Perché non approfittiamo della bravata di Trump in Israele per chiudere la farsa delle ‘missioni di pace’?
Esteri

Perché non approfittiamo della bravata di Trump in Israele per chiudere la farsa delle ‘missioni di pace’?


Time Sicilia

Il presidente Usa ha deciso che la capitale di Israele sarà Gerusalemme, città dove si trovano le origini delle tre religioni monoteiste: l’ebraica, la cristiana e la musulmana. La pacifica convivenza di queste tre religioni ha dato a Gerusalemme il rispetto del mondo. Ma Trump sta facendo di testa sua scatenando un parapiglia internazionale. Perché l’Italia non ne approfitta per tirarsi fuori dalle ‘missioni di pace’?

di Riccardo Gueci

Qualche settimana addietro abbiamo documentato, rileggendo passo passo le frasi usate dallo stesso Trump per illustrare la sua dottrina politica, la sua natura nazista. Ed egli ne ha voluto dare ampia conferma compiendo il grande gesto di decidere quale deve essere la capitale di uno Stato estero, qual è Israele. Ed ha stabilito che questa capitale è Gerusalemme, dove si accinge a trasferire l’ambasciata Usa, attualmente a Tel Aviv.

Decisione molto infelice che ha provocato reazioni negative in tutto il mondo arabo, in Turchia, in Francia e persino all’Onu dove è stato convocato d’urgenza il Consiglio di Sicurezza. E lo stesso Papa Francesco ha fatto sentire la sua voce chiedendo il rispetto dell’assetto attuale.

Infatti, il gesto sacrilego di Trump ha violato quello che è una specie di status, non scritto, che caratterizza Gerusalemme: una città dove si trovano le origini delle tre religioni monoteiste, quella ebraica, quella cristiana e quella musulmana. E nella pacifica convivenza di queste tre religioni si è conquistata il rispetto del mondo.

Sarà stata ignoranza? O sarà stata arroganza? L’una o l’altra cambia poco. Di certo l’unico che al momento gongola è il premier fascista israeliano Benjamin Nethaniau. Ma Donald Trump che è il prodotto di una democrazia malata, come quella Usa, non considera la complessità della condizione in cui versa Gerusalemme e prova con la forza a stabilire un nuovo assetto in Medio Oriente.

Perché, dice, che “la diplomazia non è stata capace di risolvere in tanti anni il conflitto israelo-palestinese” e quindi provvederà lui a risolverlo convocando l’autorità palestinese perché ha la ricetta risolutiva.
Abbiamo accennato alla democrazia malata degli Usa e descriveremo le ragioni che ci inducono a tale giudizio.

Innanzi tutto i cittadini americani non hanno di suo il diritto di recarsi al seggio e votare. Si devono prima iscrivere ad ogni tornata elettorale; poi non sono titolari di un voto paritario (una testa un voto), ma ci sono alcuni più uguali degli altri che sono, in sé, portatori di più voti, tanto da vanificare il voto popolare. E qui si possono avanzare diverse congetture.

Per esempio, questi grandi elettori non chiedono niente in contropartita del loro voto? E’ il caso delle ultime elezioni presidenziali dove il voto popolare è andato in maggioranza a Hillary Clinton, ma è risultato eletto Donald Trump grazie al voto dei grandi elettori. E pensare che gli Usa vogliono esportare nel mondo il loro modello di democrazia, anche con le armi. E’ semplicemente ridicolo.

Ha fatto bene il nostro premier, Paolo Gentiloni, a prendere l’iniziativa di richiedere la convocazione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, d’accordo con altri Paesi europei quali Francia, Inghilterra, Germania e Svezia, cosa che è stata accolta immediatamente. Anche se non c’è da sperare niente di risolutivo.

In passato più volte il governo israeliano ha dichiarato di non rispettare le risoluzioni Onu, sia che fossero state assunte dall’Assemblea generale e sia che fossero del Consiglio di Sicurezza.

L’iniziativa dei Paesi europei è stata dettata dalla indignazione per questo gesto arrogante del presidente Usa. Ma a questo proposito vorremmo rivolgere al Premier Paolo Gentiloni una domanda:

“Non crede Ella che questa Alleanza Atlantica dopo oltre settantanni ci abbia provocato abbastanza guai e sia tuttora molta rischiosa?

Noi ci troviamo spesso in avventure belliche senza ‘avirinni né manciatu né vivutu’ (traduzione: senza che se ne conoscano le ragioni), solo perché facciamo parte “dell’Alleanza”. E’ il caso della guerra in Iraq per rimuovere le armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein.

Una bugia bella e buona che ci è costata le vittime di Nassiria. Ed è anche il caso dell’attuale guerra in Afghanistan dove siamo andati per dare la caccia allo Sceicco del Terrore, Osama bin Laden, ritenuto l’organizzatore dell’attentato alle Torri gemelle di New York e rifugiatosi fra le montagne dell’Afghanistan.

Osama bin Laden è morto il 2 maggio 2011, ma noi siamo tuttora lì a reggere il moccolo agli Usa dopo sei anni dal raggiungimento dell’obiettivo Osama. E, ancora, la guerra umanitaria in Kosovo, che ci ha visto protagonisti dell’aggressione alla Serbia per il semplice motivo che questa difendeva la sua integrità territoriale della quale il Kosovo faceva parte. Ma il premier italiano del tempo, Massimo D’Alema, era obbligato a pagare il prezzo del suo premierato agli Usa, che l’hanno consentito, grazie ai buoni uffici di Francesco Cossiga, l’uomo che assieme alla Cia si è inventato Gladio.

Quella guerra era stata organizzata dagli Usa che avevano sposato la causa della mafia albanese ed avevano finanziato ed armato l’Uck, un esercito di mercenari. Ebbene, vinta la guerra ‘umanitaria’, per qualche mese hanno presentato Ibrahim Rugova, un politico moderato, leader della Lega democratica del Kosovo, presidente provvisorio in attesa del riconoscimento internazionale e delle elezioni generali. In occasione di queste i militari mercenari hanno dismesso le tute mimetiche, hanno indossato il doppiopetto grigio e sono stati eletti al Parlamento e al governo della Repubblica albanese del Kosovo.

Rugova è morto il 21 gennaio 2006. Di quella guerra umanitaria ci restano i militari partecipanti a quella missione che soffrono i postumi delle armi chimiche all’uranio impoverito impiegato in quel conflitto.

Abbiamo voluto ricordare gli episodi più recenti per riflettere sull’opportunità di proseguire con questa Alleanza che, al nostro Paese, porta soltanto costi e sacrifici e niente di favorevole, specie con un partner permeato da una cultura guerrafondaia e cominciare una riflessione sulla opportunità di continuarla.

10 dicembre 2017

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TimeSicilia


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