La svolta sicilianista dell’Ance: “Lo Stato rispetti la Costituzione e ci restituisca ciò che ci deve”

Tra Iva e Irpef si stima che il mancato introito superi i 10 miliardi di euro l’anno.

Meglio tardi che mai? In alcuni casi, parrebbe proprio di sì. Come in questo: l’Ance Sicilia, l’associazione che rappresenta i costruttori edili – soffocati, anch’essi da una crisi economica che in Sicilia, come nel resto del Sud, è dovuta in gran parte alle politiche economiche di un potere centrale sempre attento al Nord e assente nel Mezzogiorno (lo certifica, per l’ennesima volta anche la Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno)- finalmente va alla radice del problema e affronta a muso duro  lo Stato italiano: lo accusa di comportamenti anticostituzionali per  la mancata applicazione dello Statuto siciliano. Non è un’accusa campata in aria: lo Statuto siciliano, nato nel 1946 (prima della Costituzione) viene convertito in legge costituzionale nel 1948 (la numero 2 del 26 febbraio 1948). Ergo, la sua inosservanza è anticostituzionale. E, infatti, viene puntualmente ignorato da Roma, nelle sue parti più importanti, ovvero quelle relative alla territorializzazione delle imposte.

Un tema annoso di cui solitamente si occupano solo in pochi, in primis i movimenti indipendentisti e cosiddetti ‘sicilianisti’. Ma non solo. Per non dilungarci troppo, ricordiamo che la Corte dei Conti siciliana, in un qualche raro sprazzo di obiettiva lucidità, ha bastonato lo Stato accusandolo di “comportamento sleale” proprio in relazione al mancato trasferimento di risorse che spetterebbero alla Sicilia (qui potete leggere una reprimenda dei magistrati contabili, rimasta, va da sé, inascoltata).

Clamoroso, poi, l’autogolodell’ex assessore-commissario regionale all’Economia, Alessandro Baccei, che, in una intervista candidamente confessò che lo Stato trattiene almeno 7 miliardi di euro l’anno.

Prima di entrare nel merito della notizia del giorno, non possiamo non ricordare che a dare il la a questi studi che hanno certificato i furti statali, sono state persone come il professor Massimo Costa, docente di Economia aziendale dell’università di Palermo e oggi leader del movimento Siciliani Liberi, così come contributi importanti sul tema sono arrivati dal movimento TerraeLiberazione. Parliamo di conti fatti da almeno un decennio. Che, a dire il vero, sono stati ignorati anche dai nostri politicanti, troppo impegnati a fare gli inchini a Roma.

Ebbene, oggi leggiamo un comunicato stampa dell’Ance Sicilia che riporta in primo piano il tema. Se ne sono accorti ora? Possiamo solo compiacercene. 

Leggiamolo insieme:

“Perché il governo centrale pretende che Google e gli altri “giganti” del Web paghino allo Stato italiano le tasse sui profitti generati sul territorio nazionale, se, al contrario, continua a rifiutarsi di applicare lo Statuto speciale, cioè una legge costituzionale, che gli impone di restituire alla Sicilia le tasse su ciò che viene prodotto sull’Isola? Tra Iva e Irpef si stima che il mancato introito superi i 10 miliardi di euro l’anno”.

Se lo chiede il Comitato direttivo di Ance Sicilia, che sollecita il governo nazionale a concludere immediatamente la revisione dei rapporti finanziari tra Stato e Regione, riconoscendo alla Sicilia ciò che le spetta, “almeno in una misura tale da evitarne nell’immediato il default, che colpirebbe solo cittadini e imprese”.

“L’Ance, in sostanza, – continua la nota- chiede al governo nazionale di porre fine a quei comportamenti anticostituzionali e in violazione dello Statuto speciale che da vari anni sono anche alla base del disavanzo strutturale della Regione, elemento che ostacola la chiusura dei bilanci, blocca la spesa pubblica e impedisce la ripresa della nostra Isola”.

“Ricordiamo- dice sempre l’associazione dei costruttori edili siciliani- che nel 2015, in una “incomprensibile serie di errori istituzionali”, la Regione eliminò dal proprio bilancio crediti (i residui attivi) per un importo superiore a 5 miliardi di euro. La Commissione di indagine nominata quest’anno dall’Assessore all’Economia ha rilevato che, accanto ad una moltitudine di piccoli crediti verso singoli cittadini, furono cancellati oltre 5 miliardi di crediti senza comunicare all’Ars chi fossero i beneficiari di tale “colpo di spugna”; fra questi è da immaginare che probabilmente vi fossero anche istituzioni pubbliche, compreso lo Stato.

Inoltre, sempre quello stesso governo regionale accettò una altrettanto inspiegabile transazione col governo nazionale rinunciando ad altri miliardi di euro di crediti vantati nei confronti dello Stato e oggetto di contenzioso, malgrado poco dopo la Corte costituzionale riconobbe il diritto della Regione ad esigerli”.

L’Ance Sicilia, alla luce di questi fatti, “ne ricava l’immagine di uno Stato che, pur di chiudere i propri bilanci, sembra scavalcare qualunque legge e negare ai siciliani asili nido, scuole, ospedali, assistenza a disabili e anziani, infrastrutture di collegamento, opportunità di sviluppo imprenditoriale e di lavoro per i giovani. In pratica, tutto ciò che la Regione negli ultimi anni non può pagare perché strozzata da debiti provocati da altri”.

“Non a caso, infatti,- conclude l’Ance Sicilia- la regione più grande d’Italia e la seconda più popolata del Mezzogiorno è la terz’ultima regione del Sud per crescita di Pil nel 2018, con un modestissimo +0,5% che tarpa le ali a tutte le nostre medie, piccole e micro imprese, alle startup, e ai nostri giovani che continuano a emigrare sempre di più.

Forse, prima di parlare della nuova autonomia differenziata, bisognerebbe rispettare la più antica e speciale Autonomia costituzionale d’Italia”.

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