La pasta è servita: ecco chi continua a condirla col glifosato (Nuove analisi)

Non hanno ancora imparato la lezione? Il Salvagente inchioda sette produttori. Cosa bolle in pentola…

Sono ormai passati più di tre anni da quando i giornalisti de INuoviVespri.it (Giulio Ambrosetti, Antonella Sferrazza che oggi condividono anche l’esperienza di Timesicilia), in collaborazione con Granosalus, hanno pubblicato una inchiesta sulla pasta ‘italiana’.  Inchiesta che, attraverso analisi di laboratorio, aveva svelato quanta poca Italia ci fosse nella pasta commercializzata dalle grandi industrie del settore: prodotta, nella maggior parte dei casi, con grano estero di scarsa qualità, ovvero un grano ricco di sostanze dannose per la salute: dal famigerato glifosato (qui, ad esempio, uno studio del Massachusetts Tecnholy Insitute), alle micotossine e altri pessimi ‘ingredienti’, insalubri per tutti e ancora di più per i bambini. Una inchiesta che ha fatto imbestialire i pastamakers che hanno reagito con tanto di querela. Il Tribunale di Roma, come potete leggere qui, ha dato ragione ai giornalisti che, come accennato, si erano basati su analisi e pareri autorevoli.

Cosa è cambiato da allora ad oggi?

Qualcosa è cambiato. Innanzitutto, la consapevolezza dei consumatori. Che attraverso la popolarità raggiunta da indagini come la nostra e come quella di altri siti specializzati (sul main stream l’argomento non ha fatto breccia), hanno indotto i produttori a invertire (in parte) la rotta, se è vero che le loro vendite hanno subito un calo e se adesso in molti indicano l’origine precisa del grano (Barilla ha anche optato per un colore più tenue nelle confezioni di pasta fatta con grano italiano). A livello normativo, la strada è ancora in salita, perché è vero che adesso si deve indicare l’origine, ma è anche vero che quando non è grano italiano basta scrivere “grano non UE”. Il che vale poco, perché non ci dice nulla sul Paese di provenienza. Ergo, ad essere ricercate dai consumatori, sono quelle marche che specificano che si tratta solo di grano italiano e non è un caso che molti pastifici locali hanno triplicato le vendite. Così come non è un caso che l’Antitrust, nel corso di quest’anno ha bacchettato noti protagonisti della pasta per le informazioni fuorvianti sulle etichette.

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Ma c’è ancora chi persevera. 

In questo momento stiamo lavorando ad un altro filone dell’inchiesta: è vero che le industrie possono dichiarare di utilizzare grano italiano anche quando lo utilizzano solo in parte? Ovvero, se in una confezione di pasta c’è il 51% di grano italiano e il resto è, magari, grano canadese (condito al glifosato) o grano proveniente da Paesi con scarsi controlli sanitari, le industrie possono etichettare la pasta come pasta italiana al 100%? Vi aggiorneremo prima possibile.

Intanto, il Salvagente, sito molto attento a questi temi, ha pubblicato i risultati di una nuova serie di analisi sulla pasta. Scoprendo che ci sono almeno 7 marche di pasta che ancora contengono glifosato:

“In 7 prodotti abbiamo trovato tracce di glifosato e in 6 (DivellaEsselungaEurospinGarofaloLidl e Rummo) il grano veniva anche da paesi extraeuropei”. 

Non solo glifosato:

“Oltre ai pesticidi abbiamo cercato la micotossina Deossinivalenolo, nota come Don, la “vomitossina” particolarmente pericolosa per i bambini: tutti i campioni sono al di sotto del limite di legge previsto per gli adulti (750 mcg/kg) anche se in tre casi – Garofalo, Agnesi e Lidl – le concentrazioni sono superiori al limite previsto per i bambini sotto i tre anni (200 mcg/kg)”.

Qui trovate l’articolo completo de il Salvagente. 

 

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