Gioacchino Basile racconta: lavorare a tredici anni, nella Palermo degli anni ’60 dove lo sfruttamento era la regola
Carta bianca

Gioacchino Basile racconta: lavorare a tredici anni, nella Palermo degli anni ’60 dove lo sfruttamento era la regola


Time Sicilia

Nella seconda puntata abbiamo lasciato Gioacchino Basile costretto dalla durezza della vita a lasciare la scuola. Così, a tredici anni, comincia a cercare un lavoro. E qui iniziano le storie di sfruttamento, di prepotenze, di ingiustizie. Una scuola di vita in una Palermo difficile. La piccola vendetta di un ragazzino contro un datore di lavoro che non lo pagava 

Se mio zio avesse avuto una vera mentalità predatoria, in quel tempo poteva consolidare le sue ricchezze facendosi da parte come gli era stato consigliato di fare, anche da mio padre… ma lui considerava il contrabbando delle sigarette come un lavoro: pagava il pattuito a corrotti istituzionali ed esponenti di “Cosa nostra”.

Poteva benissimo, staccare la spina con il contrabbando di sigarette e realizzarsi una vita da benestante, utilizzando quelle ricchezze nel settore commerciale che in quel momento storico (anni ’60) era in forte espansione anche grazie all’immenso riciclaggio dei proventi criminali di “Cosa nostra”. In quel tempo non esistevano leggi contro le ricchezze illegittime, ma mio zio non volle accettare l’uscita dal suo business: si sentiva nel giusto, era il suo “onesto lavoro”, diceva. Rubare allo Stato era una giusta reazione contro chi ti ruba tutto, anche il diritto alla dignità del lavoro.

Mio padre, cercò in tutti i modi di spiegargli ciò che aveva intuito: Cavataio e compagni, per quanto riguardava il contrabbando delle sigarette, avevano preso impegni con quelli della Kalsa: litigarono, ma mio zio andò avanti… incontro alla sua rovina.

I boss che “potevano tranquillamente” farlo uscire di scena con la prassi della violenza, con lui, anche per evitare clamori che potevano mettere in difficoltà il sistema fra i fornitori ed i finanzieri che garantivano la copertura, agirono in modo “indolore”.

Non s’intromisero mai chiaramente fra lui ed i fornitori che continuarono a scaricare camion interi di sigarette nei sotterranei di via Nicolò Spedalieri n 28. “Cosa nostra” lo avviò alla morte economica, facendo quello che i suoi sgherri hanno fatto sempre: gli ‘sbirri’. Distrussero mio zio, come ho detto, in modo indolore. Come dire: “Sei tu stesso la causa della tua rovina”.

Gli stessi finanzieri che lui foraggiava con abbondante generosità, al primo accennò di “Cosa nostra”, furono immediatamente pronti al dovere. Cominciarono a vedere – furono aiutati a vedere (dai boss) -quello che, grazie ai sacchetti pieni di banconote di grosso taglio, non avevano potuto vedere nei tanti anni che mio zio praticava la vendita di sigarette di contrabbando all’ingrosso.

La cosa strana (sic) era che la Guardia Finanza non arrivava mai mentre avveniva lo scarico delle sigarette: interi Tir che venivano scaricati al n. 28 di via Nicolò Spedalieri (era il deposito principale sito nel sotterraneo di tale indirizzo) ed in via Antonello da Messina, in casa di mia nonna: sempre poco prima dell’alba. I Finanzieri arrivavano solo a scarico avvenuto, dopo che mio zio aveva effettuato i pagamenti, ed i fornitori erano ormai al sicuro.

Era come se qualcuno pilotasse chirurgicamente le operazioni di legalità (sic.)! A quel punto la sua rovina fu totale, tant’è che non avendo più soldi per pagare le salatissime multe dovette scontarne i residui con il carcere.

Uno di quei farabutti “istituzionali” (una guardia marina) dopo 20 anni finirà nei miei quaderni a futura memoria: quaderni che cominciai a scrivere quando, nell’estate del 1983, mi resi conto d’esser stato tradito da tutti: istituzioni, partito, sindacato.

Non avevo più via di scampo, ed avevo fatto testamento, che avevo regolarmente depositato da un Notaio, (che conobbi grazie all’avvocato Aldo Paci con studio proprio nello stesso Palazzo di via Isidoro Lumia, dove c’era la sede della DC): in quel testamento indicavo il movente della mia morte (che credevo ormai prossima) i protagonisti fra i quali cercare i miei assassini ed i loro fiancheggiatori, ma di questo parleremo più avanti.

