Gioacchino Basile racconta: “I miei anni da bambino in via Montalbo, con i figli di don Masino Buscetta”
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Gioacchino Basile racconta: “I miei anni da bambino in via Montalbo, con i figli di don Masino Buscetta”


Time Sicilia

Gioacchino Basile oggi va per i sessantotto anni. E’ stato, per lungo tempo, operaio e sindacalista presso i Cantieri Navali di Palermo. Oggi vive lontano dalla Sicilia. Il suo nome è legato alle battaglie che ha condotto all’interno del Cantiere Navale e nelle borgate marinare che vanno dall’Addaura fino al porto, quando, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 del secolo passato, denunciava, da operaio e sindacalista della CGIL, le infiltrazioni mafiose all’interno dell’azienda presso la quale lavorava. Non sono mancati, per lunghi anni, gli scontri tra Basile e la stessa FIOM-CGIL di Palermo. Da oggi inizia la collaborazione con Time Sicilia. Ecco la sua storia  

di Gioacchino Basile

Sono registrato all’anagrafe come nato il 16 giugno 1949 a Palermo, ma certamente non è quello il giorno in cui sono venuto al mondo; mia cugina Mariella nacque almeno 12 ore dopo di me e risulta registrata all’anagrafe di Palermo l’8 giugno di quel 1949. In quel tempo, tutta la famiglia, per le operazioni riguardanti la burocrazia della pubblica amministrazione, s’affidava alla zia Nunzia (sorella della mia nonna paterna, Amalia) che in definitiva, con la sua terza elementare, rappresentava l’intellettuale della famiglia.

Mia madre mi partorì nella casa della nonna Amalia, in quello che oggi è un vecchio palazzo sito quasi di fronte al n. 23 della via Nicolò Spedalieri: via adiacente alla ben più famosa via Montalbo, strada mercato e “facoltà universitaria” del crimine.

Altro fatto certo è che la casa, ed il lettone della nonna Amalia, negli stessi giorni ospitarono anche la zia Lucia (moglie di mio zio Gioacchino, fratello di mio padre) e mia cugina Mariella, alla quale, forse anche per questo, mi sono sentito sempre molto legato, anche se per più di vent’anni non ci siamo più visti, né sentiti.

Un anno dopo la mia nascita, mio padre fu finalmente in grado d’affittare una casa tutta per noi in via Castellana Falde, a due passi da via Pietro Bonanno, la strada che costeggia e s’arrampica sul Monte Pellegrino.

Il ricordo del primo, vero contatto con gli attori del mondo del crimine è legato ad un incontro che, molto probabilmente, avvenne l’anno prima della mia frequenza scolastica, segnandomi moltissimo.

Era un tardo pomeriggio che aveva il volto della primavera o dell’autunno; con mio padre mi trovavo in fondo alla via Montalbo, proprio all’altezza dove una volta c’era l’Arena Micron (un cinema all’aperto). Ero molto orgoglioso del mio papà, con lui vicino mi sentivo sicuro e forte.

Mentre ci dirigevamo verso il cuore del mercato, cominciavo a pensare a quel buon dolce che sicuramente mi avrebbe comprato di lì a poco, in una delle pasticcerie esistenti in quel tempo nella via Montalbo; quelle che andavano per la maggiore erano Carollo, Manzella e Rostiglione.

Fantasticavo, pensavo al dolce che avrei mangiato, quando la mano di mio padre mi trasmise una sorta di cambio d’umore; alzai gli occhi e lo vidi mentre si toglieva il cappello ed accennava ad un inchino di rispetto verso un uomo quasi anziano che, fermato il cavallo del suo calesse, rispose con “affettuosa boriosità” al saluto di mio padre e gli chiese di me…

I pochi minuti che mio padre e quell’uomo parlarono, furono vissuti da me con pesante insofferenza; l’atteggiamento rispettoso di mio padre nei confronti del suo interlocutore, che seppure parlava con il “cuore in mano”, non riusciva a convincermi delle sue bontà. Insomma, m’infastidiva.

Poco tempo dopo, anno 1956, cominciò la mattanza e molti fra i Galatolo morirono. Gaetano Galatolo detto Tanù Alati (il leggendario capo, molto probabilmente tradito dal suo guarda spalle) fu ucciso proprio sul cavalcavia che costeggia il mercato ortofrutticolo di Palermo; altri loro alleati e parenti morirono in quelle settimane sotto i colpi di Cavataio e compari; di un Munafò, parente dei Galatolo, vidi, quasi, la morte in diretta avvenuta in via dei Cantieri.

