La strage di Bronte dell’Agosto 1860: per non dimenticare le vergogne di Garibaldi e Nino Bixio
Cultura

La strage di Bronte dell’Agosto 1860: per non dimenticare le vergogne di Garibaldi e Nino Bixio


Time Sicilia

di Ignazio Coppola

Sembra incredibile che, ancora oggi, la Sicilia non si sia ancora liberata dal ricordo di questi due assassini. Ancora oggi le statue (soprattutto di Garibaldi) campeggiano in tante città della nostra Isola. E ancora oggi scuole e vie portano i nomi di questi due gaglioffi. Ricordiamo, in questo articolo, una strage che ancora oggi brucia

Dal 6 al 10 Agosto del 1860 esattamente 156 anni fa, a Bronte, Nino  Bixio, su mandato di Giuseppe Garibaldi, si rendeva protagonista di un atto scellerato ed infame che la storia quella vera e non quella paludata della storiografia ufficiale e scolastica ci ha tramandato e condannato come “l’eccidio di Bronte”.

Ciò val bene per ricordare e non diminticare su come i “liberatori” alla Nino Bixio intendevano trattare i siciliani e soprattutto, i contadini illusi dalla promesse dei decreti garibaldini sulla assegnazione delle terre, convinti che, finalmente, con l’arrivo di Garibaldi e delle camicie rosse potessero legittimamente essere garantiti i principi di libertà e di giustizia sociale.

In quel maledetto e torrido Agosto del 1860 ai siciliani ed ai brontesi, speranzosi che per loro le cose sarebbero cambiate in meglio, mal gliene incolse. A farli ravvedere dalle loto aspettative provvide alla bisogna il paranoico generale garibaldino – il già citato Bixio – che certo dei siciliani non aveva gran considerazione e stima, se è vero che, alla moglie Adelaide, durante l’impresa dei mille, così ebbe tra l’altro testualmente  a scrivere a proposito della Sicilia e dei siciliani:

“Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”.

E’ con questo stato d’animo e questa predisposizione nei confronti dei siciliani che Bixio si presentò a Bronte prendendo, per tre giorni, alloggio al collegio Capizzi. La mattina del 6 agosto, con due battaglioni di bersaglieri, Bixio decise di ristabilire l’ordine che era stato turbato nei giorni precedenti dai popolani e dai contadini-vassalli della ducea di Nelson che, illusi, si erano ribellati rivendicando il diritto all’assegnazione delle terre ed al riscatto sociale promesso loro dai truffaldini decreti garibaldini.

All’avanzata di Garibaldi in Sicilia e con l’illusoria promessa di una più equa distribuzione delle terre furono molti, infatti, i paesi della Sicilia che, come Bronte, insorsero al grido “Abbassu li cappeddi, vulimi li terri”. Tra questi, Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Capaci, Castiglione di Sicilia, Centuripe, Collesano, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni e Pedara.

Le aspettative del popolo e dei contadini nei confronti dei “cappeddi” ( i latifondisti ed i ricchi proprietari terrieri) furono represse in quei paesi con il piombo e nel sangue da quei garibaldini che avevano promesso loro terre, libertà e giustizia. Quello stesso piombo che, 34 anni dopo, nel 1894, l’ex garibaldino Francesco Crispi, che era stato prima segretario di Stato e teorico della spedizione dei Mille e successivamente, dopo l’Unità, divenuto presidente del Consiglio, ordinò di scaricare sui contadini siciliani che rivendicavano le terre e reprimendo così nel sangue con centinaia di vittime innocenti l’epopea dei Fasci Siciliani.

A distanza di anni con pedissequa ferocia, di fatto, si riproponeva, ancora una volta, in un bagno di  sangue, la logica della difesa del privilegio e della conservazione perché nell’ottica gattopardiana nulla cambiasse, prima con Garibaldi e poi con Crispi

Ma torniamo ai fatti e al grido di libertà dei contadini e dei cittadini di Bonte. Su pressione del console inglese di Catania, John Goodwin, a sua volta sollecitato dai fratelli Thovez amministratori della ducea per conto  della baronessa Bridport, Garibaldi, costi quel che costi, per reprimere la rivolta di quei brontesi che avevano avuto l’impudenza di ribellarsi agli inglesi suoi protettori e finanziatori dell’impresa dei Mille, invia per risolvere la questione ed assolvere questo sporco lavoro, come era nelle sue attitudini ed abitudini, il suo fedele luogotenente Nino Bixio.