Abbandonata la scuola, o meglio costretto ad abbandonare la scuola per le grandi difficoltà della mia famiglia, mi predisposi ad affrontare la vita: dovevo imparare un mestiere. Il mio primo lavoro d’apprendista fu nell’officina meccanica di un noto meccanico della borgata sita in via Alaimo da Lentini, tale Mario, che aveva promesso a mio padre di far di me un ottimo meccanico. Intanto avrei cominciato con la paghetta di 500 lire settimanali che m’avrebbero consentito d’andare al cinema la domenica.

La prima settimana di lavoro fu molto deludente perché oltre ad utilizzarmi esclusivamente da schiavetto per tutte le sue ed altrui esigenze, dalle 8 di mattina fino alle 20 di sera senza mai farmi nemmeno avvicinare al banco di lavorazione, mi fece lavorare anche la domenica fino alle 14 per fare le pulizie straordinarie nell’officina, poi mi disse:

“Lavami la macchina. Arrivo fra un po’ e ti libero”.

Nel frattempo mio padre, non vedendomi arrivare per l’ora di pranzo, venne in officina per sapere i motivi di quel ritardo. Lo rassicurai che andava tutto bene (sic.).

Mio padre, irritato, mi disse:

“Anche se non è tornato, vieni a casa”.

Mario abitava a poche decine di metri dall’officina.

Intorno alle 14,45 avevo finito di lavare la macchina, ma Mario non arrivava. Dovetti aspettarlo, volevo incassare la mia prima è sudatissima paga pattuita di lire 500… alle ore 17,30 arrivò vestito a festa, con moglie e figli per dirmi che potevo andare a casa, e che le 500 lire me le avrebbe dato la settimana successiva!

Quell’arroganza da padrone, quel negarmi quanto pattuito dopo che per ben 7 giorni avevo subito ordini e sfruttamenti mi fecero diventare una bestia; avevo 13, ma anche tanto rispetto ed orgoglio per la mia persona.

Pensando alla fermezza con la quale avevo abbandonato la scuola non volevo deludere ancora una volta mio padre, e seppur mi sentissi beffato e umiliato fino alle estreme conseguenze, per evitare che mio padre già non ben disposto nei confronti di Mario potesse dirgli il fatto suo, giunto a casa minimizzai i fatti, rappresentandoli come eccezionali, inventandomi pure che Mario si era scusato con me. (sic.).

Mio padre comprese la mia difficoltà. Era amareggiato per quanto mi era accaduto nella prima esperienza lavorativa della mia vita. Mi disse:

“In cuor mio speravo che tu non incontrassi le meschinità del mondo del lavoro in così tenera età. Il problema figlio mio non è Mario, sono tutti così… Ti consiglio di tornare a scuola, c’è sempre tempo per darti in pasto alle umiliazioni di questa nostra terra”.

Poi mise le mani in tasca e mi diede le 150 lire per andare al cinema, con gli amici che non vedevo da una settimana pur abitando nella stessa via”.

La mattina puntualissimo ero presente al lavoro. Per un’altra settimana in officina si recitò lo stesso copione (pulizie, pulire macchine in consegna ecc.. fino alla domenica, quando alle quattro del pomeriggio, con moglie e figli vestiti a festa, salendo a bordo della macchina lavata, mi disse ancora che per “la mia paga” ne avremmo parlato il giorno dopo, lunedì.

Ero nero dalla rabbia, anche se mi aveva detto lunedì, cioè il giorno dopo. Mia madre quella volta cucinò la pasta per me, al mio rientro a casa. A mio padre, che infastidito dal comportamento meschino di Mario mi consiglio di lasciarlo perdere e di non andare più in quella officina, recitando con disinvoltura dissi:

“Papà, se voglio imparare un buon mestiere debbo pur stringere i denti, come fanno tutti; non c’è altra alternativa!”.

Quella volta mio padre mi guardo torvo, come quello che vuole crederti, ma non è convinto, e poi ancora una volta mi diede dei soldi per uscire con gli amici.

Il lunedì mattina alle 8 fui puntualmente in officina con la solita aria di chi non è scontento di come vanno le cose: la sera prima d’andare via gli accennai il fatto che quei soldi mi servivano, ma ancora una volta Mario oltre a fare orecchie da mercante rimandando tutto a fine settimana.

Mi rispose con l’arroganza di chi ti sta facendo un favore ed è infastidito da tali pretese!

