Gioacchino Basile racconta 3/ Gli anni della scuola, quando a casa non c’erano nemmeno i soldi per i quaderni
Carta bianca

Gioacchino Basile racconta 3/ Gli anni della scuola, quando a casa non c’erano nemmeno i soldi per i quaderni


Time Sicilia

Questa terza puntata del racconto di Gioacchino Basile è dedicata alla Palermo degli anni ’60 del secolo passato vista dagli occhi di un dodicenne che viveva in un quartiere della città povero, dove si avvertiva la presenza di ‘Cosa nostra’

L’anno scolastico 1960/61 fui iscritto nella scuola Professionale di Avviamento Commerciale Giuseppe Piazzi, sita in quel tempo in via Maqueda, dove da 50 anni c’è l’Archivio Comunale.

Mia madre, aggredita quotidianamente dai problemi familiari ( i figli ora eravamo 4 è lei aveva solo 30 anni) accettò il consiglio d’una signora che conosceva già quella scuola, che era stata già frequentata dal suo figlio maggiore. Nessuno aveva spiegato a mia madre che le scuole Medie e/o Professionali di Avviamento Commerciale potevo trovarle anche più vicine a casa.

Ogni santa mattina, dovevo uscire di casa alle ore 7,15 fare circa 1 Km a piedi, fino ad arrivare alla piazzuola sita proprio ai piedi della scala vecchia che s’arrampica nella montagna del Montepellegrino.
In quella piazzuola c’era il capolinea del Filobus n. 13 che, dopo circa 45 minuti, quando andava bene, arrivava in via Roma, dove scendevo all’altezza di via Calderai, strada di artigiani, che la collegava con via Macqueda dove si trovava la scuola.

Ogni mattina, quando quell’affollatissimo Filobus, da via Gaetano Daita svoltava per Piazza Politeama, cominciavamo già a sentire il bollettino dei morti ammazzati per bocca di uno strillone che vendeva i giornali in Piazza Politeama. Non ho ricordo di un giorno senza l’annuncio mortuario dello strillone: un uomo di bassa statura, grasso, tanti capelli ed una evidentissima malformazione guanciale. Non ho ricordi di commenti pietosi nei confronti dei morti ammazzati da parte dei viaggiatori adulti, che nella parte posteriore dell’autobus con il bigliettaio, o davanti dall’autista, ricevevano le prime informazioni; in quali rioni erano accaduti i delitti, di come erano stati eseguiti, ecc…

Frequentai quella scuola per soli 2 anni poi abbandonai tutto… Non riuscivo più a convivere pacificamente con le difficoltà di mia madre, che ogni mattina doveva darmi le 50 lire per pagare il Filobus, ed i disagi che si creavano in famiglia ogni qualvolta avevo bisogno di comprare il necessario per la scuola. A soli 12 anni ero già vinto dallo sconforto e assetato di rivalsa contro quella che era certamente una società approssimativa, ingiusta e cinica anche nel mondo della scuola di quel tempo.

Niente, nulla mi appartenne veramente di quegli anni vissuti in quella scuola; l’unico ricordo che m’è rimasto è quello d’un vice preside fascista dichiarato, che ci schiaffeggiava anche per futili motivi, selezionando le sue vittime sempre fra i figli dei meno abbienti e degli operai. Con altri invece, ad esempio i tanti figli di commercianti del centro città, era un lacchè sempre disponibilissimo.

In quel tempo “mi ero fidanzato” con la mia prima ragazzina (Anna) figlia d’un commerciante di abbigliamento con negozio in via Roma. Pur di stare mezz’ora al giorno insieme a lei marinai la scuola per ben due mesi consecutivi: le suggestioni sentimentali di quel primo amore mi aiutarono a fuggire dalle mie responsabilità nei confronti dei miei genitori, che invece in presenza dei loro sacrifici si aspettavano un comportamento più responsabile da parte mia.

Ero fuori controllo dai miei genitori, e di tanto in tanto cercavo di convincerli a non mandarmi più a scuola:

“Non m’interessa perdere tempo a scuola… voglio imparare un mestiere”.

Ma non era veramente così. Anzi, il problema vero era che quella scuola era lo specchio delle mie ed altrui discriminazioni. Mi sarebbe piaciuto studiare, ma l’abbandonare la scuola consentiva a me di non subire le molte umiliazioni: quasi sempre non avevo l’album di disegno, il quaderno di computisteria, il quaderno di calligrafia, quello di stenografia, quello di matematica e via continuando. Ogni volta esibivo l’umiliante giustificazione di dire che mi ero dimenticato di comprarli e/o di averli dimenticati o perduti: non dissi mai la verità, e cioè che mie madre poverina non riusciva a far fronte a tutto, con il poco salario di operaio delle ditte (mafiose) di mio padre, ed io molte volte per non metterla in difficoltà non le chiedevo i soldi per comprare il materiale scolastico.

