Il PIL dell’Italia è cresciuto? Sì, meno che negli altri Paesi. Quindi il gap è aumentato!
Editoriale

Il PIL dell’Italia è cresciuto? Sì, meno che negli altri Paesi. Quindi il gap è aumentato!


C. Alessandro Mauceri

Se la ‘crescita’ viene rapportata a quella di altri Paesi europei, si scopre che l’Italia è sempre agli ultimi posti. Spagna, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e persino la Tunisia hanno fatto meglio del Belpaese. Di più: se si analizza bene questa notizia, si scopre che il ‘successo’ del PIL italiano è potenziale e non reale!

“La decrescita infelice” è il titolo di un bellissimo libro di Maurizio Pallante. Nell’opera lo scrittore fa una attenta disamina del PIL e della sua funzionalità come indicatore economico. La conclusione è che si può essere “felici” anche con un PIL non in crescita. E se invece il PIL aumenta? Proprio in questi giorni l’ISTAT ha diffuso i dati economici relativi al secondo trimestre dell’anno: secondo l’Istituto Nazionale di Statistica in Italia il PIL (parametro da decenni considerato non rappresentativo e fallace) è cresciuto dello 0,4%, dell’1,5% su base annua. Nessuno ha ricordato che si tratta di PIL potenziale e non reale. Cosa già grave di per sé, ma resa ancora più grave dal fatto che per il calcolo del PIL il governo ha caricato nel paniere voci che, da sempre, appaiono stonate come l’economia legata alla prostituzione o ad alcune pratiche illegali.

Ad ogni modo, dato che, secondo l’ISTAT, il PIL è in crescita, tutti si sono precipitati a coprirsi di lodi. Il premier Paolo Gentiloni su Twitter ha parlato di “una buona base per rilanciare economia e posti di lavoro” (bei tempi quando le dichiarazioni ufficiali non si facevano con l’uccellino). E poi il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, il quale ha sottolineato che l’ “incremento dello 0,4% corrisponde a una crescita dell’1,5% rispetto al livello raggiunto nel secondo trimestre 2016, il tasso di crescita economica più sostenuto dall’inizio della crisi”.

Ovviamente non poteva non “godere” del risultato anche il nuovo che non avanza più, l’ex premier Renzi:

“I dati ISTAT – gongola l’ex capo del Governo italiano – smentiscono i gufi, ma non basta dire che i mille giorni hanno rimesso in moto l’Italia: ora bisogna andare avanti”.

Gli ha fatto eco l’onnipresente Maria Elena Boschi:

“Quando siamo partiti l’Italia aveva il segno meno davanti e il PIL. Con i #MilleGiorni è tornata la crescita. Ci hanno criticato tutti i giorni, senza tregua, ma la direzione era quella giusta”.

Ma davvero questa crescita del PIL dimostra che l’Italia ha ingranato la marcia giusta e che è fuori dalla crisi? Stando ad altri dati non sembra proprio che sia così.

La povertà continua a crescere e l’economia ristagna da troppo tempo. Ma l’aspetto più importante, e del quale nessun politico ha parlato, è che in un mondo di mercati senza frontiere è fondamentale il confronto con gli altri Paesi. E qui i numeri sono decisamente diversi.

Nello stesso periodo altri Paesi, quelli con cui l’Italia si deve confrontare sui mercati internazionali, hanno registrato performance decisamente migliori.

Negli Stati Uniti il PIL è cresciuto dello 0,6%, con un aumento tendenziale del 2,1%.

In Francia la media dell’anno è stata dell’1,8%.

Nel Regno Unito dell’1,7%.

In Spagna negli ultimi tre anni l’economia è cresciuta di oltre il 3% all’anno: più di tutte le altre grandi economie dell’Eurozona, il triplo dell’Italia, il doppio della Francia, quasi il doppio perfino della Germania.

Perfino la Tunisia (tanto per restare nel Mediterraneo), appena fuori da una rivolta interna, ha fatto meglio dell’Italia: la sua crescita semestrale si è attestata all’1,9%.

Infine, in Europa, stando ai dati diffusi da Eurostat, il PIL è aumentato mediamente dello 0,6% nel trimestre e del 2,2% rispetto allo scorso anno.

Un confronto impietoso che dimostra che i “successi” conclamati non serviranno a colmare il gap che separa l’Italia dagli altri Paesi europei. Anzi la situazione è destinata a peggiorare.

C’è un aspetto che non è sfuggito agli analisti più attenti:

“In un contesto estremamente favorevole – 17 trimestri consecutivi di crescita nell’Eurozona – si conferma la ripresa dell’economia italiana, a livelli però ancora insufficienti per rilanciare sensibilmente gli investimenti e assorbire la disoccupazione”, ha dichiarato Andrea Goldstein, Chief Economist di Nomisma. Secondo Goldstein, il “gap tra l’Italia e i principali partner si amplia inesorabilmente”, dato che “altrove il PIL corre a ritmi ben più sostenuti e il gap tra l’Italia e i principali partner commerciali e finanziari si amplia quasi inesorabilmente ad ogni trimestre”. “Prima o poi” conclude l’economista “l’Italia rimarrà l’unico paese del G20 con un PIL inferiore al livello pre-crisi”.

Già, perché il tanto agognato traguardo, il raggiungimento dei livelli pre-crisi, del 2008, in Italia è ancora un miraggio. In barba alle promesse e ai vanti di tutti gli ultimi governi, il PIL italiano, nel secondo trimestre del 2017, resta inferiore di oltre il 6% rispetto quello di quasi dieci anni fa. Nel primo trimestre del 2008, infatti, il Prodotto Interno Lordo trimestrale aveva raggiunto i 424.824 milioni di euro. Oggi le ultime stime preliminari lo indicano a 397.458 (nel secondo trimestre 2017). Una performance ben diversa da quella di altri Paesi.

Se è vero che l’Italia è in crescita, lo è in modo assolutamente inutile e inefficace. Una “crescita infelice” che non serve agli italiani. E di cui certamente non c’è ad esser fieri. Anzi.

17 agosto 2017

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AlessandroMauceri


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