Insieme a me in quell’officina lavoravano due ragazzi molto più grandi di me, già molti pratici del lavoro, che percepivano 4000 lire la settimana lavorando 11 ore al giorno fino al venerdì, e 8 ore il sabato; ovviamente in nero è sempre sotto la continua minaccia d’esser licenziati ad ogni minima rivendicazione.

Quella terza settimana, una tarda mattina, commisi l’errore di confidare loro il risentimento che avevo con Mario per come si era comportato con me: spiegai loro, come può farlo un ragazzino deluso, che Mario oltre che a trattarmi male ed a non farmi avvicinare al banco di lavoro per imparare qualcosa, non mi aveva mai dato quella miseria delle 500 lire settimanali; e addirittura s’era arrabbiato perché gli avevo ricordato la promessa di pagamento del giorno prima.

Al mio rientro dalla breve pausa pranzo, Mario già sapeva che mi ero lamentato con loro due per il fatto che mi faceva lavorare fino a tutto il pomeriggio delle domeniche senza per questo darmi nemmeno i soldi per il cinema. Era martedì e Mario tutto risentito mi disse:

“Senti a mia beddù miù, sù ntì cùmmieni tinnì pò iri purù subitu… ccà nuddù ti vennì a circari a casa”.

A tanta arroganza feci orecchio da mercante: no, non poteva finire così. Mario cominciò a comportarsi in modo più arrogante è pretestuoso, cercando di farmi stancare ed andare via, consentendogli così di rigirare la responsabilità a suo favore.

“E’ ancora troppo presto per andarmene”, m’imposi.

Da qualche giorno, anche se m’ignoravano per non darmi alcuna informazione sul lavoro che si eseguiva, mi lasciavano avvicinare al banco motori. Proprio in quei giorni era entrata in officina la Fiat 1100 d’un tizio che, oltre ad atteggiarsi da uomo d’onore (mamma mia come m’infastidivano quegli “annacamenti”), era molto amico di Mario e si rivolgeva a me da arrogante padrone: vai là, fai questo, vai a prendere 2 bottiglie di birra e via continuando. In buona sostanza, faceva comunella con Mario, sotto lo sguardo divertito di quei due miserabili, che per il loro continuo lamentarsi, sia della paga che dello sfruttamento a cui erano sottoposti, avevo creduto miei amici.

La domenica successiva Mario (venne da solo a prendere la sua auto pulita) mi diede licenza d’andare a casa, intorno alle ore 16,30; quella volta oltre a rimandare ancora al giorno dopo (lunedì) fu più arrogante delle altre volte. Sembrava che lo dovessi ringraziare per il fatto che mi stava insegnando un mestiere. Il giorno dopo alle ore 7.50 ero già davanti l’officina in attesa che Mario venisse ad aprire. Poco dopo arrivarono anche gli altri due dipendenti tutti presi dalla Fiat 1100 dell’amico di Mario, che entro quella settimana si doveva revisionare a puntino.

L’amico di Mario, il sabato successivo, doveva partire per un lungo viaggio di piacere in occasione delle ferie. Il blocco motore dell’auto era già stato smontato il sabato precedente, e quel lunedì era stato posto sul banco, dove le varie parti man mano che venivano smontati erano controllati con molta attenzione; testata ed altri pezzi quella mattina furono portati a rettifica.

Il mercoledì successivo i pezzi rettificati rientrarono in officina pronti per esser montati: era presente anche l’amico di Mario che si sentiva dio in terra è come al solito si rivolgeva a me con ostile arroganza.

Il giorno dopo, giovedì, finalmente arrivò il momento della vendetta. L’unica cosa che poteva risarcirmi delle angherie subite era che avevo bisogno di lavorare ed imparare un mestiere.

Erano le ore 13 è tutti come al solito erano andati a pausa pranzo; quel giorno l’amico di Mario, per festeggiare l’evento degli importanti lavori fatti nella sua auto, lo aveva invitato insieme ai due dipendenti in una trattoria: come tutti i giorni dovevo aspettare che tornassero, per recarmi a casa a mangiare in mezzora.

Rimasto solo in officina presi quattro dadi da 6 millimetri che accuratamente m’ero messo in tasca già il giorno prima, quando avevo individuato l’oggetto e le modalità della mia vendetta, e ne inserì uno per ogni cilindro del monoblocco dove quel pomeriggio sarebbero stati inseriti i pistoni.