Nei casi in cui, alla mancanza del materiale didattico, davo “giustificazioni indolenti” i prof. e/o le prof. per punirmi chiamavano il vice Preside, di cui dovevo subire di fronte a tutta la classe ceffoni e minacce di espulsione dalla scuola…

Alcune volte insultava anche i miei genitori (lo faceva anche con altri), che a suo dire se ne fottevano del nostro futuro… Dio mio, in quei casi mi veniva la voglia di saltargli addosso: ma era troppo grosso per i miei 12 anni…

Non era la paura fisica a bloccarmi, ma il risvolto del peggiore danno che ne avrei subito, nel caso mio padre avesse saputo delle violenze di cui mi (ci) faceva oggetto quel bastonatore di ragazzini. Mai mio padre avrebbe tollerato (sic) che qualcuno mi mettesse le mani addosso.

I mesi in cui m’assentai completamente da scuola andavo a zonzo per la città. Scoprivo i suoi vicoli, nelle sue ferite ancora aperte, nelle sofferenze e le privazioni vissute con allucinante normalità della gente. Dentro le visceri della mia città c’era una fascia di povertà molto più profonda da quella vissuta con dignità dalla mia famiglia. Quando vedevo i figli di gente che sapevo privilegiata perché più fortunata o perché legata al potere dal servilismo clientelare, mi chiedevo cosa avessero loro più di me, e non riscontravo null’altro che la loro meschina è vuota aria di superiorità, legata all’esibizione delle scarpe nuove ed agli abiti belli e nuovi; alle loro cartelle gonfie di libri, album e quaderni che i loro padri gli avevano comprato sfruttando fino alle estreme conseguenze quelli come mio padre, e forse anche rubando quel po’ che era destinato alla povera gente.

Questi fatti costituivano dentro di me un profondo disagio che si faceva rabbia ed assumeva il volto dell’invidia, facendomi cadere per alcuni momenti nel baratro dove i ragazzi perdono il contatto con la propria umanità e si chiudono alla speranza: è così che si comincia a diventare apprendisti criminali!

Quelli furono i mesi in cui la strada m’insegno le cose forse più importanti della vita; girovagavo e facevo amicizia con altri ragazzi (vuoti a perdere che frequentavano la scuola della strada) dei vari rioni del centro, dal Capo a Ballarò, dalla Vucciria a Corso Vittorio Emanuele fino a tutta la parte che, da via Lungarini e via Alloro, andava fino in Piazza Rivoluzione, dove una mattina mi fermai a guardare con attenzione la statuetta d’un uomo che stringeva al suo petto un serpente che gli mordeva il cuore per succhiarne il sangue… la linfa vitale.

Un anziano signore, che casualmente passava nelle immediate vicinanze, incuriosito dalla mia attenzione verso quella statuetta, s’avvicinò è come a volermi dare una lezione di vita (quasi un paterno avvertimento ) mi disse:

“Figliuolo questa statua è la più classica rappresentazione della simbologia del male di questa città”.

Restai molto impressionato dalle sue parole:

“Attento, figliolo – mi disse ancora – non lasciarti incantare dalle sirene buoniste di questa città, perché la sua gente è sempre stata geneticamente vile con chi l’ha amata. E’ serva degli infami che le hanno tolto ogni dignità… di questo antichissimo putto non si conosce l’autore perché la vile borghesia che domina storicamente la città ha voluto disperderne la coraggiosa memoria; l’autore ha rappresentato il volto di chi ha amato questa città, ed il serpente, la moltitudine che la tradisce a morte mordendo il cuore di chi l’ama”.

Di quel saggio messaggio, il ragazzino che ero non poteva cogliere il profondo significato. In quel tempo come potevo immaginare il mio vissuto, le mie amarezze e il devastante potere che hanno l’ipocrisia del potere è la viltà del bisogno? Ma, soprattutto, come potevo immaginare che una copia di quella statuetta che si ergeva a monito esistenziale dovessi poi trovarmela quasi tutti i giorni davanti dentro lo stabilimento navale… Era posta sopra un obelisco sito nella strada del Molo, accanto al bacino in muratura vecchio… Dio mio quante volte, quando ero preso dallo scoraggiamento, guardavo a quell’amaro simbolo con profonda tristezza.

In alcuni di quei giorni vissuti in libertà, avendo capito come funzionava il giuoco delle parti (avevo esperienza con il “lavoro” di mio zio Gino di cui parlerò più avanti), fra guardia di Finanza e contrabbandieri alla Vucciria, mi divertivo a fare da spettatore alla sceneggiata che andava in onda intorno alle ore 12,00 -13,00.

