Invece di abolire i finanziamenti all’editoria perché non sostenere i giornalisti senza contratto?
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Invece di abolire i finanziamenti all’editoria perché non sostenere i giornalisti senza contratto?


Time Sicilia

Fino ad oggi, è inutile che ci giriamo attorno, lo Stato italiano ha sostenuto editori e, di fatto, giornalisti garantiti perché titolari di contratti. Ma oggi una gran parte di giornalisti professionisti vive di precarietà, senza contratti. Con pagamenti irrisori: 4-5 euro ad articolo. Non si potrebbe prevedere un sostegno annuo ai giornalisti professionisti senza contratto che fanno questo mestiere tra mille difficoltà? 

Tra i primari obiettivi di governo del Movimento 5 Stelle c’è, da sempre, l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria. In effetti, se la stampa è ‘libera’ perché deve essere finanziata con i fondi pubblici?

Vediamo di capire come stanno oggi le cose.

Cominciamo col dire quanto costa questo finanziamento: poco più di 50 milioni di euro all’anno. Non sono pochi. Se li trasformiamo in vecchie lire sono poco meno 100 miliardi. Ragazzi: una somma enorme!

A chi vanno queste somme? I dati li leggiamo in un articolo pubblicato su Money.it.

Il giornale più finanziato è Avvenire con quasi 6 milioni di euro all’anno, sede legale a Milano.

Segue Italia Oggi con 4 milioni e 800 mila euro, sede legale a Milano.

A terzo posto troviamo Libero quotidiano con 3 milioni e 764 mila euro circa, sede legale a Milano.

Al quarto posto Il Manifesto con 3 milioni e 64 mila euro circa, sede a Roma.

Al quinto posto Il Quotidiano del Sud con 2 milioni e 245 mila euro circa, sede ad Avellino.

Al sesto posto il Corriere di Romagna, con 2 milioni e e 116 mila euro circa, sede a Rimini.

Al settimo posto Cronaca Qui.it con 2 milioni e 99 mila euro circa, sede a Torino.

All’ottavo posto Il Cittadino con un milione e 684 mila euro circa, sede a Milano.

Al nono posto Dolomiten (quotidiano in lingua tedesca dell’Alto Adige) con un milione e 600 mila euro circa.

Al decimo posto Primorski Dnevenik con un milione e 544 mila euro circa, sede a Trieste.

All’undicesimo posto Editoriale oggi con un milione e 514 mila euro circa, sede a Frosinone.

Al dodicesimo posto Cronache di con un finanziamento annuale di un milione e 365 mila euro circa (non conosciamo la sede).

Al tredicesimo posto il Quotidiano di Sicilia con un contributo annuo di un milione e 53 mila euro circa, con sede a Catania.

Al quattordicesimo posto Metropolis, con un contributo annuo di un milione e 40 mila euro, con sede a Castellammare di Stabia.

Al quindicesimo posto di nuovo Primorski Dnevenik, con un contributo annuo di un milione e poco meno di 33 mila euro.

Già questi 15 giornali, su un fondo di poco più di 50 milioni di euro, intercettano circa 34 milioni di euro.

Al sedicesimo posto posto troviamo Conquiste del lavoro con un contributo annuo di 970 mila euro: quotidiano della CISL con sede – supponiamo – a Roma.

Al diciassettesimo posto La Discussione, con un contributi annuo di 960 mila euro: era il giornale della Dc, fondato da Alcide De Gasperi, oggi non sappiamo (la sede dovrebbe essere a Roma).

Al diciottesimo posto c’è La Voce Nuova, con un contributo annuo di 914 mila euro circa (di questo giornale non sappiamo molto).

Al diciannovesimo posto c’è N Sudtiroler Tageszeitng, quotidiano del Tirolo, con un contributo annuo di 884 mila euro circa.

Al ventesimo posto troviamo America Oggi, quotidiano di lingua italiana edito negli Stati Uniti, con un contributo di 837 mila euro annui circa.

Al ventunesimo posto c’è il quotidiano Il Foglio, sede tra Roma e Milano, con un contributo annuo di circa 800 mila euro.

Al ventiduesimo posto c’è L’Opinione, quotidiano di orientamento liberale, sede a Roma, con un contributo di circa 761 mila euro.

Al ventitreesimo posto c’è Roma, quotidiano con sede a Napoli, con un contributo annuo di 718 mila euro circa.

Al ventiquattresimo posto c’è il Corriere di Como, con sede a Como, con un contributo annuo di 667 mila euro circa.

