Quella volta che don Masino minacciò con la pistola un uomo che l’aveva preso a botte
Carta bianca

Quella volta che don Masino minacciò con la pistola un uomo che l’aveva preso a botte


Time Sicilia

Seconda puntata del racconto di Gioacchino Basile. La vita nelle borgate di Palermo che si distendono tra il Monte Pellegrino e il mare con le officine del Cantiere Navale. I ricordi di un bambino e della sua famiglia. I primi incontri con i mafiosi. E con qualche prete pedofilo 

Quel giorno noi ragazzini di via Castellana c’eravamo portati in via Pietro Bonanno per recarci al campo di calcio che i Buscetta ci avevano fatto livellare ai piedi della montagna quando, davanti alla loro villa, notammo una piccola folla di gente: cercavano di dividere due persone che se le davano di santa ragione; uno era Tommaso Buscetta, l’altro era un uomo dell’apparente stessa sua età che, poco prima, scendeva con la sua auto in direzione della città è si era scontrato con l’auto di Tommaso Buscetta; quest’ultimo, uscendo dalla villa, non gli aveva dato la precedenza.

Masino Buscetta era messo proprio male, quando i presenti alla rissa riuscirono a separarli; anzi è più giusto dire, quando i presenti tolsero il Buscetta da sotto il suo antagonista. Un farabutto, con la scusa di far da paciere, bloccò dalle spalle il contendente di Buscetta è lui ne approfittò per mollargli calci e pugni.

Poi apri lo sportello della sua auto prese un revolver ed intimò a tutti i presenti di allontanarsi. Quindi s’avvicinò al suo contendente e gli disse più o meno così:

“Ora tu ti metti in ginocchio e mi chiedi perdono qui davanti a tutti, altrimenti t’ammazzo come un cane”.

Quel poveraccio si guardo attorno cercando di capire cosa gli stava succedendo; quelli che li avevano divisi si defilavano uno dietro l’altro. Quando si rese conto con quale essere spregevole la sorte lo aveva fatto incontrare quel giorno, s’inginocchio è gli chiese scusa.

Subito dopo la resa incondizionata di quel povero cristo, che aveva visto la morte con gli occhi, quella piccola folla si riavvicinò ossequiosa a Buscetta, che aveva riacquistato la sua dignità mafiosa, e qualcuno addirittura si complimento con lui.

Altri s’avvicinarono al povero sventurato e lo invitarono a stringere la mano “al buon don Masino” che boriosamente accetto, offrendo la sua disponibilità a ridiscutere pacatamente dell’incidente automobilistico ed a riconoscere il suo torto economico, che ci tenne a precisare, non giustificava il comportamento (?) del suo antagonista, che a dire del boss era stato vastaso…

Se la scena in cui vidi mio padre eccessivamente “rispettoso” di Angelo Galatolo mi aveva segnato, quella che vidi con protagonisti Masino Buscetta e la gente di quella piccola comunità ai piedi del Montepellegrino forgiò dentro di me un profondo disprezzo per i mafiosi ed il servilismo dei molti.

Dei Buscetta Masino e Vincenzo non ho bei ricordi, anche se a loro dovevamo esser grati per agevolare la nostra voglia di giocare al calcio.

Avevano approntato “a loro spese” molti camion di terra ed un trattore per livellare un tratto di terreno ai piedi del Monte Pellegrino (a circa 100 metri dalla storica Grotta del Condannato ed a pochi metri del vivaio della Forestale) ed a poche decine di metri della loro villa, per darci la possibilità di giocare a calcio con i loro figli, che avevano scarpe, divise di calciatori e palloni di cuoio, che molte volte mettevano in difficoltà noi bambini, che le scarpe le avevano di qualità scadente è bucate, tamponate con suole di cartone che si sfasciavano definitivamente quando colpivamo di punta il duro pallone di cuoio.