Alcuni giorni mi mettevo in attesa accanto all’edicola sita a pochissimi metri all’imbocco della scalinata che da via Roma scende giù per la Vucciria, dove c’era qualcuno sempre di guardia (sic): appena scattava l’operazione sceneggiata, costui dava l’avviso ai suoi compari contrabbandieri, che scappavano tutti all’interno di due stradine che portavano dentro il ventre dei vicoli che confluivano alla Vucciria. Erano i due vicoli lasciati liberi dai valorosi finanzieri che scendevano da tre lati (via Roma, Corso Vittorio Emanuele e Piazza San Domenico) per dare spazio di fuga a chi viveva del pane amaro dell’illegalità.

Molti fra i contrabbandieri, nel fuggire, non portavano nemmeno via le sigarette; le coprivano con degli scatoloni in attesa che i Finanzieri portassero a termine la commedia, recuperando qualche stecca di sigarette per verbalizzare l’intervento.

Alla fine del secondo trimestre scolastico, mia madre insospettita dal fatto che tergiversavo ogni qualvolta mi chiedeva come mai non le avevo portato la pagella, a mia insaputa andò a scuola, dove fece la dolorosissima scoperta che ero assente da circa due mesi. Quella sera, intrappolato di sorpresa, mio padre me le diede di brutto. Dovettero accorrere i vicini per frenare la sua rabbia. Si sentiva tradito. Non capiva che i traditi eravano tutti noi, povera gente.

Insistetti nel gridargli che non mi piaceva andare a scuola: ero tanto stordito dalle botte che non sentivo più alcun dolore, quando gli gridai che non intendevo più andare a scuola; che era tempo perso impormi una cosa che non mi piaceva.

Alla fine “vinsi” la più dura delle mie sconfitte esistenziali: quella di liberarmi della conoscenza e di quella crescita culturale senza la quali i muri sociali e professionali diventano quasi impossibili da scavalcare.
Imposi ai miei genitori la menzogna e la morte dei miei sogni perché non sopportavo più le discriminazioni che nel mio caso s’accentuavano anche quando non avevo potuto esibire un album da disegno specifico, un libro o il quaderno di computisteria che i miei genitori non avevano potuto comprarmi; eravamo già 5 figli e mio padre aveva un lavoro duro, mal pagato e peraltro non continuo.

Nel 1963, le condizioni lavorative di mio padre migliorarono sensibilmente e ci trasferimmo al secondo piano di un edificio di via Ruggero Loria al n. 51, strada sita proprio nel cuore di quella via Montalbo strettamente collegata alle vicende del mercato ortofrutticolo e del porto di Palermo che è sempre stata la zona franca della legalità dove le regole di ‘Cosa nostra’ e la sua infima subcultura ancor oggi si rappresentano in piena libertà.

Quello fu un giorno molto triste per me; ero consapevole d’essermi lasciato alle spalle gli anni più belli della mia vita, d’aver lasciato per sempre i miei coetanei, le nostre innocenti battute di caccia sul Monte Pellegrino che conoscevamo come le nostre tasche, e la tanta gente che malgrado il mio essere ribelle mi voleva bene. Quante ne avevo combinato Dio solo lo sa. Ero stato sempre irrequieto e non avevo mai accettato passivamente alcun torto, anche a costo delle brutte legnate che poi finivo col prendere da mio padre e da mia madre.

Quante guerre contro i ragazzi dell’Acquasanta, quante teste rotte da quelle micidiali pietre che con incoscienza ci lanciavamo contro alla fine d’ogni partita di calcio. Non potevo sapere allora che molti di quei nemici per gioco lo sarebbero diventati, anni dopo, nemici per mia scelta: fra essi qualche volta c’era anche Raffaele Galatolo; dico solo qualche volta, perché i più ne prendevano le distanze per la famiglia d’appartenenza.

Già in quel tempo mi chiedevo perché tanta infamia doveva colpire un nostro coetaneo che non poteva certamente essere colpevole delle malefatte di cui venivano accusati i suoi parenti. Quello che mi faceva arrabbiare di più era il fatto che, in definitiva, nessuno fra i ragazzini tanto velenosi sapeva non dico spiegarmi, ma almeno accennarmi i motivi di tanto infernale ostracismo.

Le nuova borgata distanziava dai luoghi della mia vera infanzia solo di circa 2 Km. Ma la differenza era tanta, tantissima. Nella nuova borgata la presenza del controllo mafioso era pesante; addirittura onnipresente. Nulla d’interessante in materia economica si muoveva senza il parere dei boss imperanti: il capo era ancora Michele Cavataio, altri boss e famiglia a lui subalterni erano i Bova e altri ancora.