Intorno alle ore 14.15 i quattro amici tornarono sazi e soddisfatti insieme ad un’altro tizio, e quando chiesi a Mario se potevo andare a mangiare, con la solita arroganza e con il compiacimento dei presenti mi rispose:

“Prima nì va pigghì ù cafè o bar e poi cieccà ri veniri priestù càma a recuperari, cà semu ntarrieri”.

Al bar per ordinargli il caffè non ci andai e quella fu l’ultima volta che Mario e i suoi amici mi videro per i successivi 6 o 7 anni.

Quello stesso pomeriggio andai in cerca di un’altro lavoro, ma con scarsi risultati. Tutte le officine meccaniche che contattai avevano ragazzi (vuoti a perdere) da sfruttare in esubero. La sera a casa dissi del mio licenziamento ai miei genitori senza però dir loro della mia vendetta.

Mio padre era nero di rabbia, ma fortunatamente riuscii a convincerlo di lasciar perdere Mario e le sue miserie.

“Papà – gli dissi quella volta – se tu vai a litigare per colpa mia, poi divento lo zimbello dei miei amici. Basta, lascia perdere. Non crearmi problemi: chi sugnù picciriddù!”.

Qualche settimana dopo un ragazzo, mio amico, che aveva preso “il mio posto di lavoro” (sic.) mi disse dei guai che avevo combinato.

Il venerdì successivo quando avevano provato l’auto revisionata, sulla strada del Montepellegrino accadde il patatrak… E quando in officina smontarono di nuovo tutto il motore dell’auto capirono perché “mi ero licenziato” senza avviso e senza pretese. Il danno economico che avevo procurato per giusta e sana vendetta superava di gran lunga le beffe e le angherie che avevo subito solo perché con umiltà volevo imparare un mestiere.

Quello stesso mio amico mi mise in guardia dicendomi di stare attento perché Mario ed il proprietario dell’auto mi cercavano attivamente, ma la cosa non mi preoccupo più di tanto: mi sarei preoccupato di più se avessi saputo che cercavano mio padre per riferirgli i fatti dal loro punto di vista: mio padre non sapeva della mia vendetta, ma sapeva dell’indegno comportamento di Mario, che pur sapendo l’indirizzo di casa mia si guardò bene dal venire a protestare e a richiedere alcun risarcimento.

Avevo circa 20 anni quando reincontrai Mario dentro il “Cin Cin Bar” sito proprio di fronte all’ingresso pedonale del mercato ortofrutticolo di via Montepellegrino. Nel vedermi stava accennando ad una reazione, ma constatata la mia risolutezza nell’affrontarlo, affogò la sua ira nella vile ipocrisia del finto tonto, e con mieloso buonismo mi disse:

“Quando lo vorrai , vorrei capire perché mi combinasti quel guaio”.

Lo guardai da capo a piede, gli palesai tutto il mio disprezzo e senza dire una parola uscii dal bar insieme con un mio amico.

Passarono almeno altri 10 anni prima che nella via Montalbo, da stupido idealista, gli rivolsi con civile provocazione la parola per invitarlo a votare PCI. Mai accennò a quei tristi fatti che ci videro protagonisti.

Dopo quella deludente ed amara esperienza ne seguirono altre è quasi tutte sempre conclusesi con un mio atto di rivalsa nei confronti di quei farabutti, che oltre a sfruttare il bisogno di noi ragazzini fino alla estrema indegnità non ci riconoscevano un minimo di compenso economico. Stavo proprio cominciando male, la mia vita: accumulavo odi e risentimenti pericolosissimi, che riuscivo a tenere sotto controllo solo grazie al fatto che il buon Dio mi metteva sempre davanti le sofferenze che avrei arrecato a mia madre ed alla mia famiglia più in generale.

Un fontaniere, che teneva bottega in via del Bersagliere, alle mie rimostranze dopo ben tre settimane che non mi dava le 1000 lire concordate, rispose alla mia (a suo dire arrogante) richiesta del dovuto (sic.) con un licenziamento insolito: un sonoro schiaffone, del quale ancora oggi sento il vento, il rumore e la botta delle 5 dita che mi deformarono il viso per tutto il pomeriggio di quella domenica pomeriggio.

