Gli USA non sono più liberisti, mentre la Cina ‘comunista’ lo è diventata
Economia, In Evidenza, Primo Piano

Gli USA non sono più liberisti, mentre la Cina ‘comunista’ lo è diventata


Time Sicilia

Il mondo cambia. Per anni gli Stati Uniti d’America si sono presentati come i ‘sacerdoti’ del libero scambio e del liberismo economico. Da quando la Cina è entrata nel mercato globale gli USA stanno ripiegando su dazi doganali. Il risultato è che in piena globalizzazione capitalistica tutti i fattori economici sono soggetti a regole e certificazioni, tranne il capitale finanziario che è totalmente libero di muoversi a piacimento di chi lo possiede e in grande quantità

di Riccardo Guerci

Donald Trump ne sta combinando una dietro l’altra. Oltre alla chiusura delle frontiere Usa agli islamici; oltre ad imporre ai suoi alleati di contribuire in maggior misura alle spese dei sistemi militari di controllo imperialista globale; oltre alla limitazione – se non l’impedimento o, addirittura la distruzione – degli armamenti nucleari degli altri Paesi, ma non dei suoi; insomma, dopo questo e altro ha rivolto la sua attenzione alla lotta al libero mercato. Lo testimoniano le misure daziarie ai prodotti cinesi ed a quelli europei, misure tese a consumare le produzioni proprie degli Usa ed incrementare così la crescita della produzione interna.

Queste finalità sono senz’altro apprezzabili, ma fanno a cazzotti con la tanto decantata globalizzazione. Non si può che prenderne atto e darsi da fare dirigendo l’attenzione verso altri mercati: il mondo è grande!

La chiusura statunitense offre l’occasione per chiarire un punto non secondario. E’ arrivato il momento per dire a Trump “noi usciamo dalla guerra in Afghanistan perché lo scopo per il quale abbiamo partecipato (l’ospitalità che quel Paese offriva al cosiddetto Sceicco del Terrore, Osama Bin Laden) è largamente superato, per la morte di Osama e quindi per noi la missione si è conclusa. Tanti auguri per il proseguimento, ma senza di noi”.

Questa decisione, peraltro, gioverebbe enormemente alle ‘casse’ dello Stato, che in questo momento di riduzione della spesa pubblica e della affannosa ricerca di risorse per far fronte ai gravosi impegni di governo tornerebbe estremamente comoda.

Chiusa questa parentesi sulla contingenza finanziaria nazionale, torniamo al mercato globale e, prima di analizzarne i singoli fattori, è il caso di vedere come lo ha interpretato la Cina.

Intanto, va detto che questo grande Paese è stato ammesso a far parte del club del WTO – Word Trade Organizzation (traduzione: “Organizzazione mondiale del commercio”) – l’11 dicembre 2001, dopo avere adottato l’economia di mercato. Ebbene, la Cina, in appena diciassette anni è diventato una grande potenza economica globale, tale da oscurare e preoccupare la grande economia americana, al punto che il governo Usa ha dovuto ricorrere a misure protettive, quali i dazi.

Ma la novità assoluta sta nell’interpretazione che la Cina ha dato alla sua presenza nel mercato globale. Non è ricorsa alla competitività sfrenata nei confronti degli altri Paesi, con i bassi salari e la riduzione dei diritti dei lavoratori e dei pensionati, com’è tanto in voga dalle nostre parti. Ma ha mantenuto lo standard salariale preesistente e la ricchezza accumulata l’ha destinata agli investimenti interni ed internazionali, specialmente in Africa.

A differenza di tutti i Paesi europei che per secoli hanno rapinato quel Continente delle sue ricchezze, lasciandolo nell’abbandono e nella povertà e spesso nella schiavitù, la Cina si è presentata con investimenti in infrastrutture e produttivi, specie in agricoltura (strade, ferrovie e acquedotti).

La formula dell’azione solidaristica dello sviluppo equilibrato di tutti i Paesi ha pagato: se cresciamo tutti stiamo meglio assieme ed in pace. Va comunque detto che questa politica è mossa dall’interesse cinese di trovare nuovi sbocchi territoriali dove allocare i propri cittadini, che negli attuali confini stanno molto stretti. Politica solidaristica verso gli altri Paesi sì, ma interessata.

Non è a caso che la Cina vanta una civiltà millenaria che si è espressa attraverso varie dinastie e a resistito alle occupazioni dei Paesi europei e dell’estremo Oriente. Che non ha mai fatto guerre a nessuno, semmai le ha subite.

Anche noi siciliani abbiamo sperimentato direttamente la differenza che passa tra la Cina e gli Stati Uniti d’America. Qualche anno addietro il governo cinese propose la costruzione di un aeroporto internazionale in Sicilia, in prossimità di Enna. Aveva un progetto pronto e il relativo finanziamento. Ebbene, non se n’è fatto niente per il veto che l’allora Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, pose con la celebre frase:

“Non è il caso”.

La ragione stava nella presenza delle installazioni satellitari Usa, il Muos, che sarebbero state disturbate dal traffico aereo che avrebbe recato il nuovo impianto aeroportuale. La Sicilia in quell’occasione ha perduto i flussi di milioni di turisti cinesi che sarebbero stati graditi ospiti della nostra Isola. Si è persa una opportunità di sviluppo delle zone interne, ma in compenso abbiamo l’armamento satellitare della Marina Usa, utile a guidare gli aerei senza pilota, i Predator. Questi sono i benefici dell’appartenenza alla Alleanza occidentale.

Torniamo alla globalizzazione ed esaminiamo il trattamento cui sono soggetti i fattori principali dell’economia: il lavoro, le merci e il capitale.
Il lavoro, cioè le persone fisiche, queste sono soggette a regole severe, passaporti, permessi di soggiorno per ragioni varie (per esempio visti turistici a scadenza, ecc.), comunque motivati.

Le merci devono rispondere a dei precisi requisiti altrimenti non sono ammessi e questi debbono essere documentati.

Il capitale può attraversare i confini liberamente con un clic. Il vero libero mercato riguarda solo e unicamente il movimento dei capitali, ovvero la finanza, che è la padrona del mondo. Non debbono dimostrare nessuna qualità, nessuna provenienze, non debbono dimostrare nessuna certificazione, nessun Doc (Documento di origine controllata), cioè non importa se sono capitali di origine lecita o di dubbia provenienza; nessun Dop (Documento origine protetta); niente di niente, tanto pecunia non olet.

Questa è la globalizzazione capitalistica, bellezza. Tutti i fattori economici sono soggetti a regole e certificazioni, tranne il capitale finanziario che è totalmente libero di muoversi a piacimento di chi lo possiede e in grande quantità.

Foto tratta da eastwest.eu

29 settembre 2018

Autore

TimeSicilia


Rispondi

Seguici su Twitter
Chi Siamo

Giornale online diretto
da Giulio Ambrosetti

vice direttore
Antonella Sferrazza

timesicilia@gmail.com

Powered by GianBo