Generazione distribuita: anche in Sicilia acqua ed energia gratuite dal cielo
Editoriale

Generazione distribuita: anche in Sicilia acqua ed energia gratuite dal cielo


Time Sicilia

La scienza e la tecnologia, oggi, mettono a disposizione dell’uomo soluzioni alternative alla tradizionale energia, che paghiamo a caro prezzo, e all’acqua (paghiamo anche questa). Con l’energia solare e con il recupero dell’acqua piovana è possibile fornire acqua ed energia riducendo i costi. Servono buona volontà e una buona legge regionale: in una parola, la volontà politica   

di Mario Pagliaro

L’impetuoso sviluppo delle tecnologie, e il crollo dei costi registrato negli ultimi anni, consente già oggi ai siciliani di approvvigionarsi autonomamente di energia e di acqua pulite e a bassissimo costo. Tanto per gli usi domestici, che per quelli produttivi.

Lo verificheranno ad esempio fra qualche giorno docenti e studenti della scuola materna inaugurata il 15 Gennaio a Ragusa – l’antica masseria di Contrada Bruscè (è la foto sopra che illustra questo articolo) – che utilizza il tetto di 750 metri quadri per ospitarvi tanto i pannelli fotovoltaici che per captare la pioggia, poi gestita con un moderno sistema di recupero delle acque piovane.

C’è un modo semplice, infatti, e sorprendentemente efficace per approvvigionare di acqua tanto gli edifici che le campagne: dotarli dei sistemi di recupero dell’acqua piovana.

Sorprendente per i risultati concreti conseguiti in tutto il mondo, e per quelli teorici che ci dicono, ad esempio, che il 50% del fabbisogno idrico domestico di gran parte dei Paesi economicamente sviluppati, e una percentuale ancora più grande per quelli in via di sviluppo, può essere coperto raccogliendo e riutilizzando l’acqua piovana.

Generazione distribuita? Energia ed acqua gratuite dal cielo

Esattamente come avviene con i pannelli solari fotovoltaici e fototermici con i quali gli utenti degli edifici iniziano a generare dal sole l’elettricità, l’acqua e l’aria calda che gli servono, lo stesso avviene con l’acqua piovana: raccogliendone “ogni preziosa goccia” per usare lo slogan di una felice campagna di comunicazione di una municipalizzata italiana di qualche anno fa.

Tanto in città che in campagna la relazione con l’acqua piovana si ribalta: invece di vederla come una risorsa da ‘smaltire’ il più rapidamente possibile convogliandola attraverso i tombini alla rete fognaria che la porterà a mare, l’acqua piovana viene intercettata immediatamente dopo la sua caduta, in prossimità di dove sarà consumata, utilizzando l’ambiente costruito.

I serbatoi dove contenere l’acqua raccolta – invece che sui tetti come avviene in numerosi centri abitati della Sicilia – si spostano alla base degli edifici dove vengono progressivamente riempiti con l’acqua piovana proveniente proprio dal tetto: e non con quella fornita a giorni alterni dalla rete idrica e prelevata con una pompa elettrica (“il motorino”, in Sicilia).

In questo modo, si abbattono i costi per l’approvvigionamento idrico in misura pari al costo dell’acqua che si sarebbe prelevata dalla rete idrica; mentre la riduzione del prelievo di acqua dalla rete contribuisce a migliorare la qualità complessiva dei corpi idrici (invasi, laghi, fiumi, falde e pozzi).

Va bene anche per l’acqua potabile?

L’acqua piovana è la forma più pura di acqua presente nell’ambiente naturale: contiene infatti poche decine di milligrammi di residuo solido fisso, a fronte di valori che possono superare i 500 milligrammi per litro nell’acqua prelevata dalle reti idriche (il limite di legge è 1500 mg/l).

Tuttavia, dopo aver toccato il suolo – tipicamente sul tetto – l’acqua piovana si contamina rapidamente sciogliendo o semplicemente trascinando con sé possibili contaminanti organici (solventi, feci di uccelli, oli, pesticidi etc) e inorganici (metalli pesanti, silice, minerali ecc.).

