E’ normale che, nel 2017, milioni di bambini, nel mondo, debbano soffrire la fame

Per eliminare la fame nel mondo – e quindi per eliminare anche le sofferenze per i bambini – basterebbero 267 miliardi di dollari l’anno. Ma questi soldi non si trovano. Invece si trovano mille e 700 miliardi di dollari all’anno per le guerre e per le ‘missioni di pace’. Intanto, ancora oggi, tra i bambini di età inferiore ai cinque anni, il 28,1% (poco più di uno su quattro) è affetto da arresto della crescita, l’8,4% soffre di deperimento e il tasso di mortalità sotto i cinque anni è inaccettabile: 4,7% del 2015

Per eliminare la fame nel mondo – e quindi per eliminare anche le sofferenze per i bambini – basterebbero 267 miliardi di dollari l’anno. Ma questi soldi non si trovano. Invece si trovano mille e 700 miliardi di dollari all’anno per le guerre e per le ‘missioni di pace’. Intanto, ancora oggi, tra i bambini di età inferiore ai cinque anni, il 28,1% (poco più di uno su quattro) è affetto da arresto della crescita, l’8,4% soffre di deperimento e il tasso di mortalità sotto i cinque anni è inaccettabile: 4,7% del 2015

di C. Alessandro Mauceri
del KIWANIS CLUB PANORMO 

Nel 2012, durante la Conferenza di Rio, i Paesi e le agenzie delle Nazioni Unite lanciarono un piano di sviluppo che prevedeva obiettivi comuni di sostenibilità a livello locale, regionale e mondiale nel rispetto dei principi di equità, inclusione e crescita e nei limiti delle risorse del Pianeta.

Nel 2015 sono stati definiti i nuovi 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGS), in “continuità” con gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGS del 2000). Nuove priorità nate forse dalla constatazione che praticamente nessuno dei precedenti obiettivi era stato raggiunto.

Al centro di queste misure, l’impegno a eliminare la fame e la povertà nel mondo. L’Obiettivo 2, in particolare, è un’esortazione a “porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”.

“Le promesse non saziano gli affamati”, hanno scritto gli autori del rapporto Indice globale della fame 2016 pubblicato congiuntamente da International Food Policy Research Institute (IFPRI), Concern Worldwide e Welthungerhilfe (WHH). Per risolvere il problema che ha bisogno non di studi e belle parole ma di azioni determinate, calibrate e basate sui fatti. E i fatti dicono che le promesse non sono state mantenute.

È vero che, oggi, il livello di fame nel mondo in via di sviluppo è diminuito, ma i numeri restano spaventosi: sono 795 milioni le persone vittime della fame. Circa un bambino su quattro è affetto da arresto della crescita a causa della fame e quasi uno su dieci soffre di deperimento.

Una situazione è particolarmente grave in 50 Paesi. Punteggi di GHI (l’indice della fame globale) allarmanti sono stati rilevati in Africa a sud del Sahara. Qui in 13 Paesi non è stato neanche possibile calcolare il GHI a causa di insufficienza di dati. Paesi come Burundi, Comore, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Libia, Papua Nuova Guinea, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Siria suscitano grande preoccupazione a causa dei conflitti interni e dello stato di totale abbandono. Non è un caso se, in alcuni di questi Paesi, i livelli di denutrizione e mortalità infantili sono tra i più alti al mondo.

La realtà è che, al di là dei programmi internazionali e delle promesse ricevute, per molti di questi Paesi nessuno sta facendo niente di concreto. In molte parti del mondo le autorità non sanno neanche la differenza tra il termine “fame” (malessere associato alla mancanza di cibo; ONU e FAO definiscono carenza di cibo, o denutrizione (undernourishment), il consumo di meno di 1.800 calorie al giorno), “sottonutrizione” (undernutrition, un problema che va oltre le calorie consumate: indica carenze di energia, proteine, vitamine e minerali essenziali) e “malnutrizione” (che si riferisce in senso più ampio sia alla sottonutrizione che alla sovra nutrizione, ovvero a quelle patologie che derivano da regimi alimentari non bilanciati come, ad esempio, un consumo di una quantità eccessiva di calorie rispetto al fabbisogno).