Ma ai loro figli mi sento ancora oggi molto legato dalla lealtà che si instaura fra i bambini nell’adolescenza… A noi ragazzini meno fortunati non fecero mai pesare il loro status di benestanti, ed anzi, ricordo molte domeniche pomeriggio in cui invitavano alcuni di noi al cinema Arlecchino, che in quel tempo era un cinema ‘in’. Posso ben dire che, grazie a loro, entrai per la prima volta in un cinema dove si trasmettevano i film di prima visione assoluta.

Vincenzo Buscetta viveva di riflesso al potere del fratello ed amava andare in giro in tenuta da caccia e fucile sulla spalla, anche quando la caccia era chiusa. Nella piccola borgata era una sorta di tutore dei più deboli… Qualche volta ebbi anche modo di sentirlo pavoneggiare per aver risolto qualche piccolo problema nella borgata (strade, passi carrabili, problemi catastali ecc..) attraverso i suoi referenti politici.

Molto probabilmente era piena estate, quel pomeriggio dell’anno 1960. La nostra solita partita di calcio fu interrotta dal terrore nel vedere scendere di corsa dalla montagna una decina di uomini armati di mitra che puntavano dritti alla casa villa dei Buscetta: la paura cessò solo quando, fuggendo impauriti, nella via Pietro Bonanno notammo parecchie auto e camionette della polizia ferme davanti alla loro villa.

Già altre volte la polizia aveva tentato la cattura di Vincenzo Buscetta, però mai con quello spiegamento di forze e sempre con esito negativo. Quella volta, per puro caso, scoprirono come li aveva sempre beffati: si nascondeva dentro una nicchia occultata dalle vetrate del lussuoso salone della sua villa.

Nutrivo molta antipatia per Vincenzo che s’atteggiava a boss, pur non essendolo (lavorava come un mulo nella sua vetreria); però mi commossero molto le grida di dolore di sua figlia Lucia, mentre lo portavano via; Benny, Antonio e Domenico, restarono chiusi in casa.

L’operazione della polizia dura almeno un’ora; quella volta, Vincenzo ben nascosto dietro gli specchi del salone di casa sua, fu fregato da una banale casualità che fece spostare la porta fantasma che lo nascondeva. Mentre lo portavano via, voleva assumere l’atteggiamento del duro, ma le grida di dolore di sua figlia, che commossero le decine e decine di spettatori, lo misero in seria difficoltà.

Come sempre, “nelle scene di vissuto straordinario” mi ponevo da attento osservatore per cogliere ogni aspetto delle qualità umane, anche se poi mi è servito a poco, perché le profondità delle nostre debolezze vanno oltre ogni scuola e/o università umana.

Quel giorno qualcuno (che s’inchinava come un verme di fronte ai Buscetta) si lamentò con i poliziotti, sotto voce, guardando bene dal farsi sentire da alcuno, perché questi avevano intimato i Buscetta di bloccare subito il loro cane (un portentoso e bellissimo pastore tedesco): per lui, il cane addestrato alla guardia andava immediatamente neutralizzato con ogni mezzo… questo diceva, ai poliziotti il triste lecca piedi dei Buscetta…

A parte questi fatti, la mia fanciullezza trascorse prevalentemente in buona serenità in quella piccola e pacifica borgata formata da via Castellana e via Pietro Bonanno, dove il selvaggio ampliamento urbano non aveva ancora distrutto il verde e le campagne coltivate che andavano da tutta l’attuale via Ammiraglio Rizzo fino a sotto le falde del Montepellegrino.

Avevamo poco, forse è bene dire pochissimo, ma non ci mancava mai il necessario: le uniche vere scene di miseria le notavo, nei fatti umani fin qui descritti, giornalmente davanti ad una porta carraia della Caserma Cascino, lato Montepelligrino, quasi di fronte all’azienda Ancione. C’erano i soldati addetti alla corvé distribuivano gli avanzi della truppa ai tantissimi bisognosi, ostaggio della miseria: erano vecchi e bambini, uomini e donne che, spesso, litigavano fra di loro per la priorità, perché alla fine c’era sempre qualcuno che restava senza: Dio mio che tristezza!

Le ore principali della giornata erano segnalate dalla sirena del Cantiere Navale che giungeva ben distinta fino alle falde del Montepellegrino; quando suonava fuori gli orari stabiliti, ci annunciava il lutto, la morte di qualche operaio.