Al venticinquesimo posto c’è Voce di Mantova, con sede a Mantova, con un contributo annuo di 662 mila euro circa.

Al ventiseiesimo posto c’è A.R.E.A. (del quale non sappiamo molto) con un contributo annuo di 640 mila euro circa.

Al ventisettesimo posto c’è Il Secolo d’Italia, quotidiano vicino alla destra, sede a Roma, con un contributo annuo di 639 mila euro.

Al ventottesimo posto c’è La Voce del Popolo, che dovrebbe essere un quotidiano croato in lingua italiana, con un contributo annuo di quasi 600 mila euro.

Al ventinovesimo posto c’è Gente d’Italia, quotidiano italiano delle Americhe, con un contributo annuo di 595 mila euro.

Seguono altri quotidiani con contributi annui che vanno da 400 mila euro circa fino a 18 mila euro. Nel complesso, ricevono contributi 54 testate.

Come si può notare, a fare la parte da leone sono le testate del Nord Italia, seguono quelle del Centro Italia, mentre son o poche le testate del Sud.  

Sempre su Money.it leggiamo:

“Il sottosegretario con delega all’Editoria Vito Crimi, uno dei big del Movimento 5 Stelle, ha da tempo annunciato che i fondi diretti saranno aggiustati visto che ‘circa il 30 per cento va a 4-5 testate’. Alla fine i 5 Stelle nella legge di Bilancio 2019 avevano presentato un emendamento che prevedeva un ‘azzeramento graduale del fondo pubblico per l’editoria’, che però è stato ritirato in commissione Bilancio della Camera ma potrebbe rispuntare al Senato”.

Nell’articolo si ricostruisce la storia dei contributi all’editoria:

“Con una legge del 1981 si era stabilito che in Italia fosse previsto un contributo fisso per ogni copia stampata, con la cifra che subiva una maggiorazione del 15% nel caso il giornale fosse edito da una cooperativa di giornalisti. Nel 1990 poi le già ampie maglie del finanziamento vengono allargate ulteriormente anche ai giornali organi di partito presenti al Parlamento Europeo: per avere i soldi quindi bastava avere anche un solo eurodeputato”.

“Nel 2008 però – leggiamo sempre nell’articolo – il Parlamento ha iniziato a mettere mano alla legge sul finanziamento all’editoria, abolendo per prima cosa ogni criterio legato alla tiratura. Alla fine nel 2014 il sistema di contribuzione diretta è stato abolito. Al momento quindi esiste una forma di finanziamento che è regolato dalla legge n.198 del 2016, proposta dal ministro allo Sport con delega all’editoria Luca Lotti”.

La legge precisa chi può richiedere il contributo pubblico. E cioè:

cooperative giornalistiche;

enti senza fini di lucro e imprese possedute interamente da enti senza fine di lucro;

quotidiani e periodici delle minoranze linguistiche;

imprese ed enti che editano periodici per non vedenti o ipovedenti;

associazioni di consumatori;

imprese editrici di quotidiani e periodici diffusi all’estero e le radio e tv locali.

L’articolo è interessante, perché fa luce su aspetti poco noti.

Si sottolinea, ad esempio, che se è vero che i grillini vogliono abolire i finanziamento pubblico ai giornali, è anche vero che questo punto non fa parte del ‘Contratto di governo’ tra il Movimento 5 Stelle e la Lega.

Del resto, la Lega, come si legge sempre nell’articolo di Money.it, non è proprio estranea a questo settore, visto che il quotidiano leghista La Padania, in 17 anni, ha incassato 61 milioni di euro.

Il citato Vito Crimi, in un’intervista a Il Fatto quotidiano, spiega che il sostegno ai mezzi d’informazione, in Italia, è vario:

“Sono stanziati circa 200 milioni tra contributi diretti, alle radio e alle tv, senza contare l’agevolazione delle tariffe telefoniche che può essere stimata in 60 milioni. Vanno aggiustate le distorsioni, visto che circa il 30 per cento dei fondi va a 4-5 testate”.

