Ma quale salvataggio di INPS e pensioni: l’ondata di migranti finirà di affossare definitivamente l’Italia
Editoriale

Ma quale salvataggio di INPS e pensioni: l’ondata di migranti finirà di affossare definitivamente l’Italia


C. Alessandro Mauceri

I migranti che arrivano in Italia non tengono in piedi il nostro sistema pensionistico: semmai tengono in piedi un presente traballante che annuncia una catastrofe, perché tra qualche anno bisognerà pagare le pensioni a una platea maggiore di persone. Quello che l’attuale politica non dice è che i migranti, quest’anno, costeranno all’Italia 4 miliardi e 200 milioni di euro (e forse di più se gli sbarchi continueranno a questi ritmi). A tali costi vanno sommanti altri 4 miliardi di euro di assistenza sanitaria, 2 miliardi di euro per i costi relativi ai detenuti stranieri (che sono il 35% del totale) e 3 miliardi di euro di prestazioni pensionistiche che l’Italia paga già

Negli ultimi giorni, la notizia più discussa, riguardante i migranti, è quella del presidente dell’INPS, Tito Boeri, che, rivolto alla classe politica, ha detto senza mezzi termini:

“Abbia il coraggio di dire la verità. I migranti sono necessari per tenere in piedi il nostro welfare”.

Poi, come al solito, la discussione è degenerata su dati difficili da credere (“I risultati della nostra simulazione a prezzi costanti possono essere riassunti in tre cifre: nei prossimi 22 anni avremmo 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell’INPS. Insomma una manovrina in più da fare ogni anno per tenere i conti sotto controllo”).

Ma davvero accogliere decine e decine di migliaia di migranti servirà a risolvere i problemi dell’INPS?

Il problema è che, come ormai prassi diffusa, ogni volta che c’è un problema tutti parlano dei migranti (come nel caso degli attentati in Europa, che, però in oltre il settante per cento dei casi sono stati commessi da cittadini dell’Unione). Ma solo pochi dicono realmente come stanno le cose. E ancora meno lo fanno riportando dati certi e documentati.

A cominciare dal tema di base: i migranti. Che, in quanto tali, non sono né cittadini italiani, né lavoratori quindi non verserebbero (né loro né le imprese che dovessero assumerli) alcun contributo. Diversa la situazione per gli “immigrati”, cui probabilmente voleva far riferimento Boeri: due categorie sono ben distinte e molto diverse tra loro.

Quelli che arrivano in Italia a decine di migliaia e senza che i governi siano in grado di far rispettare i vincoli di frontiera, per il 2% sono rifugiati, per un altro 13 % sono profughi o tali da poter godere di altri permessi di soggiorno. Il restante 85% (dati ISPI e ISTAT su elaborazione Ministero dell’Interno) cercano di venire in Italia per ragioni economiche. In altre parole, sono persone che, a causa di disagi, mutazioni del territorio, incapacità di trovare lavoro nelle metropoli africane, fenomeni come il landgrabbing e il watergrabbing e molto altro, cercano di trovare un lavoro in Italia.

Non è vero neanche che si tratta di persone non identificate: ad Aprile 2017, le autorità sapevano chi erano il 99% dei migranti giunti nel Bel Paese. Solo che, invece che rispedirli oltre confine, dato che non hanno alcun permesso di soggiorno e, tanto meno sono turisti o studenti, ha accettato di farli restare in Italia fornendo loro agevolazioni, aiuti e incentivi che costano ai contribuenti una somma spropositata.

È questo, forse, il motivo principale, anche se non giustificativo, delle decisioni prese da molti Paesi europei nei giorni scorsi: Francia e Spagna hanno chiuso le frontiere, l’Austria ha addirittura schierato l’esercito al confine con l’Italia. E alla sessione plenaria del Parlamento europeo, quando si doveva discutere del problema, erano presenti 31 (leggi trentuno) europarlamentari. Al punto che il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha punito questo comportamento dicendo “siete ridicoli”. E ha rinunciato al proprio intervento.