L’area interessata era certamente la più ricca della città; gl’interessi che vi gravitavano andavano dal Porto ai Cantieri navali; dal Mercato Ortofrutticolo alla Fiera del Mediterraneo, dalle attività marinare a quelle edilizie che dopo gli anni ’60 ne cambiarono radicalmente il volto.

Nella borgata Montepellegrino-Acquasanta in quel tempo il costruttore più ‘in’ era Caronia, che dal nulla aveva costruito un impero ed aveva sempre ha sua disposizione due guardaspalle: uno sicuramente si chiamava Fifetto; era un giovane del quartiere Montepellegrino.

Il Caronia nella borgata era una vera istituzione economica ed imprenditoriale; era tantissima la gente che ogni giorno s’accodava nel suo ufficio per chiedere lavoro. Il cavaliere, così lo chiamavano con rispetto, aveva una grande fama di bramosia famminile, ed andava in giro con una auto di grossa cilindrata fornita anche di angolo bar; poi intorno all’anno 1967 inizio il suo lento declino certamente dovuto all’inserimento di molti altri costruttori (i Graziano, i Gargano, i Lo Verde e altri si insinuavano da qualche anno nell’area interessata che lui aveva gestito quasi in regime di monopolio).

Il cambio di guardia in seno a ‘Cosa nostra’ dopo la strage di via Lazio del dicembre 1969 ne sancì l’olocausto economico: nel 1972 incontrerò il figlio più piccolo (un bravo ragazzo) dell’ex potente Caronia, nel piccolissimo bar che gestivano nelle vicinanze dell’Ufficio di Collocamento in Via Paolo Veronese.
La sorte volle che la nostra nuova abitazione in via Ruggero Loria 51 fosse ubicata a poche centinaia di metri del palazzo di Michele Cavataio, sito in via Ammiraglio Persano, in quel tempo denominata via M16, e poi nei successivi anni proprio nella stessa via, con i palazzi accanto.

Avevo solo 14 anni, ma per la mia statura ne dimostravo di più e ciò mi consentiva di unirmi ai ragazzi più adulti che, peraltro, in molti casi non mi piacevano: la gran parte erano ragazzi che con le rapine ed i furti ostentavano il loro valore: una sorta di vivaio criminale che metteva a disposizione di ‘Cosa nostra’, una folla di giovani da arruolare: molti fra loro sparirono nel nulla (lupara bianca) o “furono giustiziati” per aver sgarrato nel loro agire delinquenziale.

Fra i pochissimi amici da me frequentati c’era Aldo Raimondi che insieme con la sua famiglia abitava nella canonica della chiesa Marabitti: suo zio, fratello del padre, era un Parroco molto discusso sia perché poteva permettersi di parlare a muso duro con i mafiosi, sia perché si diceva, che avesse un’amante e una figlia. Come da copione, quando gli altri ragazzi miei coetanei notarono questa mia nuova frequenza, scandalizzati mi riferivano questi fatti.

Padre Raimondi morirà poi in un incidente con la sua auto: in quel tempo e per lungo tempo nella via Montalbo si sussurrò che aveva alzato troppo la cresta e che lo avevano ucciso sabotandogli i freni dell’auto. Nelle parole della gente si leggeva di tutto; dalla saziata rivalsa al sincero rammarico. L’infame ironia dei soliti noti che magari il giorno prima lo aveva ossequiato, ed il fermo e sdegnoso silenzio di chi solo così poteva opporsi a tante meschinità.

Un fatto è certo, per molto tempo si parlò del Parroco per screditarne l’immagine e per giustificarne l’eventuale assassinio camuffato da incidente d’auto.

A quel periodo e legata la mia prima sigaretta: mio zio Gioacchino, fratello di mio padre viveva da sempre con la vendita di sigarette di contrabbando ed in quel tempo più in particolare aveva, se così si può dire, ingrandito la sua attività operando all’ingrosso; in quel tempo abitava in un baglio sotterraneo di via Nicolò Spedalieri dove aveva tutti i locali in affitto. Almeno una decina di stanzoni sempre pieni di sigarette oltre la propria abitazione dove non c’era mobile, che non le contenesse: fu mia cugina Mariella ad offrirmi il primo pacchetto di Astor e poi i successivi che cambiavo di marca per darmi importanza.

Poi fumai per qualche tempo a gratis grazie a mia nonna Amalia; la sua casa, in via Antonello da Messina, era utilizzata da mio zio Gioacchino come deposito, teneva lì altre due stanze piene di sigarette.

Fine terza puntata/ continua

QUI POTETE LEGGERE LE PRIME DUE PUNTATE 

16 marzo 2017

Autore

TimeSicilia


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