Ius soli: proviamo a fare chiarezza, al di là delle speculazioni e delle baruffe mdiatiche
Editoriale, Politica

Ius soli: proviamo a fare chiarezza, al di là delle speculazioni e delle baruffe mdiatiche


C.Alessandro Mauceri

Come avviene spesso in Italia, gli argomenti delicati diventano oggetto divisioni senza aver approfondito come stanno le cose nella realtà.  Ricordiamo cosa disse il politologo Giovanni Sartori, scomparso da poco: “L’idea di concedere la cittadinanza agli stranieri dopo cinque anni di scuola è la proposta più stupida, superficiale e sconcertante che abbia mai ascoltato”. Ribadiamo: il tema è delicato e va approfondito 

 
In questi giorni su tutti i media non si parla d’altro (del resto una volta finito il campionato di calcio…) che di Ius soli. E come al solito, nella stragrande maggioranza dei casi, l’argomento è approfondito poco e l’informazione che ne deriva è distorta.

Per comprendere bene i termini della questione è necessario chiarire cos’è questo benedetto Ius soli. In base alla legge vigente in Italia (e non da ora, ma da molti anni) uno straniero nato e residente in Italia senza interruzioni fino ai diciotto anni può acquistare la cittadinanza italiana facendone richiesta entro il diciannovesimo anno. Si tratta di una forma “condizionata” di Ius soli, che per essere applicata presuppone tre requisiti essenziali: nascita in Italia, residenza ininterrotta fino al compimento della maggiore età e dichiarazione entro un anno dal compimento della maggiore età.

Nel 2007 il Ministero dell’Interno ha specificato che l’iscrizione anagrafica tardiva di un minore presso un Comune italiano può considerarsi non pregiudizievole ai fini dell’acquisto della cittadinanza italiana ove vi sia una documentazione atta a dimostrare l’effettiva presenza del minore nel nostro Paese nel periodo antecedente la regolarizzazione anagrafica (es. attestati di vaccinazione, certificati medici in generale etc.). Pertanto, se in periodi successivi alla nascita si rilevano brevi interruzioni nella titolarità del permesso di soggiorno, al fine di favorire la possibilità di dimostrare la permanenza continuativa sul territorio italiano, l’interessato potrà produrre documentazione integrativa, quale certificazione scolastica, medica o altro, che attesti la sua presenza in Italia.

In ogni caso, come è precisato nella circolare, l’iscrizione anagrafica deve essere ragionevolmente ricollegabile al momento della nascita e quest’ultima deve essere stata regolarmente denunciata presso un Comune italiano da almeno uno dei genitori legalmente residente in Italia (recentemente la giurisprudenza ha detto che la residenza legale in Italia di almeno uno dei genitori al momento della nascita, costituirebbe soltanto uno dei molteplici indici suscettibili di valutazione, senza assumere valore esclusivo).

Quindi lo Ius soli tanto sbandierato fa già parte delle leggi vigenti.

Nel 2011 una Fondazione fece uno studio per calcolare il possibile numero dei nuovi cittadini italiani se lo Ius soli fosse stato applicato nell’anno 2011 nella sua forma più pura e semplice (ovvero cittadinanza concessa a ciascun bambino nato sul territorio italiano, anche se da genitori stranieri). Dallo studio emerse che erano quasi 80.000 i figli di genitori stranieri che, se fosse stata cambiata la legge sulla cittadinanza, sarebbero diventati “italiani”.

Ma se la legge (come di fatto è) fa già parte delle norme in vigore, perché tanta acredine da entrambe le parti? A spiegarlo in una intervista di qualche mese fa è stato il politologo Giovanni Sartori che parlando dell’idea lanciata dal governo Renzi disse:

“L’idea di concedere la cittadinanza agli stranieri dopo cinque anni di scuola è la proposta più stupida, superficiale e sconcertante che abbia mai ascoltato”.

È questo il punto del contendere: la legge sulla cittadinanza introdotta nel 1992 prevede in pratica che un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano; un bambino nato da genitori stranieri sul territorio italiano può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se fino a quel momento abbia risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”.

Con la legge approvata alla Camera alla fine del 2015 e in attesa di essere esaminata dal Senato (dove la maggioranza ha numeri molto più risicati) cambierebbero i criteri per ottenere la cittadinanza italiana: la nuova legge, infatti, introduce due nuovi criteri per ottenere la cittadinanza “prima dei 18 anni”, lo Ius soli “temperato” (oggetto del caos mediatico di questi giorni) e lo Ius culturae (“diritto legato all’istruzione”).

Lo Ius soli “temperato” prevede che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni e, se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, dipende da tre parametri: avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge e superare un test di conoscenza della lingua italiana.

Il cosiddetto Ius culturae, invece, prevede che possano chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico completo (cioè le scuole elementari o medie).

E qui sorge il problema: secondo uno studio condotto dalla stessa Fondazione che nel 2011 aveva stimato un aumento della popolazione di 80 mila persone, al momento, i minori nati in Italia da madri straniere dal 1999 a oggi sono 634.592 (assumendo che nessuno di loro abbia lasciato l’Italia). Ai quali si aggiungerebbero, grazie all’applicazione dello Ius culturae, oltre 160 mila ragazzi stranieri che hanno completato almeno cinque anni di scuola in Italia.

Cifre ben diverse sotto il profilo geopolitico e soprattutto con costi assolutamente diversi (il riconoscimento della cittadinanza infatti comporta anche il riconoscimento di alcuni diritti).

Senza parlare del fatto che, come ha detto Sartori, non dovrebbe bastare frequentare cinque anni di scuola, quelli previsti dallo Ius culture (che molti hanno scambiato per Ius soli) per diventare cittadino italiano: dovrebbe essere necessario condividere altri principi che sono alla base della nostra democrazia. Secondo Sartori ad esempio: “Per essere cittadino italiano devo aver consapevolmente accettato il principio di separazione tra Stato e Chiesa e aver rigettato il diritto teocratico o di Allah”.

Argomenti (questi come altri) sui quali nessuno, e tantomeno il governo, finora ha condotto e diffuso valutazioni e analisi approfondite. Stime che invece sono (o meglio dovrebbero essere) indispensabili per permettere ai senatori di effettuare una valutazione corretta del problema. Invece di limitarla alla solita baruffa mediatica…

20 giugno 2017

Autore

C.Alessandro Mauceri


Rispondi

Seguici su Twitter
Chi Siamo

Giornale online diretto
da Giulio Ambrosetti

vice direttore
Antonella Sferrazza

timesicilia@gmail.com

Powered by GianBo