Appena giunto, come primo atto, il “liberatore” (degli interessi degli inglesi e non dei contadini e dei siciliani), Bixio decretò lo stato d’assedio e la consegna delle armi imponendo una tassa di guerra, dichiarando il paese di Bronte colpevole di “lesa umanità” dando inizio a feroci rappresaglie senza concedere alcuna minima garanzia e guarentigia  alla cittadinanza. I nazisti ottant’anni dopo prenderanno lezioni da questi metodi dei “liberatori” garibaldini.

Bisognava dimostrare ai “padroni” inglesi che nessuno poteva toccare impunemente i loro interessi. E il paranoico “servo” con i suoi metodi criminali li accontentò appieno. Si passò ad una farsa di processo e tutto fu liquidato in poco tempo senza riconoscere alcun diritto alla difesa discutendo e dibattendo il tutto in appena quattro ore.

Alla fine, alle 8 di sera del 9 Agosto, calpestando ogni simulacro  di garanzia, era già tutto deciso con la condanna a morte di cinque cittadini che niente avevano avuto a che fare con i tumulti e le rivolte delle precedenti giornate che avevano turbato la tranquillità ed il sonno degli inglesi in quel di Bronte.

I cinque, la mattina del giorno dopo il 10 agosto, nella piazzetta della chiesa di San Vito, finirono vittime innocenti dinanzi al  plotone d’esecuzione. L’avvocato Nicolò Lombardo notabile del paese che, da vecchio liberale, con tanta speranza aveva atteso lo sbarco garibaldino sognando un futuro migliore per la sua terra dovette ricredersi in quell’attimo che la scarica di fucileria spense quel suo sogno e per l’avvenire il sogno di tanti siciliani. Con lui morirono Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi, Nunzio Ciraldo Fraiunco. Quest’ultimo era lo scemo del paese che sopravvisse alla scarica di fucileria e invocando vanamente la grazia fu finito cinicamente con un colpo di pistola alla testa dall’ufficiale che aveva comandato il plotone

Dopo la feroce esecuzione, a monito per la popolazione di Bronte, i corpi delle vittime rimasero esposti ed insepolti per parecchio tempo.

Ma non era finita. A questo primo processo sommario ne seguì un altro altrettanto persecutorio e vessatorio nei confronti di coloro che avevano arrecato oltraggio ai grossi proprietari terrieri e agli inglesi della ducea. Il processo che si celebrò presso la Corte di Assise di Catania si concluse nel 1863 con 37 condanne esemplari di cui  25 ergastoli. Giustizia era stata fatta. I poveracci non avrebbero più alzato la testa.

Il 12 Agosto, dopo avere fatto affiggere nei giorni precedenti, a suo nome, un proclama indirizzato ai Comuni della provincia di Catania con il quale invitava i contadini a stare buoni e a tornare al lavoro nei campi pena ritorsioni e feroci rappresaglie, Nino Bixio ribadiva:

“Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati puniti e a chi tenta altre vie crede di farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e ai sovvertitori dell’ordine pubblico. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole”.

Proclami e avvisi tendenti ad rassicurare baroni, latifondisti, proprietari terrieri e soprattutto gli inglesi che, con Garibaldi e Bixio, non c’era alcun pericolo di rivolte sociali. La rivoluzione garibaldina aveva mostrato il suo volto. Gli interessi della borghesia, dei latifondisti, degli inglesi che facevano affari in Sicilia e di quei settentrionali che in nome di Vittorio Emanuele in futuro li avrebbero fatti erano salvi e salvaguardati dalle camicie rosse.

E dire che a questi personaggi, come Nino Bixio e Giuseppe Garibaldi, i siciliani con un masochismo degno di miglior causa, hanno dedicato una infinità di via strade, piazze, scuole, monumenti e quant’altro a significativa memoria che da sempre siamo affetti dalla sindrome di Stoccolma, ossia quella di innamoraci dei nostri carnefici.