D’estate, quella sirena, alle 16,30, serviva a noi bambini come ultimo avviso per tornare a casa quando già alla tenerissima età di 7/8 anni cominciavamo ad andare di nascosto ai nostri genitori al mare nella spiaggia libera sita a fianco del lido dei fratelli Miloro, all’Acquasanta, a circa un Km. da casa nostra: oggi è tutto un porticciolo.

Furono molte le volte che le prendemmo di santa ragione dai nostri genitori perché ci ritiravamo a casa con le sole mutandine, dopo che ci avevano rubato sandali , magliette e pantaloncini. A nulla valeva il nostro pianto: nessuno aveva visto niente nella affollatissima spiaggia… anzi erano tanti quelli che ci deridevano per le legnate che avremmo prese a casa.

All’Acquasanta per la prima volta consumai la mia rivalsa contro l’arroganza della cultura mafiosa: sul lato Villa Igea c’era una fontana è lì nei pressi c’era la taverna dei Pipitone, antica generazione di boss. Con un mio coetaneo, dopo aver bevuto, ci apprestavamo ad andarcene, quando da un gruppo di tre persone che stavano parlando appartate in colorita teatralità “di uomini di rispetto”, uno di questi mi chiamo apostrofandomi:

“Attia”.

Anche se avevo capito benissimo che l’invito imperativo era rivolto a me, feci finta di non sentire ed al mio amico che stava per indicarmi il fatto, feci un’occhiataccia. Il personaggio in oggetto ancora una volta mi chiamo con la stessa arroganza, ma noi continuammo la nostra strada facendo finta di non sentire.

Giusto in quel momento, di fronte a noi, arrivava un’altra persona, che a quanto pare conosceva i tre personaggi appartati che, avendo letto frontalmente la mia finta sordità, mi rimproverò dicendomi:

Ma chi bbastasu sì, chiffà unnù sienti cà ti stannù chiamannù?“.

Dovetti tornare indietro, mentre il mio amico coraggiosamente mi abbandonava continuando a tirare avanti, per aspettarmi poi accanto all’edicola, che forse c’è ancora oggi, in piazza Acquasanta.

Avvicinatomi al don, che non conoscevo nemmeno di vista, gli chiesi cosa volesse da me. Il don in questione era visibilmente irritato per come l’avevo trattato di fronte ai suoi interlocutori, e con imperativa boriosità, mi disse:

Va pigghiami rù pacchietti i super senza fittrù, e cieccà ri fari priestù cà stàiu aspittannù a ttìà“.

Nel darmi questi perentori comandi tiro fuori dalla tasca un bel mucchio di banconote consegnandomene una da cinquemila. Senta, gli dissi, non può darmi per favore qualche carta da 500 lire o da 1000 lire? Ho paura che qualcuno mi li scippi.

Un tì preoccupari – mi rispose fra le risate dei suoi interlocutori – ca tu un sì faccì i fariti futtiri i picciuli…“.

Raggiunto il mio coraggioso amico gli dissi il motivo di quell’invito perentorio e ci avviammo verso la tabaccheria di Piazza Acquasanta sita proprio di fronte la spiaggia libera. Lungo l’arco di quei 100 metri di strada proposi al mio amico di castigare quel porco arrogante fottendogli i soldi. Lui aveva molta paura, ma quando gli proposi la metà dei soldi, anche lui fu d’accordo sul fatto che quel porco meritava questo ed altro, anche se poi dovevano rinunciare a qualche settima di mare.

Accanto a quella tabaccheria c’è tutt’oggi una stretta stradina che conduce nella strada ove è ubicato il campo di calcio del Cantiere Navale e la scuola elementare ‘Cesare Abba’: fuggimmo da quella stradina e quel porco mafioso aspetta ancora le sigarette ed il resto delle cinquemila lire…

In quel tempo noi bambini figli degli umili operai senza diritti avevamo l’obbligo di crescere in fretta, tant’è che già a soli 6 anni (in gruppo con i più grandicelli) ci recavamo a scuola da soli. Frequentavamo la scuola elementare ‘Raffaello Lambruschini’.