Gli effetti di questi fenomeni sono diversi: dalla DENUTRIZIONE al DEPERIMENTO INFANTILE (la percentuale di bambini di età inferiore ai cinque anni che presenta peso insufficiente in rapporto all’altezza, che è indice di sottonutrizione acuta); dall’ARRESTO DELLA CRESCITA INFANTILE (inteso come la percentuale di bambini di età inferiore ai cinque anni che presenta arresto della crescita, l’altezza è insufficiente in rapporto all’età, che è indice di sottonutrizione cronica) fino alla MORTALITÀ INFANTILE (spesso derivante da una combinazione di alimentazione insufficiente e ambienti insalubri).

Ancora oggi, tra i bambini di età inferiore ai cinque anni, il 28,1%, poco più di uno su quattro, è affetto da arresto della crescita, l’8,4% soffre di deperimento e il tasso di mortalità sotto i cinque anni è inaccettabile: 4,7% del 2015.

Secondo alcuni studi, la sottonutrizione è responsabile di quasi la metà di tutti i decessi infantili a livello mondiale.

Si tratta di un problema che non riguarda solo i Paesi sottosviluppati o quelli in via di sviluppo. Anche in Europa la situazione è preoccupante. Secondo Eurostat, in Grecia il 13 per cento della popolazione “non può permettersi un pasto con carne, pollo o pesce o equivalente vegetariano ogni due giorni”. Lo stesso in Italia (dove la percentuale sale al 14 per cento). E nei nuovi Stati membri dell’Unione Europea questo “problema” riguarda una persona su cinque. Segno che forse l’ingresso nella stessa Unione non ha portato i benefici sperati.

La fame nel mondo sembra una piaga che l’umanità non è capace di debellare.

“In un mondo di opportunità tecnologiche ed economiche senza precedenti, troviamo assolutamente inaccettabile che più di 100 milioni di bambini sotto i cinque anni siano sottopeso, in condizioni di non poter sviluppare a pieno il proprio potenziale umano e socio-economico, e che la malnutrizione infantile uccida ogni anno più di 2,5 milioni di bambini”, hanno detto José Graziano da Silva della FAO, Kanayo F. Nwanze dell’IFAD ed Ertharin Cousin capo del PAM, in un rapporto.

Eppure se solo lo si volesse non sarebbe impossibile intervenire. Basti pensare che nel mondo si producono oltre 2500 milioni di tonnellate all’anno di cereali come grano, granturco, riso, orzo, avena e altri prodotti. Se si dividesse questa quantità per i 7.477 miliardi di abitanti della Terra, ogni persona avrebbe a disposizione 330 chilogrammi all’anno di cereali, circa un chilo al giorno. Con l’integrazione di carne, latte, legumi, grassi eccetera, nessuno morirebbe fame (anche se si tenesse conto del fatto che non tutti questi prodotti sono destinati al consumo umano).

Secondo la FAO, per eliminare il problema della fame nel mondo sarebbero necessari 267 miliardi di dollari l’anno (da utilizzare in investimenti nelle aree rurali e urbane e per misure sociali per consentire anche alle fasce più povere della popolazione l’accesso al cibo e migliorare le loro condizioni di vita). Pochi, anzi pochissimi se si pensa che se ne spendono sei volte tanto (1.700 miliardi di dollari) in eserciti, armi, forze paramilitari, ministeri per la difesa e agenzie governative in un anno (dati spesa militare globale dell’Istituto internazionale per la ricerca sulla pace di Stoccolma, Sipri). Soldi che, invece che essere destinati a guerre e “missioni di pace”, avrebbero potuto essere utilizzati per eliminare la fame.

Rispondi