Sul blog delle Stelle lo stesso Crimi illustra come stanno le cose:

“I contributi ricevuti da alcuni giornali nel 2017 ammontano a circa 60 milioni di euro. Nel 2019 li dimezzeremo e nel 2020 spariranno del tutto. Poi ci sono i rimborsi per le spese telefoniche: 32 milioni di euro. Rimborsi che vanno a tutti, e ripeto tutti, i giornali. Nel 2019 li taglieremo e risparmieremo altri 32 milioni. Radio Radicale da sola prende un contributo fisso di 4 milioni di euro (oltre alla convenzione col Ministero dello Sviluppo Economico). Anche qui, dimezzamento nel 2019 e taglio totale nel 2020. I giornali diffusi all’estero prendevano ogni anno 2 milioni di euro. Stranamente, nel dicembre 2017 e a pochi mesi dalle elezioni, il governo Gentiloni ha tirato fuori dal cilindro 1 milione di euro in più per finanziarli. È facile immaginare come abbiano evitato di criticare chi gli ha dato ancor più da mangiare. Ancora, dimezzamento nel 2019 e dal 2020 via del tutto. Stesso discorso per i giornali in lingua slovena: un solo giornale ha ricevuto un contributo fisso di 1 milione di euro, oltre al contributo che già prendeva insieme agli altri. Via”.

Crimi ha calcolato che ci sarà un risparmio di circa 100 milioni di euro.

Non ci saranno tagli, invece, per i la stampa speciale per ipovedenti e non vedenti.

Questa linea trova conferma in un emendamento presentato dal deputato 5 Stelle della Sicilia, Adriano Varrica: il 2019 sarà un anno transitorio con i fondi tagliati del 90%, che verranno poi azzerati nel 2020 salvando solo la stampa speciale.

“Stando all’emendamento, nel 2019 – leggiamo sempre nell’articolo – i rimborsi previsti per le testate minori su carta (viene eliminata la distinzione tra quotidiani e periodici) per copie vendute aumenta a 0,35 euro (ora e’ rispettivamente 0,20 e 0,25 euro). Per le testate maggiori (oltre 1 milione di copie annue vendute) il contributo scende dagli attuali 0,35 euro a 0,20 per i quotidiani e 0,25 per i periodici. Ancora, il rimborso per copie vendute non potrà essere superiore a 350.000 euro (dagli attuali 3,5 milioni)”.

“Complessivamente – conclude l’articolo di Money.it – i contributi erogati, i rimborsi e altre elargizioni non possono essere superiori al 50% dei ricavi dell’ azienda. L’ emendamento introduce inoltre un tetto massimo di 0,5 milioni. Il provvedimento poi prevedeva l’abrogazione anche dei contributi alle radio private, previsti dalla legge 230 del 7 agosto 1990, che avrebbe colpito alcune emittenti come Radio Radicale. Arrivato in commissione Bilancio alla Camera l’emendamento è stato però ritirato: adesso c’è l’ipotesi che possa rispuntare al Senato, ma al momento i contributi all’editoria rimasti sarebbero salvi”.

A questo punto vorremmo lanciare noi una proposta all’attuale Governo nazionale: perché non pensare di sostenere i giornalisti italiani privi di contratto, che vivono e lavorano da precari?

Fino ad oggi, al di là delle retorica sul “pluralismo”, sulla “libertà di stampa” eccetera eccetera, lo Stato, di fatto, ha aiutato editori e giornalisti contrattualizzati.

Ma se andiamo a vedere qual è, oggi, il mondo del giornalismo italiano, ci accorgiamo che c’è una minoranza di giornalisti garantiti – assunti nei giornali e, in generale, nei periodici e nelle Tv – con stipendi e pensione sicura. E poi c’è una maggioranza di giornalisti privi di contratti che, di fatto, hanno anticipato il ‘famigerato’ Jobs Act del Governo Renzi.

Con tutto il rispetto per Avvenire, che senso ha erogare, ogni anno, 6 milioni di euro circa a questo quotidiano? Ogni domenica si celebrano le Sante Messe: bene, ci pensino i cattolici a finanziare questo giornale.

E lo stesso discorso vale per altri giornali.

Perché il Governo e il Parlamento, invece di sostenere i giornali, non sostengono direttamente i giornalisti professionisti precari? Questa sì che sarebbe pluralismo dell’informazione. E verrebbe meno – cosa a nostro avviso molto importante – il fatto che, fino ad oggi, il sostegno diretto è andato in buona parte alle testate del Nord Italia.

Insomma, è fastidioso sentire ancora che si difende il pluralismo dell’informazione sostenendo le stesse testate che hanno sede in maggioranza nel Nord Italia! E pazienza se ci saranno musi lunghi. Ce ne faremo una ragione.

 

I GIORNALI CHE PERCEPISCONO I CONTRIBUTI PER L’EDITORIA

4 dicembre 2018

Autore

TimeSicilia


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