Non fu solo il dolore a farmi reagire: fu la rabbia che covavo dentro contro questi farabutti. Sul banco di lavoro c’era un pezzo di tubo da tre quarti che poco prima avevo finito di tagliare a misura. Fu questione d’un attimo: mi ritrovai con il tubo in mano e quel porco viscido che ballava dal dolore della furiosa botta che gli avevo mollato all’altezza del viso. Istintivamente si era parato con l’avambraccio destro: lo stesso avambraccio con il quale aveva abbattuto la sua grossa e dura mano sul mio viso di ragazzino di 14 anni…

Quella volta ebbi veramente paura delle conseguenze che potevano scaturire dalla mia istintiva reazione, e dopo una precipitosa fuga, giunto a casa, dovetti necessariamente spiegare a mio padre, chi e perché m’aveva conciato il viso in quel modo.

Mentre raccontavo i fatti, mio padre diventava rosso come un peperone dalla rabbia che gli andava montando contro quel bestione del fontaniere, che peraltro era amico d’un mio zio. Stava già uscendo per andarlo a cercare quando per calmare la sua furia dovetti confessargli il resto.

A quel punto si calmò, anzi mi sembrò compiaciuto.

Il maialone si guardo bene dal venire a protestare con mio padre. Pensò di accusarmi a mio zio Ciccio, che mi aveva portato da lui per imparare un mestiere: non sapeva che mio zio era già stato informato da mio padre. Povero maialone. Mio padre non ebbe bisogno d’andare a verificare. Fu mio zio Ciccio a spiegargli l’epilogo di quella triste scena di violenza palermitana, dove finalmente l’indegna violenza d’uno sfruttatore avesse avuto per ben due volte, la risposta adeguata.

Dopo questa ulteriore e amara vicenda decisi di lavorare solo se mi pagavano e senza avere più a che fare con quei farabutti che, con la scusa d’insegnarmi un mestiere, mi vessavano e mi sfruttavano così come era loro consuetudine fare con i figli della povera gente. Ora l’obiettivo era aiutare la mia famiglia e quindi dovevo trovare un lavoro che mi desse un minimo di ritorno economico.

Andavo già 14 anni ed ero abbastanza prestante e volenteroso: volevo guadagnare qualcosa. La soluzione la trovai mentre con un mio amico mi trovavo in via Francesco Crispi, dove di fronte all’ingresso del Porto c’era il “Bar del Mare”. Mi piacque quell’Oblò dell’ingresso e chiesi se cercassero ragazzi per le consegne a domicilio. Avvisai il proprietario che quella era la prima volta che facevo quel lavoro.

Lui dopo avermi guardato dalla testa ai piedi (come a valutare un’asino o un cavallo) mi spiego gli orari di lavoro: dal lunedì al sabato dalle ore 7 alle 16 del pomeriggio. Avrei dovuto fare le consegne a domicilio negli uffici dei suoi clienti, ed alla Camera del Commercio che si trovava in via Emerico Amari: la paga era di 3000 lire la settimana, ma le mance potevano superarla di molto.

Avevo 14 anni, ma ne dimostravo qualcuno di più, e fare il ragazzo da bar, andare per domicili non mi garbava tanto, però stringevo i denti perché con le mance riuscivo a portare a casa dalle 6 alle 7 mila lire la settimana; ciò mi consentiva d’avere qualche soldo in tasc , ma sopra tutto ero contento di poter contribuire finalmente ad aiutare mio padre a tirare la dura carretta fatta di 6 figli, moglie casalinga e lavoro non sempre continuo.

Ma quella pax lavorativa non durò molto: dopo qualche mese il proprietario, cominciò a pretendere che andassi via quando lo decideva lui, e non più alle ore 16 come concordato. Poi mi imponeva la domenica per le pulizie straordinarie. Sempre con la stessa paga, che a suo avviso, anche grazie alle mance, era meritevole d’un maggiore impegno da parte mia.

La sua avidità non lo fece riflettere sul fatto che quelle mance arrivavano dai clienti vecchi e nuovi che curavo con molta attenzione. Dopo quei circa 4 mesi di lavoro al “Bar del Mare” ero già un provetto mezzo braccio, e quindi mi sentivo più padrone della mia sorte lavorativa. In quei giorni, parlando dei problemi di lavoro con “la mia fidanzatina del momento”, la stessa m’informò che sua sorella lavorava nel nuovissimo Bar Ristorante Golden Gate, in via Marchese di Villabianca, dove cercavano ragazzi per la sala ristorante e per il Bar…

Fine terza puntata/Continua

QUI LE PRIME DUE PUNTATE

 

25 marzo 2017

Autore

TimeSicilia


Rispondi

Seguici su Twitter
Chi Siamo

Giornale online diretto
da Giulio Ambrosetti

vice direttore
Antonella Sferrazza

timesicilia@gmail.com

Powered by GianBo