I pescatori siciliani prigionieri in Libia ostaggi della pochezza di Roma e dell’inutilità di Palermo

Un’Italia debole, per le scelte folli degli anni passati,  che non ha la forza di negoziare.  Una Sicilia completamente assente in uno scenario in cui dovrebbe contare. A pagarne il prezzo, 18 poveri marinai. Il ruolo della Russia. La disperazione dei familiari

Se anche Papa Francesco dice la sua, allora non ci sono dubbi: la situazione è davvero complicata, se non drammatica. Parliamo dell’incredibile vicenda dei 18 pescatori della Marineria di Mazara del Vallo (otto siciliani, sei tunisini, due senegalesi e due indonesiani)  fatti prigionieri nella Libia di Bengasi. Era il primo settembre quando la guardia costiera dalla milizia del generale, Khalifa Haftar, sequestrava i due motopesca “Antartide” e “Medinea” a circa 35 miglia dalle coste libiche. L’accusa è di violazione della Zona Economica Esclusiva libica, istituita unilateralmente nel 2005 e che si estende 62 miglia oltre le 12 delle acque territoriali. Per tutti gli altri quelle sono acque internazionali. Per tutti, dietro a questa assurda situazione, c’è qualcosa che va ben al di là delle questioni legate alla pesca. Il risultato è che da più di 50 giorni questi pescatori siciliani (tutti risiedono in Sicilia) sono in prigione, ad una quindicina di chilometri da Bengasi, tra silenzi istituzionali imbarazzanti e pochissime notizie. Come stanno?

La rabbia dei familiari è ormai incontenibile: “Resteremo davanti a Montecitorio fino a quando non torneranno” urlano ogni giorno i parenti che hanno anche incontrato il Pontefice: “Aspettiamo una buona notizia. Siamo appena usciti dall’incontro con il Papa che abbiamo ringraziato per la sua preghiera di domenica per noi e per i nostri pescatori. L’ultima volta che li abbiamo sentiti era il 16 settembre: ci ha chiamato il comandante della Medinea per dirci che erano in galera. Da allora solo silenzio”.

Che sta succedendo?

In quale risiko sono finiti questi sfortunati marinai? Il fatto che non si sa nulla del fantomatico processo che, secondo fonti locali, sarebbe dovuto cominciare lo scorso 20 Ottobre, la dice lunga sulla trappola in cui sono finiti a loro insaputa.

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Un fatto è certo: l’Italia sta facendo una pessima figura a livello internazionale e questo, secondo un articolo che abbiamo letto su ‘Analisidifesa’ (magazine che si occupa di questione relative alle tematiche militari) potrebbe essere già un obiettivo di Haftar: “Non sfugge che il sequestro dei due pescherecci è avvenuto poche ore dopo che il ministro degli esteri, Luigi Di Maio, si era recato a Tripoli e poi a Tobruk per incontrare i leader delle “due libie”. Di solito in Cirenaica incontrava il generale Haftar ma nel suo ultimo viaggio è andato a colloquio con il presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, considerato “l’uomo nuovo” della Cirenaica, l’interlocutore a cui rivolgersi dopo che la stella di Haftar è tramontata in seguito alla mancata vittoria della battaglia di Tripoli”. 

Insomma, sarà in declino ma non tanto da potere essere ignorato secondo questa ricostruzione. Confermata, peraltro, dall’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), che in una intervista rilasciata a Globalist, dice che i pescatori sono ostaggio delle “nostre oscillazioni”: ” Prima avevamo dato molto credito, all’inizio dell’esperimento, al Governo di accordo nazionale di Sarraj, lo abbiamo sostenuto apertamente, è vero che era anche l’unica autorità riconosciuta dalle Nazioni Unite, poi ad un certo punto abbiamo dato l’impressione di mollare Sarraj per avvicinarci ad Haftar e in questo momento in cui quest’ultimo ha delle enormi difficoltà sul terreno e anche nei confronti della sua constituency in Cirenaica, avere sequestrato dei pescatori italiani gli dà un asset da utilizzare per ricattare l’Italia. Noi in questa fase, proprio perché ci siamo di nuovo spostati su Sarraj, e abbiamo dato l’impressione di abbandonare Haftar, in evidenti difficoltà politiche, abbiamo avuto meno possibilità di negoziare con lui una soluzione per la liberazione dei nostri pescatori”. 

Feroci parla anche del ruolo di Russia e Turchia che sono entrati nell’area mentre gli Usa si sono piano dileguati: “Nel Mediterraneo si è assistito ad una ridistribuzione di presenze strategiche, con l’ingresso nella regione, molto ingombrante e molto temibile, di due potenze che  a seconda delle situazioni riescono a trovare intese parziali o altrimenti sono in competizione e in conflitto tra loro”. 

