorno in serie A, custodiva nel cuore un sogno: “Un giorno io, Eugenio Corini, allenerò il Palermo… Il mio Palermo!”.
Ero certo – e con me tutto il “popolo rosanero” che, nel frattempo si stava ricompattando (da anni non si vedevano venticinquemila tifosi sugli spalti) – che lui, solo lui poteva salvare il Palermo, una squadra, ormai alla deriva. L’emblema del riscatto rosanero era di nuovo tra noi e questo già bastava a far galoppare con la fantasia i tifosi: “Lui salverà il Palermo e l’anno prossimo faremo una grande squadra!”. Questo sognavano i tifosi, felici di riabbracciare il loro “eroe”. Ma non avevano fatto i conti col “padrone delle ferriere”, colui che fa e disfa a suo piacimento e che prova un gusto sadico a ribaltare, alla prima avvisaglia positiva, l’ordine delle cose.
“Corini vuole in rinforzi? E insiste pure… Beh, questo pretende troppo!”. Se la rideva il presidente ed è rimasto inerte, mentre il mercato di riparazione andava avanti per conto suo… Tutta una strategia per costringerlo a rassegnare le dimissioni.
Ho ancora davanti agli occhi il suo sguardo triste mentre si congedava dai pochi cronisti che lo aspettavano al varco: “Ho preso, sia pur soffrendo molto, l’unica decisione possibile”. .
Ed eccoci qui, noi poveri tifosi bistrattati, trattati come zavorra. Tifo Palermo da quasi settant’anni ma non l’ho visto mai ridotto così male, neanche nel suo periodo peggiore, quando faceva l’ascensore fra serie C e serie B; quando veniva penalizzato per il toto scommesse; quando venne, perfino, cancellato per debiti dal calcio per un’intera stagione. Eravamo affranti, disperati, ma mai rassegnati, perché la passione, quella vera, quella che ti fa trepidare ogni domenica e sperare nella vittoria ogni volta che la tua squadra scende in campo, quella non si cancella, resta per sempre. E, pur nella bufera peggiore, tornerà a riscaldarti il cuore.
Zamparini, che nei suoi primi anni a Palermo fu un eroe di questa città, al punto che gli venne offerta la cittadinanza onoraria, ne sta diventando il giustiziere. Calcisticamente parlando. E tuttavia, fra i tanti gravissimi peccati commessi, bisogna riconoscergli un merito, sia pure inconsapevole: quello di avere innalzato Corini dal già mirabile livello di eroe (qual è per noi tifosi da quasi vent’anni) a quello di martire.

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