E’ ora di finirla. Prendendo  coscienza e consapevolezza della nostra vera storia, è giunto il momento di buttare giù lapidi, e disarcionare dai monumenti questi personaggi che, dipinti come falsi eroi, ci hanno depredato della nostra economia, della nostra storia, della nostra cultura e della nostra identità. I tribunali della storia che per fortuna sicuramente non sono quelli dei processi sommari di Bronte alla fine certamente condanneranno per i loro crimini questi personaggi: anticipiamo sin da ora  le sentenze e buttiamoli giù dai loro piedistalli.

Per quanto riguarda infine Gerolamo Bixio detto Nino, pochi sanno che, alla fine la giustizia divina, per le sue malefatte, più di quella degli uomini, gli presentò un conto salato, facendolo morire tra atroci dolori, sofferenze e tormenti in preda alla febbre gialla ed al colera a bordo della sua nave (s’era dato ai commerci con l’Oriente) il 16 dicembre del 1873, a Banda Aceh, nell’isola di Sumatra, a quel tempo colonia olandese.

Il suo corpo infetto chiuso in una cassa metallica fu sepolto nell’isola di Pulo Tuan che nella lingua locale significa isola del Signore. Successivamente tre indigeni, credendo di trovare qualche tesoro, disseppellirono la cassa denudarono il cadavere e poi lo riseppellirono vicino ad un torrente. Due di loro, infettati dal colera morirono nel breve giro di 48 ore. Anche da morto Bixio era riuscito a fare delle vittime. Roba da Guinnes dei primati.

I pochi resti del suo corpo ed alcune ossa, grazie al terzo indigeno sopravvissuto alla maledizione, vennero ritrovati nel giugno del 1876. Il 10 maggio del 1877 quello che rimaneva dei resti del massacratore di Bronte veniva cremato nel consolato italiano di Singapore. Il 29 Settembre di quello stesso anno le ceneri giunsero a Genova e seppellite nel cimitero di Staglieno.

L’avvocato Nicolò Lombardo e le altre vittime di Bronte, per loro buona pace, si può dire che per la morte atroce del loro aguzzino e per ciò che ne conseguì, erano state vendicate, alla fine, dalla Giustizia divina. (Avvertiamo i nostri lettori che abbiamo iniziato a raccontare la Controstoria dell’impresa dei Mille. Qui troverete la prima di nove puntate).

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10 agosto 2016

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TimeSicilia


11 COMMENTS ON THIS POST To “La strage di Bronte dell’Agosto 1860: per non dimenticare le vergogne di Garibaldi e Nino Bixio”

  1. Son daccordo. anche qui in Puglia e Lucania ne hanno combinate di stragi sti figli di cane!

  2. carl ha detto:

    Bisogna riscrivere la storia.

  3. mimmo ha detto:

    Non sapevo di quedti misfatti garbaldini.a scuola come nei libri di storia la cosa e’ molto diversa. Mi devo ricredere. Nino bixio si e’ comportato da usurpatore e garbaldi da aguzzino.in questo caso ….. 2 bastardi

  4. Giovanni Composto ha detto:

    Non sapevo di tutti questi rotoli di interessi. Era una rivoluzione e si dovevano tutti difendersi. Caribaldi non poteva controlare tutti questi disordine. Ma ha solo libbetata l’Italia dai stranieri e una Italia libbera e unita. L’Italia era appezzi e’ non era un Stato. Si era occupati da secoli – Austria,Francia, Spagna e tanti altri piccoli reggioni logali erano nemici di una una Italia unita. E civuole tempo ancora per fare una Italia pulita e’unita.

    • Giancarlo ha detto:

      Mi dispiace, ma non fu una rivoluzione, ma una occupazione, premeditata e scientificamente criminale. Io sono Siciliano e avrei preferito che quella banda di criminali, peggio delle SS nazista, fosse rimasta in Italia e non avesse toccato il sacro suolo di Sicilia.