Ma siamo nel 2018, e i moderni sistemi di recupero sono attrezzati per recuperare acqua piovana e restituirla come acqua priva di carica batterica e, se necessario, anche come acqua potabile come avviene in molti Paesi – ad esempio, in Ghana – dove la rete idrica e gli impianti di potabilizzazione sono carenti e la disponibilità di acqua potabile dunque limitata.

Il recupero acque piovane nel 2018: sistemi semplici e avanzati

Nel dettaglio, un moderno sistema di recupero (foto sopra) è composto da un serbatoio in cemento oppure in leggero e durevole polietilene (con capienza che tipicamente va da 3mila a oltre 40mila litri), e di un filtro a cestello per la rimozione tanto dei corpi solidi grossolani (rami, carta, fogliame, pietrisco ecc.), sia dei solidi fini (fango, limo, sabbia ecc.) che vengono trascinati nel dilavamento delle superfici.

Il serbatoio è tipicamente alimentato dalle acque convogliate dalle grondaie, con esclusione della raccolta del flusso iniziale (quello più ricco di sostanze inquinanti).

Per tutti gli usi non potabili, normalmente il sistema di recupero è collegato all’impianto idraulico dell’edificio tramite un gruppo di regolazione del flusso e pompaggio, che fa sì che l’acqua piovana recuperata venga così utilizzata per tutti gli usi che non richiedono acqua potabile.

Il 50 per cento del fabbisogno domestico

Nelle abitazioni civili di un Paese come l’Italia, una percentuale fino al 50 per cento del fabbisogno giornaliero d’acqua può essere fornito dal recupero delle acque piovane.

Ad esempio, in Sicilia il consumo giornaliero pro capite d’acqua potabile in una famiglia è intorno ai 150 litri a persona.

Nel dettaglio i dati dei consumi tratti dall’Ecosistema Urbano 2017 di Legambiente ci dicono che, soltanto ad Agrigento, afflitta da annosi problemi idrici, si consumano poco più di 100 litri pro capite.

Capeggia Trapani, con 183 litri litri/abitante/giorno:

1. Trapani: 183
2. Siracusa 158
3. Catania 151
4. Messina: 146
5. Ragusa: 142
6. Palermo: 138
7. Enna: 122
8. Caltanissetta: 121
9. Agrigento: 107

La tipologia dei consumi non è diversa da quella dell’Alto Adige, dove il consumo giornaliero pro capite è di 150 litri. Di questi, circa 100 sono consumati fra servizi igienici e igiene del corpo. Il resto se ne va per lavare il bucato, le stoviglie, per innaffiare e per pulire la casa. Per cucinare e per bere, usi per cui è richiesta acqua potabile, si consumano circa 20 litri al giorno.

L’acqua piovana recuperata può essere dunque utilizzata per i servizi igienici, per innaffiare e per la pulizia della casa e dell’auto. Con un trattamento minimo, come quello assicurato da alcuni filtri multi-stadio e dal debatterizzatore, l’acqua recuperata dalle piogge può anche essere usata anche nella lavatrice e nella lavastoviglie riducendo – e di molto – anche il consumo di detersivi. L’acqua piovana, infatti, ha un bassissimo contenuto di calcare.

In questo modo sarebbe possibile utilizzare circa 75 litri d’acqua piovana per persona al giorno con un risparmio di pregiata acqua potabile pari al 50 per cento dei consumi.

Recupero su scala urbana

Sono decine, in tutto il mondo, i casi in cui il recupero delle acque piovane è praticato con successo su scala urbana.

Per non andare troppo lontano, questi sistemi sono usati dalla gran parte dei 56mila residenti di Sant Cugat del Vallès, in Spagna, che a fronte di consumi individuali molto elevati e precipitazioni scarse (515 mm di pioggia, la media annuale), dal 2002 hanno iniziato a dotarsi di sistemi di recupero dell’acqua, molti dei quali sono equipaggiati con moderni sistemi di depurazione che forniscono acqua di qualità molto elevata.

La ex capitale del carbone tedesco, la città di Essen, 570mila abitanti, è stata European Green Capital 2017 anche grazie alle soluzioni adottate per trattenere le acque piovane all’interno delle aree verdi, pubbliche e private: trincee drenanti, tetti verdi e bacini di ritenzione e rinaturalizzazione.

Recupero delle acque piovane in agricoltura

Per far comprendere il potenziale dell’uso del recupero delle acque piovane in agricoltura basta un esempio.