In quella scuola elementare incontrai la persona che certamente più d’ogni altra forgiò la mia dignità e la mia coscienza: il maestro Mocciaro, un uomo tutto d’un pezzo; un fascista dichiarato che ogni giorno c’inculcava l’amor patrio di cui fuori delle mura della scuola non c’era la traccia.

Con lui frequentai con profitto tutto il percorso delle scuole elementari. Non ci insegnò solo a leggere e scrivere, ma fu nostro maestro di vita con fermezza, ma anche con tantissimo amore.

A quel tempo è legato il più doloroso momento della mia fanciullezza (già accennato nella prima puntata) superato senza eccessivi danni anche grazie al maestro Mocciaro: era l’anno 1956. Una sera tornato dal lavoro mio padre m’apparve subito molto preoccupato. Dopo un po’, così come può farlo un uomo che si vede cascare il mondo addosso, s’appartò con mia madre per spiegarle che poco prima, uscendo dal Cantiere Navale, era stato avvicinato da “un integerrimo” Brigadiere della PS del mandamento Molo, che in ordine ad un mandato di cattura per fatti risalenti alla seconda metà degli anni ’40 (rissa con feriti ), avrebbe dovuto arrestarlo per scontare una pena di 6 mesi.

“L’integerrimo” Brigadiere della PS riconoscendo che quella era una mazzata che s’abbatteva inesorabilmente sulla testa d’un uomo, che già da moltissimi anni era profondamente cambiato, in cambio d’una mancia di 20.000 lire (quasi tutto l’acconto quindicinale del lavoro di mio padre) fu disponibile a concordare le modalità per farlo costituire al Commissariato il pomeriggio del giorno dopo.

Quella sera a casa nostra nessuno riuscì a dormire: mio padre per 6 mesi doveva abbandonare mia madre con 3 figli in tenerissima età. La mattina dopo mio padre parlò del nostro gravissimo problema al proprietario della nostra casa, il signor Michele Castronovo, che tra l’altro gestiva in casa un negozio di generi alimentari abusivo; costui si mise a completa disposizione per non farci mancare di un tetto e da mangiare: scontata la pena mio padre ha provveduto a pagarlo, a rate…

Quel pomeriggio, così come concordato con quell’indegno uomo delle Istituzioni che lo aveva scippato di quei soldi, solo per dargli la possibilità di organizzare la famiglia in sua assenza, mio padre andò a costituirsi al Commissariato Molo: scontò solo 3 mesi per sopraggiunto condono.

Lungo l’arco di quei tre mesi con mia madre, le mie due sorelle Amalia e Vittoria, fummo più volte ospiti presso la nonna paterna (Amalia), che abitava nella borgata di via Montalbo. Molte di quelle volte che eravamo ospiti da mia nonna, insieme ad altri ragazzini della mia età ed anche più grandicelli, che avevano i padri che lavoravano ai Cantieri Navali, alle 12 ci recavamo in via dei Cantieri dove, proprio di fronte lo stabilimento, era ubicata la mensa Aziendale gestita dai boss della borgata dei quali il più evidente era Domenico Bova, detto “Occhiali d’oro,” molto odiato ed ossequiato dagli operai.

Passata la grande massa, molti dei figli degli operai mangiavano un piatto di minestra con i loro padri. Solo una volta accettai l’invito rivoltomi dal papà di un mio occasionale amico. Ricordo perfettamente quel piatto di pasta e fagioli “serviti” in un piatto d’alluminio vecchio, è quanto furono mortificanti gli aspri e duri richiami subiti da quel povero operaio, che a dire dei servi del boss si sentiva a casa sua invitando amici e parenti, diminuendo l’approvvigionamento delle rimanenze per i maiali di qualche amico porco…

In quel tempo, l’arroganza degli uomini di Cavataio, forti dall’esser usciti vincenti dalla carneficina che li vedeva opposti agli sconfitti Galatolo, aveva raggiunto livelli scandalosi anche per una comunità come quella della più grande industria della Sicilia.