    • Giancarlo ha detto:

      Ecco l’esempio classico del colono, dell’ascaro, abituato e felice della sua schiavitù, pronto a vendere la sua cultura, senza manco conoscerla, per un tozzo di pane. Prono sempre ad omaggiare l’occupante e a schierarsi con lui, per avere quel tozzo di pane.

  5. Alberto ha detto:

    forse manca questo: Il 2 agosto al malcontento popolare si aggiunsero diverse persone provenienti dai paesi limitrofi, tra i quali Calogero Gasparazzo,[1] e scattò la scintilla dell’insurrezione sociale. Fu così che vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all’archivio comunale. Quindi cominciò una caccia all’uomo e ben sedici furono i morti[2] fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il barone del paese con la moglie e i figlioletti, il notaio e il prete, prima che la rivolta si placasse.

  6. Basilio Basile ha detto:

    sarebbe ora di fare sapere principalmente ai giovani come sono realmente andate le cose

  7. salvatore ha detto:

    Senza dimenticare che i piemontesi inventarono i lagher dove rinchiusero e fecero morire di stenti circa 5000 patrioti meridionali che si erano ribellati dopo avere scoperto la vera faccia dei piemontesi.
    Uno di questi lagher era dentro la fortezza di Fenestrelle um paese poco sopra Pinerolo ,fortezza ancora esistente e meta di turismo perché nessuno ha mai raccontato cosa è accaduto al suo interno

  8. La vera storia di Bronte ha detto:

    1) La Ducea di Nelson fu un dono fatto da Ferdinando IV Re di Napoli per i meriti che l’ammiraglio Nelson ebbe nella repressione della Repubblica Partenopea del 1799; per i suddetti meriti non pagò le tasse per un anno

    2) Nelson morì a Trafalgar nel 1805 e il titolo di Duca passò al fratello e ai suoi discendenti;

    3) Nel 1848/49 ci fu la Repubblica siciliana che decadde quando fu restaurata la monarchia;

    4) Garibaldi proclama la dittatura e restaura i poteri della Repubblica Siciliana; Crispi scrive i decreti e vengono restaurati i decurionati sciolti durante il periodo borbonico;

    5) A Bronte il clima è caldo la lotta tra i cappeddi e i comunisti fa esplodere la rabbia poplare, Coppola dimentica che a Bronte come nel Medioevo si scatena la jacquerie contadina che induce in nome dei decreti ad intervenire per evitare che scoppi la guerra civile: “Sanzione di morte per i reati di furto, omicidio, saccheggio e devastazione.
    Pertanto detti reati venivano puniti con la pena di morte mediante fucilazione alla schiena; pertanto nessuno era autorizzato a fare da sé vendetta ma reclamare giustizia dal Governo.
    Si vietavano, così, nel modo più categorico, tutti quegli atti che potevano causare scene di furore popolare, linciaggio verso i fautori del passato regime borbonico.
    Il decreto sanciva anche che chiunque con parole o scritti eccitava il popolo contro tali cittadini veniva arrestato come reo di “omicidio mancato”.
    Se il perseguitato veniva gravemente ferito, percorso o ucciso, il o i responsabili venivano condannati alla pena di morte.”

    6) Furono 16 i trucidati dalla violenza popolare e questo Coppola lo omette rendendo incomprensibile la ricostruzione, parlando genericamente di repressione su fatti che Coppola stesso non spiega perché la jacquerie brontese fu violenta e vi furono episodi assai truculenti con episodi di antropofagia.

    7) il processo non fu sommario, fu per direttissima ed ancora oggi è possibile leggere gli atti e le testimonianze di coloro che accusarono i 5 accusati;

    8) il processo continuò a Catania per stabilire le responsabilità di coloro che si macchiarono dell’eccidio, non a caso vi furono condanne ed assoluzioni.

    la questione di Bronte è complessa c’è un libro interessante scritto dalla storica inglese Lucy Riall che ha scritto e pubblicato per la Laterza la storia della Rivolta di Bronte dove è spiegato con molta cura e con corretta sintesi storica un avvenimento estremamente complesso.

    La Riall non è certo una dilettante che orecchia male i fatti e certo non utilizza la Provvidenza manzoniana per spiegare i fenomeni storici.

    La Provvidenza la lasciamo agli storici della domenica.

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