La Posidonia, il Comune di Palermo e i suoi burocrati ‘ecologisti da scrivania’
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La Posidonia, il Comune di Palermo e i suoi burocrati ‘ecologisti da scrivania’


Time Sicilia

Dopo la ‘bonifica’ del fiume Oreto – che ha provocato un mezzo disastro ecologico – i solerti burocrati del Comune di Palermo si sono cimentati con la Posidonia oceanica, mitica protettrice dei nostri mari, ma a quanto pare non troppo conosciuta negli uffici del Comune di Palermo, dove viene considerata un’immondizia pericolosa per l’ambiente e la salute pubblica. Un docente universitario di ecologia spiega come stanno le cose

di Silvano Riggio

A volte succede. Succede che qualche burocrate, al Comune di Palermo, avvii un provvedimento che interessa la collettività; che questo provvedimento venga giustamente e con argomenti validi criticato e magari sospeso; e che dopo 3 o 4 anni venga riproposto tal quale con l’approvazione del primo cittadino. E non si tratta di episodi isolati ma di eventi ricorrenti. L’ultimo in ordine di tempo riguarda la Posidonia oceanica, mitica creatura protettrice dei nostri mari, trattata dalla nostra Amministrazione comunale come un’immondizia pericolosa per l’ambiente e la pubblica salute ad opera di burocrati a dir poco incompetenti, anche nel loro compito istituzionale.

E veniamo al fatto: con delibera no. 169/05 del 29/05/ 2014 il solerte funzionario, firmato avvocato Francesco Fiorino, e controfirmato dall’assessore Ingegner La Piana (che ne capiscono di ambiente un avvocato e un ingegnere?) in uno scritto di 3 pagine di burocratese molto hard e in una sfilza di 13 commi intitolati “Vista la ….”, “Premesso che ….”, “Considerato che ….” dichiarava ossessivamente la Posidonia rifiuto pericoloso per l’ambiente e la pubblica salute.

In particolare, si enfatizzavano (Comma 2) la “particolare situazione di criticità per la salute pubblica … “ (Comma 2) “l’insorgenza di qualsivoglia danno all’ambiente e ai suoi fruitori e a tutela e salvaguardia della salute pubblica …” eccetera. E si sottolineava anche lo stato di emergenza, notoriamente legato ad eventi rari ed eccezionali, che reclamava un intervento immediato. Il tutto era confortato da un decretino regionale del 2009 che assimilava la Posidonia spiaggiata ai rifiuti industriali con impatto talmente vasto da richiedere lo smaltimento in una discarica per sostanze pericolose (cioè radioattive e velenose) situata alle falde dell’Etna.

Il Sindaco firmava l’ordinanza con lo stanziamento della cifra esigua di 100 mila Euro – del tutto insufficiente all’operazione – e lesinava le cifre per l’istituzione e il funzionamento dell’area marina di tutela di Capo Gallo-Isola delle Femmine lasciandola in preda ai piromani e ai pescatori di frodo. Nonostante le proteste dei cittadini consapevoli, oggi si minaccia la riproposizione dell’ordinanza come se nulla fosse stato, “pour épater les bourgeois”.

Superando il brivido di orrore causato non dall’allarme – del tutto inventato – ma dall’estrema incompetenza degli estensori dell’ordinanza – che riflette i peggiori luoghi comuni di una sotto cultura urbana priva di una conoscenza dei fatti naturali – all’autore del testo vanno rimproverate:

· l’assoluta mancanza di informazione attendibile che avrebbe potuto ottenere da qualsiasi studioso di biologia marina operante all’Università, al CNR o all’ISPRA;

· la diffusione di un allarme del tutto ingiustificato foriero di iniziative personali di pulizia del tutto rischiose – queste sì – per l’ambiente e la salute;

· la disposizione di un intervento di smaltimento che appare colpevolmente oneroso – ed inutile – a carico di un’Amministrazione che non brilla né per la ridondanza delle risorse finanziarie, né per la saggezza dei capitoli di spesa per l’ambiente. Si ravvisa un lampante danno erariale.

A corroborare le critiche fatte in questa e in altre sedi, si ribadisce che l’emergenza non esiste, ovvero che l’emergenza è una bufala. Nessuno è morto di Posidonia, né c’è pericolo di epidemie. Lo spiaggiamento delle fronde di Posidonia si verifica ogni inverno sulle coste mediterranee ed australiane di Sud Ovest. E non si verifica da oggi, ma da diverse decine di milioni di anni, da quando cioè esiste il genere Posidonia senza che per sua colpa si riempiano gli ospedali.

Per incidens, la Posidonia non è un’alga qualsiasi, bensì una palma sottomarina, cioè una pianta molto evoluta, parente delle palme terrestri, che ha un ruolo di primo piano nella protezione della costa e nella produzione di vita (ivi compresi i pesci, i crostacei e i molluschi di cui ci nutriamo). Ed è inclusa fra le specie di interesse biologico primario nella legislazione dell’Unione Europea sull’ambiente. Non va toccata e chi la tocca potrebbe doverne rispondere in sede giudiziaria.

Per quanto riguarda “l’insopportabile fetore” emanato dagli ammassi delle foglie, questo dipende soltanto dagli accumuli delle fronde stesse, in cui non penetra l’ossigeno, che spesso dipende dalla pessima gestione delle spiagge. Responsabile del fetore è l’idrogeno solforato o H2S, gas presente in tutti gli ambienti naturali, un tempo usato nelle confezioni carnevalesche di “puzzolina”. Non ha conseguenze sulla salute umana, ma al massimo richiama gli scherzi di carnevale di un tempo. Per sconfiggerlo basterebbe mandare qualche operaio armato di vanga per rimescolare gli ammassi ed ossigenarli a dovere.

Infine, come è stato già osservato da altri autorevoli lettori della deprecata ordinanza, in Sicilia le fronde spiaggiate e le loro palle feltrose (le egagropile) sono la materia prima per la costruzione e l’evoluzione delle spiagge; la loro rimozione causa un’erosione accelerata e una continua distruzione della costa.

L’intervento giusto è il recupero degli ammassi e il loro seppellimento in cordoni negli arenili, condizione indispensabile per la formazione delle dune che, per sua stupidità, l’uomo ha distrutto.

Ma forse queste proposte sono troppo avanzate per un’Amministrazione che ha sempre snobbato le indicazioni di chi studia l’ambiente dell’ex Palermo felicissima e soffre nel vederlo ridotto così com’è.

Un consiglio, anche se tardivo, al primo cittadino: si fidi di meno dei suoi autorevoli collaboratori in termini di ambiente (e viabilità) e lasci parlare chi “il naturalista lo sa fare” – che è difficile – e non si improvvisa ecologista da scrivania.

8 maggio 2017

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TimeSicilia


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