Luigi Di Maio e il generale Haftar in un fotomontaggio di Byoblu

Ad occhio e croce, quindi, se c’è un Paese che potrebbe dare una mano all’Italia è la Russia. Bisogna vedere se è interessata a farlo, considerando lo scarso senso di riconoscenza degli italiani verso questa grande potenza e la posizione dell’Europa che, appena può, ne prende le distanze. In ogni caso, l’appello a Mosca è già stato lanciato: “Il mio ministero ha chiesto alla Russia di usare la propria influenza diretta sul generale Khalifah Haftar per portare a casa i nostri connazionali” ha detto il ministro degli Esteri,Luigi Di Maio, durante un’audizione in Senato.

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Può anche darsi che la comunità internazionale, in generale, non si stia muovendo perché l’indebolimento dell’Italia in quell’area del Mediterraneo farebbe comodo a più di un Paese. Più preciso parlare di un ulteriore indebolimento, perché l’Italia negli anni passati ha tenuto una linea suicida nel Mediterraneo  avallando scelte di altri Paesi, in primis la Francia, che ci hanno solo danneggiato. In questo senso, la debolezza dell’Italia non può, per onestà intellettuale, essere imputata all’attuale governo che, al limite, non sta brillando.

E questa considerazione ci riporta al tema accennato degli interessi sottostanti la questione dei pescatori e che parlano indubbiamente di questioni energetiche, di piattaforme petrolifere off-shore.

Di ricatto vero e proprio ha parlato, tra gli altri, Orazio Vasta, sindacalista dell’USB che ha organizzato più di una mobilitazione: ” I nostri pescatori sono ostaggio in questo momento di qualcosa che è molto più grande, non si tratta di una questione di guerra del pesce. Qua c’è un ricatto nei confronti dell’Italia che colpisce la parte più debole del nostro paese che sono i siciliani in modo particolare e la nostra marineria che è KO”.

Sulla stessa lunghezza d’onda TerraeLiberazione, F.A.S. (Federazione Armatori Siciliani della pesca artigianale) e A.P.M.P.(Associazione Pescatori e Marittimi Professionali) che stanno tenendo alta l’attenzione sul caso e che in una nota scrivono:

“Chi ha distrutto la Libia di Gheddafi e il Trattato di Amicizia italo-libico –(che prevedeva un grande sviluppo di cui avrebbe beneficiato la Sicilia in primis)- rialzando il Muro sull’Acqua raccoglie oggi i cocci della sua idiozia e subalternità: l’imperialismo italiano è nato e muore straccione, la Sicilia ne è ostaggio da 160 anni”.

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Chiaro il riferimento alle scelte sbagliate dell’Italia negli anni passati, scelte che l’hanno condannata alla marginalità in un’aerea dove dovrebbe essere in pole position.

“Intanto, – continua la nota- il gasdotto Mellita-Gela e i malconci interessi dell’ENI in Libia sono il convitato di pietra del dramma di 18 lavoratori ostaggi in una galera di Bengasi. Chiediamo la LIBERAZIONE dei LAVORATORI siciliani, tunisini e indonesiani illegalmente detenuti a Bengasi. Ma chiediamo, a questo punto, che a muoversi siano anche il governo di Tunisi e i sindacati tunisini, essendo molto più seri e credibili dei “pagliacci romani” della Farnesina. Rileviamo infine che dove si Lavora a un certo livello l’internazionalizzazione è la normalità, alla faccia dei Muri e delle nebbie razziste spacciate dai Regimi della Paura per coprire i loro intrallazzi di sempre! La nostra solidarietà ai lavoratori sequestrati e ai loro familiari e amici, con un saluto speciale a una coraggiosa giovane siciliana che si chiama Naoires Ben Haddad”.

Inutile sottolineare l’assoluta assenza del governo siciliano sulla questione. E’ non è solo un fatto di competenze. Intanto, secondo lo Statuto siciliano, è il Presidente della Regione ad essere responsabile della sicurezza dei siciliani. Potrebbe alzare la voce, eccome. Ancora più rilevante in questo contesto la posizione centrale della nostra Isola nel Mediterraneo. La Sicilia dovrebbe avere voce in capitolo, a prescindere dalle prerogative, ma non ce l’ha. Per averla dovrebbe avere una classe politica all’altezza di misurarsi con uno scenario internazionale. Ma non ce l’ha.

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