Del resto, non sarebbe servito a molto, visto che l’aula era quasi vuota. Così come non servirà a molto rinviare la decisione sul ricollocamento dei rifugiati (non dei migranti) al 2018: la decisione è già stata presa, dato che molti Paesi hanno deciso unilateralmente di sospendere il trattato di Dublino. Stessa cosa è avvenuto con il trattato di Schengen: in molti Paesi le persone alle frontiere sono ormai sottoposte a controlli severi. Limitazioni e controlli che riguardano le persone, però, non le merci o i flussi di denaor tra le banche.

L’unico Paese in cui le persone non vengono fermate alle frontiere pare essere l’Italia. Anche quando provengono da Paesi extraeuropei. Anzi il governo italiano (e molti altri compresi quelli di Paesi dell’Unione) e le Ong fanno a gara a chi ne porta di più nei centri di prima accoglienza che, però, dovrebbero cambiare nome dato che in questi centri i migranti rimangono per periodi lunghissimi e ingiustificati.

In realtà, molte di queste persone, stando alle norme di diritto internazionale (riconosciute ratificate ma non applicate), non dovrebbero neanche giungere nel Bel Paese: se da un alto è vero che le convenzioni UNCLOS, SOLAS e SAR stabiliscono l’obbligo di assistere le persone in pericolo in mare e di condurre i sopravvissuti in un “luogo sicuro geograficamente vicino”, è però pur vero che questo luogo non è l’Italia, ma Malta (anche nel caso di barconi che si avvicinassero a Lampedusa, isola italiana che si trova all’interno della zona SAR maltese).

Il fatto che Malta, Paese che fa parte dell’Unione Europea, da anni si sia tirata fuori da questa faccenda non la giustifica. Anche nel caso di richiedenti asilo o di profughi, per i quali, come ha specificato il comitato esecutivo dell’UNHCR (conclusione n. 23 del 1981) nel luogo dove vengono condotti deve sussistere il rispetto dei “bisogni umani essenziali: vitto, alloggio e necessità mediche. Cosa questa che escluderebbe la consegna alla Libia (come previsto dall’accordo firmato dal governo italiano con la Libia). Eppure nessuno alza il dito contro Malta o dice una parola su tutto ciò.

Quelli che sono arrivati in Italia fino ad ora non serviranno ad aumentare le entrate dell’INPS. A meno ovviamente di cambiare la legge e di farli diventare tutti cittadini italiani in un solo colpo (ormai non c’è più da stupirsi di niente). Un primo passo in questa direzione è stato fatto con la proposta di legge sullo ius soli attualmente in discussione al Senato: ancora una volta una legge che pochi hanno letto a fondo. Non solo perché lo ius soli, in Italia, esiste già (sebbene sottoposto a vincoli) e nemmeno perché quello che potrebbe fare acquisire la cittadinanza agli extracomunitari non è lo ius soli, ma semmai lo ius culturae (ovvero aver frequentato un percorso educativo completo per almeno cinque anni).

Ma perché, anche ammesso che tutti i migranti con l’età e le competenze idonee, cominciassero a studiare oggi, dovrebbero passare almeno cinque anni prima di poter diventare cittadini italiani e, cominciare a versare contributi all’INPS (ammesso che trovassero immediatamente un lavoro regolare senza finire, come purtroppo accade per molti degli immigrati regolari, nell’inferno del lavoro in nero).

“Sbagliato non concedere i permessi di soggiorno – ha detto Boeri – le regolarizzazioni sono state il più potente strumento di emersione del lavoro nero e hanno avuto un effetto duraturo sul comportamento lavorativo degli immigrati: quattro lavoratori regolarizzati su cinque erano contribuenti attivi anche cinque anni dopo la loro regolarizzazione”.