Molti operai rinunciavano ad entrare in quella mensa governata dall’arroganza mafiosa, dove ogni benché minima lamentela trovava la pronta ed umiliante risposta dei servi di “Cosa nostra”… Preferivano rivolgersi agli abusivi che vendevano pane, olive, pomodoro, tonno, panelle ed ogni altro genere mangiareccio, anche a credito.

Quello fu il mio primo e duro impatto con la realtà del Cantiere Navale e, seppur adolescente, mi chiedevo come mai quella enorme moltitudine di lavoratori fosse tanto passiva di fronte ai pochi che li vessavano anche nei più elementari diritti.

Già in quel lontanissimo tempo, dalle poche parole dei lavoratori si evinceva il difficile rapporto con il sindacato, che a loro dire era asservito alla gestione aziendale ed ai boss; solo la componente Comunista e la Fiom-Cigl sembravano spingere al cambiamento, accusando le altre sigle sindacali di convivenza con i padroni ed i loro sgherri: ma la maggioranza dei lavoratori non li seguiva perché li riteneva doppio giochisti: vent’anni dopo scoprirò, a mie spese, che avevano ragione.

I dipendenti del Cantiere Navale, nella borgata, erano considerati una sorta di casta economicamente affidabile, perché in ogni caso ed in qualsiasi condizione avevano un pezzo di pane duro ma sicuro; assicurato dagli interessi politici che lo stabilimento di Palermo ha sempre rappresentato, sia in ordine socioeconomico che clientelare.

Poi c’erano le migliaia di vuoti a perdere, che come mio padre (che forse era fra i più fortunati) lavoravano alle dipendenze delle ditte controllate da “Cosa nostra”: in quel tempo specificamente Cavataio, Bova e compagni.

La mia ingenuità di ragazzino di borgata non riusciva a spiegarsi in quel tempo l’astio, l’odio che la gente esprimeva contro i boss, che però allo stesso tempo, poi, si trasformava in riconoscimento di furbo valore contro lo Stato e l’ordine costituito.

E’ legato alla fine degli anni ’50, il ricordo di quando, dalle stesse persone che un attimo prima avevano speso parole di risentimento per l’arroganza di Michele Cavataio, poi dalle loro stesse bocche sentì raccontare, le “valorose gesta” del criminale, che nell’immediato dopoguerra aveva attivato un commercio di carburante, bucando una condotta di combustibile che, partendo dal porto di Palermo, portava (è viceversa) il carburante nelle cisterne interrate ai piedi del Montepellegrino (lato Parco della Favorita). Il tubo passava trasversalmente per via Nicolò Spedalieri, (accanto alle abbandonate Mura Puniche) proprio all’imbocco di quella che poi diventò via Don Orione.

Il boss era riuscito a corrompere i preposti dello Stato che, puntualmente, andavano a ritirare l’indegno profitto alla luce del sole, per poi sparire del tutto anche dalle vicende delittuose del Cavataio che, fra impunità e ferocia criminale, fu protagonista anche nel ‘Sacco’ di Palermo è dominò per più d’un decennio i destini di tutta la borgata marinara.

Da ex gangsters, dopo aver vinto lo scontro con i Galatolo e compagni, si alleò con la vecchia mafia, ottendendo fino al dicembre del 1969 il dominio in ogni attività economica ed imprenditoriale, delle attività portuali e cantieristico navali, nella Fiera del Mediterraneo, nel mercato ortofrutticolo, nelle costruzioni edili ecc.

E legato alla seconda metà degli anni ’50 il ricordo del primo uomo che vidi ucciso per mano mafiosa… steso a terra davanti casa sua. Era un “vaccaro” che conoscevo perché intratteneva rapporti di lavoro con i fratelli Cassaro che avevano le stalle con le vacche e le capre nella via Castellana. Tornavo da scuola e mi trovavo proprio all’imbocco del cortile Marasà (andavo in direzione via Montepellegrino) quando sentii i colpi di lupara che venivano da un centinaio di metri più avanti, quasi all’altezza di via Autonomia Siciliana e via D’Amelio…

Man mano che giungevo vicino a quella persiana bucata come un colabrodo ed a quel cadavere devastato dalla lupara, vedevo tanta gente che correva incontro a me… loro fuggivano… io invece inconsapevolmente andavo incontro alla mia vita.

