In Italia tra il 2008 e il 2017 sono morte 13 mila persone sul lavoro

Si chiamano ‘morti bianche’. Sapete perché muoiono tutte queste persone nei luoghi di lavoro del nostro Paese? Perché le imprese debbono risparmiare sui costi di produzione. Siamo davanti a una questione scottante. E siamo un po’ meravigliato che l’attuale Governo nazionale non abbia ancora preso di petto questo problema

Si chiamano ‘morti bianche’. Sapete perché muoiono tutte queste persone nei luoghi di lavoro del nostro Paese? Perché le imprese debbono risparmiare sui costi di produzione. Siamo davanti a una questione scottante. E siamo un po’ meravigliati che l’attuale Governo nazionale non abbia ancora preso di petto questo problema

di Riccardo Gueci

Giulia Buongiorno è la nuova ministra della Pubblica Amministrazione ed ha in progetto di assumere un congruo numero di agenti di Polizia per assicurare l’ordine pubblico in Italia. Ben venga questo nuovo reclutamento e faccia presto perché il pronto impiego di queste nuove forze nelle periferie dei grandi centri urbani è, oltre che indispensabile, estremamente urgente. E considerato che il contratto di governo ha previsto di potenziare gli organi dello Stato, ci permettiamo di suggerire il potenziamento di un altro organo assai carente nell’apparato amministrativo dello Stato: l’Ispettorato del Lavoro.

Quest’attività di controllo ha bisogno di un grosso potenziamento quantitativo ed una diversa regolamentazione e ci meravigliamo come mai il simpatico ministro del Lavoro, onorevole Luigi Di Maio, non ne abbia avvertito l’urgenza. Questa tentiamo di evidenziarla noi riassumendo i dati ufficiali dell’Inail sull’argomento: le morti bianche.

Nel decennio 2008-2017 in Italia sono morti sul lavoro ben 13.000 (leggasi t-r-e-d-i-c-i-m-i-l-a) lavoratori, una media di 1300 all’anno, corrispondenti a più di 100 al mese, cioè più quattro al giorno, considerata la settimana lavorativa di cinque giorni. Che dire di più di quanto dicano già i numeri?

Negli ultimi anni la questione, pur in presenza di un calo dell’occupazione del 9,7 per cento dal 2012, è stata caratterizzata da un andamento crescente e cioè: nel 2014 sono state 662, nel 2015 sono state 1400, nel 2016 sono state 1749 ed infine nel 2017 si sono fermate a 1029 e a tutto settembre 2018 sono state 552, di cui 120 sotto i trattori nei lavori agricoli. La semplice lettura di questi dati fa indignare.

Ebbene, non intendiamo farla lunga con inutili piagnistei, pensiamo invece di avanzare qualche proposta di lavoro all’attuale governo nazionale affinché questo servizio abbia carattere preventivo a tappeto su tutte le attività lavorative del Paese.

In primo luogo è necessario potenziare il servizio assumendo almeno cinquemila nuovi ispettori da impiegare sul territorio nazionale presso gli Ispettorati provinciali, quindi modificare le norme che regolano la loro attività. Che significa?

Semplice: che la loro funzione non deve essere esercitata quando il fatto mortale o, semplicemente, infortunistico è avvenuto, per accertare successivamente se le misure di sicurezza fossero state adottate o meno, ovvero a seguito di denuncia di parte; il controllo deve essere assicurato quotidianamente visitando in via preventiva le aziende e controllando che le misure di sicurezza siano presenti. E ove non lo fossero, obbligare l’azienda, entro un congruo periodo, a provvedere.

Se scaduto tale periodo l’azienda non avesse provveduto a mettere in sicurezza i lavoratori, al successivo controllo si dovrebbero chiudere le attività per attentato alla sicurezza e alla integrità fisica dei lavoratori: attività che dovrebbe restare ferme fino a quando non saranno adottati tutti gli accorgimenti e le misura atte a garantire la sicurezza dei lavoratori.

Può sembrare un’esagerazione l’adozione di misure tanto rigorose, né varrebbero le proteste delle grandi organizzazioni d’impresa, qualunque fosse la categoria che esse rappresentano (industria, agricoltura o servizi), perché di fronte all’ecatombe che abbiamo riportato all’inizio di questo articolo non c’è giustificazione che tenga.

Di più: l’assenza delle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro, che causa la morte dei lavoratori addetti, non può essere classificata “omicidio colposo” bensì “omicidio doloso”, perché l’omissione degli accorgimenti di sicurezza è palesemente intenzionale: quella di evitare i relativi costi.

Se queste norme e questo servizio fosse stato attivato per tempo non ci sarebbero stati i casi dell’Ilva di Taranto, con la diffusione dei tumori nel quartiere Tamburi, o della Tiessen group. Il fatto che siano avvenuti e magari i responsabili siano stati condannati e i parenti degli operai indennizzati, non restituisce la vita a chi ne è stato vittima.

Per le ragioni esposte rivolgiamo al ministro del Lavoro e alla ministra della Pubblica Amministrazione di fare un pensierino su quanto abbiamo descritto (riteniamo che la questione sia comunque a loro conoscenza) e, volendo, si adoperino di conseguenza.

Foto tratta da corrieredellacalabria.it

Rispondi