“Mauro Rostagno parlò di traffico di armi con Giovanni Falcone”

Si intitola ‘La rivoluzione in onda’ il documentario di Alberto Castiglione, in collaborazione con Carla Rostagno, dedicato al sociologo e giornalista ucciso a Trapani nel 1988. Una ricostruzione che non esclude niente e in cui il contesto descritto la dice lunga sugli ambienti che non gradivano il lavoro di Rostagno

Presentato stamattina a Palermo, nel saloni dell’Albergo delle Povere, “La rivoluzione in onda”, documentario dedicato a Mauro Rostagno curato dal registra Alberto Castiglione e da Carla Rostagno, sorella del sociologo e giornalista ucciso il 26 settembre del 1988 a Lenzi, nel Comune di Erice. Una bella ricostruzione che illumina in modo magistrale un luogo della Sicilia nel quale mafia, massoneria e Gladio andavano a nozze

Il movimento studentesco. Lotta Continua. L’arrivo in Sicilia e la sua attività giornalistica. Le sue battaglie sempre al fianco dei più deboli. Le denunce contro ogni tipo di sopruso. La sua ironia graffiante e mai gratuita. I suoi editoriali “che svuotavano la città perché tutti si sintonizzavamo con RTC”. La comunità Saman, Trapani, la massoneria, Gladio, la mafia, il traffico d’armi e la misteriosa pista dell’aeroporto Chinisia, le zone d’ombra della borghesia. La sua uccisione. I depistaggi, la sentenza.

C’è tutto nel documentario “La rivoluzione in onda” dedicato a Mauro Rostagno e proiettato, stamattina, all’Albergo delle Povere, a Palermo, in occasione di un corso di aggiornamento professionale dell’Ordine dei Giornalisti Siciliani. 

Il regista, Alberto Castiglione, che lo ha realizzato in collaborazione con Carla Rostagno, sorella del sociologo ucciso il 26 Settembre del 1988 a Lenzi, contrada del Comune di Erice, è riuscito in circa 40 minuti di filmato a descrivere, attraverso testimonianze e attraverso gli stessi servizi mandati in onda dalla piccola emittente televisiva, tutto il contesto in cui si muoveva Rostagno, senza trascurare nulla, rifuggendo dalle ricostruzioni superficiali (o strumentali) che addebitano tutto ai politicanti locali in odor di mafia e rifuggendo dalle banali commemorazioni agiografiche.

Un documentario che fa informazione a 360 gradi, con coraggio e semplicità di narrazione. E d’altronde, proprio la semplicità era una caratteristica di Rostagno. Quella semplicità che, per dirla con Alda Merini,  è “raffinatezza della profondità”.

Come ha ricordato il presidente dell’ODG Sicilia, Riccardo Arena,”Rostagno riusciva a farsi capire da tutti. Quando doveva spiegare la concussione, ad esempio, parlava di scrocconaggio di chi riveste cariche pubbliche. E arrivava dritto alla gente”. E questa era la sua grandezza, questa la sua pericolosità agli occhi di una Trapani dove operavano forze rimaste oscure per troppo tempo.

Nel 2015 l’Archivio Rostagno è entrato a far parte del patrimonio audiovisivo della Filmoteca Regionale Siciliana. Ma il lavoro da fare resta tantissimo.

“Ci sono ancora pile di videocassette di Rostagno in totale stato di abbandono”, ha detto il regista. Che ha aggiunto: “E’ stato un lavoro difficilissimo. Io e Carla lo abbiamo fatto con grande passione, ma serve la collaborazione di tutti. Ci siamo anche chiesti come mai i sedicenti amici di Mauro non avessero pensato di recuperare il suo lavoro. Ora, comunque, ci aspettiamo che, alle promesse delle istituzioni, seguano i fatti”.

Vergognoso il totale stato di abbandono in cui versa la sede dell’emittente presso la quale Rostagno lavorava, come mostra il documentario. la-rivoluzione-in-onda_p

Con Mauro Rostagno si toccano i fili dell’alta tensione, forse questa è una possibile una risposta alla domanda del giovane regista. La pista delle armi, ad esempio, è tra le più scottanti e nel documentario se ne parla. Se ne è parlato anche negli anni passati. Alcuni parlano di un ‘generico’ traffico di armi che passava da Trapani, altri parlano di un più particolare traffico di armi: quelle armi che sarebbero state destinate all’OLP di Arafat, assolutamente inviso a Gladio (che vi fosse una sede a Trapani, è ormai un fatto assodato). Storie che si rincorrono sulle quali non conosceremo mai la verità.

Abbiamo chiesto ad Alberto Castiglione se nelle immagini da lui visionate ci fossero testimonianze specifiche su questa vicenda: “No – dice a Timesicilia – ma sappiamo che al processo ne ha parlato il testimone Sergio Li Cori. E sappiamo da un’altra testimonianza che Mauro Rostagno di armi ha parlato con Giovanni Falcone”. 

Armi, Gladio, massoneria, mafia. Tutti ingredienti esplosivi.

La storia del processo, come sappiamo, è emblematica di una vicenda che va molto al di là dei confini di una mafia locale: “Essere arrivati a sentenza è stato un vero miracolo – ha detto Carla Rostagno – hanno provato per tre volte ad archiviare tutto, e anche se non si arriverà mai ai mandanti occulti, la condanna degli esecutori e il rinvio a giudizio di dieci persone per depistaggio è davvero un miracolo”.

La Corte d’Assise di Trapani, presieduta da Angelo Pellino, nel maggio 2014 ha condannato in primo grado all’ergastolo i boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara.

Nella sentenza la parola “depistaggio” ricorre decine di volte. C’è un capitolo dal seguente titolo: “Sconcertanti anomalie, gravi negligenze nelle prime indagini e misteriose sparizioni”. Tra i depistatori ci sono carabinieri, investigatori vari e e si sospetta pure di qualche giudice.

Pellino, nella sentenza, parla anche di “torsione nelle finalità istituzionali degli apparati di intelligence”. 

I soliti noti che resteranno ignoti, come in tutti grandi delitti siciliani e, soprattutto, impuniti.

Nel documentario, va da sé, si parla anche di questo. E nella testimonianza del segretario del Pci trapanese di allora, la sintesi perfetta:

“Il livello dei depistaggi lascia intendere chiaramente i livelli in cui è maturato quel delitto”.

Così come si lascia intuire che il contesto ricostruito nella sentenza e nella requisitoria dei pubblici ministeri è più importante della sentenza stessa.

Adesso si aspetta che tutto l’archivio di Mauro Rostagno venga recuperato nella sua interezza e reso pubblico. E che questo documentario occupi la prima serata delle maggiori tv “perché – come ha detto un giornalista Rai intervenuto al dibattito seguito alla proiezione – esistono fiction come Catturandi ed esiste la vera informazione”.

 

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