Giunto sul posto, la prima cosa che mi colpi fu il contrasto fra il nero degli abiti ed il cappello del morto ed il rosso vivo del suo sangue. Come a voler fuggire da quella dolorosa immagine, fissai quella persiana crivellata di pallottole. Come da copione, la gente s’avvicinò nella scena del delitto solo dopo che arrivo la polizia.

I parenti del Carollo – così si chiamava il morto – che erano come impazziti dalla rabbia e dal dolore; mi sentivo dentro un teatro dove assistevo alla recita d’un copione che già conoscevo nelle parole… fra gli spettatori notai i soliti sciacalli d’avanguardia che pilotavano il disinteresse della gente ed osservavano se i parenti o qualcuno dei presenti dicesse qualche parola in più.

Imparavo il mestiere della sopravvivenza a Palermo, ma non l’accettavo. Osservavo la coppola nera del Carollo e mi chiedevo perché quello che ancor oggi ricordo come uomo mite avesse fatto quella morte. Era troppo presto per capire, ma la triste lettura dei fatti mi dettava la brutta sensazione che i volti di quella gente esprimevano un intimo godimento corale mascherato dall’ipocrisia di circostanza.

Quando tornai sui miei passi pensai alle scene di vita vissute vicino a quell’uomo straziato della lupara, che s’avviava inesorabilmente verso la cancellazione della memoria di tutti, anche dei familiari che dovevano, per sopravvivere alla violenza della morte, dimenticare tutto.

Rivedevo il Carollo insieme ai fratelli Cassaro ed al loro padre “u zù Pitrinu” discutere sul prezzo d’una capra o di una vacca di un cavallo o di un bue: sembra che litigassero, ed invece stavano contrattando il prezzo. Il Carollo faceva anche il sensale per gli accoppiamenti delle bestie che avvenivano sempre di pomeriggio in una cava, in quel tempo abbandonata sita più in basso e sul lato destro “della grotta del condannato”.

Per noi bambini era uno spettacolo che loro, “i vaccari”, per pudore, ci volevano proibire, ma non c’era verso… il più irremovibile era il già anziano “zù Pitrino” (capo stirpe dei vaccari di via Castellana) che non esitava a farci bersaglio di grosse pietre. L’accoppiamento più interessante per noi bambini era quello fra l’asino e la giumenta che non sempre si rivelava facile.

Altro doloroso ricordo: intorno all’anno 1960, con il permesso dei nostri genitori, tre pomeriggi la settimana e tutte le domeniche mattina con altri miei due amici di via Castellana Falde ci recavamo all’oratorio del Don Orione dove avevamo la possibilità di giocare in un vero campo di calcio (i preti organizzavano i tornei ) e vedere un film la domenica pomeriggio.

Ci avevano dato un tesserino di presenze alle messe domenicali e prima d’entrare in campo o al cinema dovevamo esibirlo per certificare l’avvenuta presenza alla messa domenicale: “Più messe ascoltate” = più spazi alle attività ricreative…”.

Avevamo trovato una possibilità di sano svago, ma la cosa durò poco: un prete di questi, un omaccione alto e robusto di cui non faccio il nome per rispetto a quelli profondamente diversi da lui che sono certamente la maggioranza, mi prese d’occhio e notai che stranamente me lo trovavo sempre fra i piedi e con buona disposizione. Con la scusa che voleva controllare la mia esuberanza (diceva) cominciai a trovarmelo seduto accanto mentre vedevo il film la domenica pomeriggio, anche a costo di fare spostare i miei amici.

