Israele rifiuta di schierarsi contro la Catalogna
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Israele rifiuta di schierarsi contro la Catalogna


Time Sicilia

La notizia difficilmente potrà passare inosservata. Protagonista ne è, infatti, uno dei Paesi più influenti nello scacchiere internazionale: Israele.  Che, chiamato dalla Spagna a schierarsi contro l’indipendenza della Catalogna ha risposto picche.  Una posizione di cui hanno parlato gli stessi media israeliani (come www.israelnationalnews.com) e che, di fatto, squarcia il muro di gomma che la comunità internazionale – eccezione fatta per il Belgio – ha costruito intorno alle rivendicazioni catalane.

Il giornale israeliano racconta che lunedì scorso la Spagna avrebbe chiesto al Governo israeliano una presa di posizione ufficiale contro la Catalogna, sulla scia di quanto già fatto dagli USA e dall’UE.  Ma Tel Aviv si è rifiutato di farlo, e, in effetti, manca all’appello dei Paesi che si sono schierati con Madrid.

Come mai? Secondo l’articolo di israelnationalnews ciò si deve principalmente a due considerazioni: la Catalogna è considerata una regione amica di Israele. Al contrario, la Spagna non è sempre è stata ritenuta vicina alle posizioni di questo Paese.

In realtà, già all’indomani del referendum  catalano- ricorda sempre il giornale online israeliano- le simpatie per la Catalogna (o l’antipatia per la Spagna) si era già manifestata nelle parole del vice ministro della Difes, Eli Ben-Dahan: “For many years, Spain lectured us about how we need to give [national] rights to the Palestinian Arabs,” wrote Ben-Dahan on Twitter. “Today we see their hypocrisy, as [Spain] doesn’t even allow the Catalans to hold a referendum on independence.”

Ovvero: “Per tanti anni la Spagna ci ha dato lezioni su come noi avremmo dovuto riconoscere diritti civili ai Palestinesi. – ha scritto Ben-Dahan su Twitter- Oggi possiamo vedere la sua ipocrisia visto che la Spagna non consente ai catalani nemmeno un referendum sull’indipendenza”.

Come mai, allora, non si schiera apertamente con la Catalogna? Maestri di diplomazia, vorrebbero evitare una crisi con il resto della comunità internazionale. Ma la loro “neutralità” è già una presa di posizione alquanto chiara.

Per il resto, come sappiamo, il governatore catalano, Carles Puidgemont, da Bruxelles dove si è recato insieme con altri politici catalani (il Belgio si era detto disponibile a concedergli asilo politico) ha chiarito che non chiederà l’asilo: “Sono qui per evidenziare il problema della Catalogna nelle sedi Ue, non per chiedere asilo politico. Non scappiamo, vogliamo solo agire in libertà. L’Europa deve reagire”. E ancora: “Non abbiamo mai abbandonato il governo, noi continueremo a lavorare. Non sfuggiremo alla giustizia ma ci confronteremo con la giustizia in modo politico», ha detto fra le altre cose Puigdemont, parlando davanti alle bandiere catalane e dell’Unione Europea. “Se mi fosse garantito un processo giusto tornerei subito in Catalogna”.

Puigdemont, che rischia 30 anni di carcere per sedizione e ribellione, ha parlato anche delle denuncia nei suoi confronti: “Il procuratore spagnolo persegue idee e persone e non un reato. Questa denuncia dimostra le intenzioni bellicose del governo di Madrid».

Sulle elezioni, convocate da Madrid per il prossimo 21 dicembre dopo il commissariamento della Catalogna. è stato chiaro: “Accettiamo la sfida. Ci ritroveremo alle urne. Noi rispetteremo il risultato del voto, chiediamo che Madrid faccia altrettanto”.

31 ottobre 2017

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