Quello della provincia rurale di Gansu, in Cina, dove in soli 4 anni, fra il 1996 e il 2000, due milioni di persone hanno risolto la cronica carenza d’acqua (solo 300 mm di pioggia, concentrata in 3 mesi) grazie a 2 milioni e 200mila sistemi di recupero delle acque piovane la cui capienza complessiva superiore ai 73 milioni di metri cubi, si è rivelata capace di fornire tanto l’acqua potabile che quella per l’ulteriore irrigazione di 236mila ettari di terreno.

Il governo provinciale ha semplicemente fornito ai contadini il cemento per realizzare le cisterne interrate.

Guidati fin dal 1996 dagli studiosi dell’Istituto di conservazione dell’acqua di Luzhou, capitale della provincia, i contadini hanno quindi realizzato i sistemi di recupero utilizzando come superfici captanti strade, cortili, tetti di case e fattorie, e persino le serre. In breve tempo, la crescita dei raccolti è stata mediamente del 40%.

Sicilia: una legge regionale sulla generazione distribuita

La Sicilia ha il livello di piovosità più basso fra le 20 regioni italiane: una media di 716 mm nel lungo periodo compreso fra il 1921 e il 2005, con fortissime variazioni all’interno di quella che è una vera e propria isola-nazione (immagine del Servizio Informativo Agrometeorologico Siciliano); i massimi livelli di irraggiamento solare del Paese; e un enorme patrimonio immobiliare secondo, e di poco, solo a quello della Lombardia: 1.722.072 edifici.

Sono le condizioni ideali per ricorrere alla generazione distribuita su larga scala, utilizzando il patrimonio edilizio per intercettare il flusso di energia e di acqua che ogni anno lo raggiunge.

Per farlo su scala regionale, serve una Legge regionale all’avanguardia – approvata col sostegno di tutte le forze politiche – per portare la generazione distribuita di acqua ed energia a tutti: partendo dai meno abbienti e da chi risiede negli arcipelaghi della Sicilia.

Occorre agire su due fronti: uno che riguarda famiglie e imprese, e l’altro che riguarda l’intero sistema. L’obiettivo è lo stesso: la libertà energetica che in Sicilia sarà raggiunta molto prima che nel resto del Paese.

Oggi la gran parte delle famiglie e delle aziende siciliane non può installare un impianto solare sul tetto o sulla facciata a causa dei vincoli di tutela paesaggistici o storico-artistici.

Siamo il Paese che ha inventato le tegole fotovoltaiche, ed abbiamo realizzato impianti solari sugli edifici che vengono studiati in tutto il mondo. Ma non lo sa nessuno.

Chi sa, ad esempio, che a Gela, il tetto della ex Chiesa di San Giovanni Battista, rifatto insieme agli interni nel 2015, è realizzato con eleganti quanto efficienti tegole fotovoltaiche in cotto che in pieno sole generano una potenza di picco di 6 kW (chilowatt)?

La nuova Legge regionale conterrà dunque le Linee guida per l’integrazione architettonica e paesaggistica degli impianti solari e di quelli per il recupero delle acque piovane. Dopo, realizzare un impianto solare a Pantelleria o nel centro di Catania diverrà semplice come procedere alla ristrutturazione del proprio appartamento.

Nel Dicembre del 2013 un grande dirigente sportivo e pallanuotista contro cui abbiamo avuto il privilegio di giocare – Francesco Scuderi – perse la vita cadendo dal tetto di una piscina di Catania sul quale era salito per controllare le infiltrazioni d’acqua dovute alla pioggia battente.

Tutti gli impianti sportivi siciliani – richiederà la nuova Legge regionale finanziandoli con una piccola parte delle enormi risorse comunitarie dedicate ogni anno alle energie rinnovabili – dovranno avere sul tetto la guaina fotovoltaica (nella foto con l’Etna sullo sfondo, un impianto fotovoltaico su guaina a Piano Tavola) che azzera le infiltrazioni, produce grandi quantità di elettricità proprio lì dove serve, ed è perfetta per convogliare l’acqua piovana al sistema di recupero dell’acqua della pioggia.

Sarebbe bello se la Legge regionale fosse dedicata alla sua memoria.

24 gennaio 2018

Autore

TimeSicilia


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