Poi però durante il film poggiava la sua manona sulle mia coscia che grazie ai pantaloni corti gli consentiva d’avvicinarsi al suo indegno obiettivo. Il fatto mi dava fastidio, ma l’accettavo con innocenza (non riuscivo ad interpretare la sua vile aspirazione), anche se nella mia testolina di ragazzino non proprio ingenuo facevo cattivi pensieri: non ci volevo credere, ogni santa domenica pomeriggio (per circa un mese) dovevo subirmi quella manaccia sulla mia coscia destra, ogni tanto sentivo il tremolio della sua manona; qualche altra volta ne sentivo il fastidioso sudore…qualche altra volta, sentendo il suo affannoso respiro mi giravo per un attimo a guardarlo e mi faceva paura: aveva gli occhi concupiscenti addosso a me.

Non potevo liberarmi di lui, in alcun modo… veniva perfino ad assistere alle partite di calcio dove ero impegnato anch’io e perfino nell’attività ricreativa (calcio balilla ed altro), giustificandomi la sua presenza sempre con il fatto che ero un esuberante da tenere sotto controllo (?).

Mi metteva in cattiva luce con i suoi colleghi e subalterni preti: in buona sostanza, mi resi conto che, oltre ad imporsi alla mia fragilità di ragazzino, si stava costruendo uno scudo a difesa nel caso mi fossi ribellato alla sua follia di pedofilo. E ci stava riuscendo. Ormai ero quasi rassegnato alla sua presenza ed al suo imponimento, finché sta al suo posto, mi dicevo, devo resistere, altrimenti resto solo e senza alcuna possibilità di svago.

I miei amici Buscetta, dopo l’arresto di Vincenzo, erano spariti dalla scena. Loro ormai godevano delle strutture ricreative e sportive offerte dalla città.

Quando ormai gli sembrai vinto ai suoi occhi, il prete-pedofilo, al cinema comincio a lavorare con il dito mignolo sinistro, insinuandolo pian piano, e con estrema delicatezza… quando spostavo la mia gamba, mi colpiva nella coscia con la sua manona: stai fermo, mi ammoniva.

Avevo paura, ma ero anche incazzato nero. Quando una domenica pomeriggio il suo irrequieto dito mignolo riuscì ad ottenere il contatto con il mio pistolino, per un attimo restai confuso, sconcertato…

Presi quell’odiosa manaccia e la spostai di brutto, m’alzai lo scavalcai con molta decisione e m’avviai verso l’uscita.

Il pretaccio-pedofilo cominciò a gridare, minacciando di sospendermi il cinema per 4 settimane perché con il mio comportamento avevo disturbato la sala. A tanta sfacciata è vile sceneggiata attuata per giustificarsi agli occhi dei suoi colleghi, che si trovavano nelle vicinanze dell’ingresso del cinema, risposi con delle irripetibili parolacce scatenando l’ira del pedofilo, che m’afferrò per un orecchio fino a farmi piangere dal dolore.

L’orco mi scacciò teatralmente dal cinema come un ragazzino maleducato e ribelle, ma quando fui fuori dal cancello e dalla sua portata presi, alcune pietre e tirandogliele gli gridai con tutta la forza che avevo dentro quanto era frocio fra lo scandalo generale…

Il pretaccio m’insegui per un lungo tratto nella via Don Orione, poi s’arrese… ma ottenne di non farmi spiegare ai presenti il motivo per il quale l’orco travestito da prete mi cacciava dall’oratorio.

Quello fu il mio primo, doloroso obolo pagato al contrasto della nefandezza umana: forse fu il più duro perché ho sempre sentito dentro di me il conforto di Cristo pur non essendo mai stato veramente un santo, anzi.

Dopo qualche settimana, con due miei amici cominciammo a frequentare l’oratorio del Don Bosco sito nella zona borghese della città, a più di due chilometri da casa nostra; anche lì c’erano le attività ricreative ed il campo di calcio; ma anche lì durò poco, i preti parteggiavano spudoratamente per i ragazzi delle famiglie ricche del circondario, con i quali avevamo anche il problema di sentirci a disagio: il loro benestare si ergeva, offeso contro la palese (ma dignitosa) povertà esposta dai nostri abiti e dalle nostre scarpe.

Fine 2 puntata/ continua

Qui la prima puntata

Foto tratta da anticafoce.blogspot.com

10 marzo 2017

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TimeSicilia


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