Un dato diverso da quello contenuto nel rapporto del Ministero del Lavoro, solo un anno fa, che parlava di 18.215 lavoratori ‘in nero’ rilevati nei controlli con un “sensibile aumento rispetto al corrispondente semestre del 2014”. E, a fare da corollario a questo quadro, il “notevole incremento delle irregolarità, di natura penale relative alla tutela delle lavoratrici madri e all’impiego di lavoratori extracomunitari clandestini”.

“L’INPS salta anzitutto per cattiva gestione politica ed economica della distribuzione delle pensioni e per l’iniquità tra contributi pagati e pensioni riconosciute”, ha detto in una intervista l’economista Ettore Gotti Tedeschi. “Salta semmai per l’incapacità che abbiamo dimostrato di gestire la crisi economica scoppiata nel 2007. La soluzione legata all’immigrazione è però più complessa da intendere. Sarebbe risolutivo un governo capace di valorizzare il nostro Paese in Europa e fare finalmente (con almeno 10 anni di ritardo) un piano di sviluppo economico che crei crescita economica, occupazione, tasse pagate, contributi pagati ecc. e ridia lancio alla speranza, che stimoli la nascita di famiglie”.

A questo bisogna aggiungere che i costi per l’accoglienza sono in continua crescita. Costi che – è scritto nel Def – tra operazioni di soccorso, assistenza sanitaria, alloggio e istruzione per i minori non accompagnati ammontano, al netto dei contributi dell’UE, a 3,6 miliardi (0,22 per cento del Pil) nel 2016 e sono previste pari a 4,2 miliardi (0,25 per cento del Pil) nel 2017. e sempre che il numero dei migranti non cresca (come invece sta avvenendo).

A questi bisogna aggiungere i costi per l’assistenza sanitaria, circa 4 miliardi tra assistenza e somministrazione farmaci, 2 miliardi di euro per i costi relativi ai detenuti stranieri (che sono il 35% del totale), e 3 miliardi di prestazioni pensionistiche (gli extracomunitari pensionati sono circa 71 mila e i comunitari dell’Europa dell’Est circa 25 mila, quindi 100 mila in totale a fronte di 16 milioni di pensionati).

Aprire le frontiere ai migranti probabilmente non servirà né a salvare l’economia del Bel Paese, né a tappare, nemmeno in parte, i ‘buchi’ che derivano dalla cattiva gestione dei fondi pubblici e di quelli dei contribuenti (non bisogna dimenticare che quelli versati all’INPS sono soldi che i lavoratori accantonano in vista del proprio pensionamento).

Ma non basta. Questi giochetti geopolitici non servono nemmeno a risolvere il problema del calo della popolazione: l’Italia diventa ogni giorno che passa un Paese di vecchi. La crisi economica senza fine che i vari “governi del fare” e governi tecnici non sono riusciti a risolvere ha causato un calo spaventoso delle nascite: nel 2008 i nuovi nati erano 576.659, nel 2016 solo 473.438. Una differenza di quasi il 18% (solo nell’ultimo anno 2015/2016 il calo è stato del 12%). Continuando di questo passo, tra qualche anno non ci saranno figli di “italiani” nelle scuole. A meno ovviamente di considerare gli immigrati. Anzi non gli immigrati (ovvero quelli entrati in Italia con un regolare lavoro e un permesso di soggiorno), ma i migranti (quelli prelevati dai barconi quasi sulle coste della Libia).

In attesa che, dopo qualche decina d’anni possano trovare un lavoro e cominciare a versare contributi e…. fare figli. Perché ciò accada, però, ci vorranno molti anni (almeno un lustro e ammesso che la legge sullo ius soli venga approvata). Ma questo il rapporto dell’INPS non lo dice…

7 luglio 2017

Autore

AlessandroMauceri


Rispondi

Seguici su Twitter
Chi Siamo

Giornale online diretto
da Giulio Ambrosetti

vice direttore
Antonella Sferrazza

timesicilia@gmail.com

Powered by GianBo