Mi trovavo con altri bambini più grandi di me in una rosticceria (di panelle e crocchè) sita di fronte al mercato ortofrutticolo, proprio quasi all’angolo di via Montepellegrino e prossima alla via dei Cantieri: esiste ancora oggi. Subito dopo la sparatoria era iniziato il fuggi, fuggi, con gli adulti scappavano per sparire dalla scena; ma noi bambini andavano di corsa incontro e dentro la scena: forse sentivamo dentro di noi che dovevamo necessariamente imparare a convivere con quel mondo.

Qualche tempo dopo, sentendo parlare gli adulti, appresi che don Angelo Galatolo, di cui tanto m’aveva infastidito l’arroganza in quell’incontro con il mio papà, era morto nel suo letto; lo aveva ucciso la paura, così diceva ‘radio borgata’.

Mio padre non mi confermò mai questa circostanza. Nei suoi occhi non vidi mai la rivalsa saziata dalla morte, che altri invece manifestavano contro i Galatolo quando furono distrutti dalla furia omicida dei loro nemici.

Mio padre esprimeva pietà per la dura sofferenza esistenziale (miseria, carcere, ostracismo ed infamie) che essi si ritrovarono ad affrontare per almeno 20 anni.

Negli anni ’70 gli stessi che avevano palesemente goduto della morte e dell’inferno esistenziale che aveva colpito i Galatolo nella metà degli anni ’50 tornarono ad essere loro fedelissimi servi, lacchè e prestanomi … (sic)

La metà degli anni ’50 sono quelli in cui, grazie alla frequenza scolastica, m’affacciai alla vita esterna alla famiglia vissuta fra la casa di mia nonna Amalia, sita nei paraggi di via Montalbo, e la nostra casa sita in via Castellana Falde. In quel tempo mio padre dovette scontare forse anche ingiustamente alcuni mesi di carcere per una lite che risaliva ad almeno un decennio prima; vicenda che si tramutò poi in condanna perché non si difese in Tribunale per non accusare il suo antagonista. Per omertà pagò ingiustamente quella che era una legittima difesa dall’aggressione d’un suo coetaneo che poi divenne delinquente abituale.

Quei mesi vissuti senza il mio papà mi segnarono moltissimo; odiavo lo Stato e qualsiasi cosa lo rappresentasse; vivevo quella quella sanzione giudiziaria come un’insanabile ingiustizia; e forse lo era davvero.

La nostra casa di via Castellana Falde si trovava all’altezza della villa di Vincenzo Buscetta, fratello di don Masino Buscetta, sita in via Pietro Bonanno.

I loro figli – Antonio e Benedetto (figli di don Masino) e Antonio e Domenico (figli di Vincenzo) – furono fra i miei primissimi compagni di gioco. Dei quattro miei amici d’infanzia qui citati, ben tre sono morti già da molti anni per saziare l’infame vendetta criminale; a Dio piacendo dovrebbe invece essere vivo Antonio (fratello più grande di Domenico e figlio di Vincenzo Buscetta) che oggi dovrebbe contare quasi 70 anni.

Di tutt’e quattro ho solo ricordi belli, anche se poi la vita, assegnando ruoli e scelte esistenziali diversi ad ognuno di noi, ci ha allontanato in modo irreversibile. Ma quando penso a Benny, l’altro fratello di Antonio e Domenico, ucciso a Palermo insieme a suo padre Vincenzo dentro la loro vetreria, la rabbia dentro di me si fa più forte contro i criminali; mai e poi mai quel ragazzo, che contava circa cinque anni più di noi compagni di gioco, per sua intrinseca bontà d’animo poteva avere a che fare con la mentalità di “don Masino” o di suo padre, che non era mafioso anche se voleva apparirlo.

Intorno all’anno 1958, insieme con tanti altri bambini e tanti adulti della nostra piccola borgata ai piedi del Monte Pellegrino, fui testimone della meschina mafiosità di don Masino contro un giovane che aveva avuto un incidente d’auto con lui.

Fine prima puntata/ continua

 

6 marzo 2017

Autore

TimeSicilia


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