Ricordi, Palermo?/ I quarant’anni del Centro Impastato e l’uragano pedofilia all’Albergheria
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Ricordi, Palermo?/ I quarant’anni del Centro Impastato e l’uragano pedofilia all’Albergheria


Time Sicilia

Gli ultimi quarant’anni a Ballarò e all’Alberghiera: una riflessione sul passato per comprendere il presente nelle parole di Nino Rocca, da sempre in prima fila, a Palermo, nelle lotte in sostegno dei ultimi. L’uragano pedofilia esploso nel Centro storico di Palermo nella seconda metà degli anni ’90 grazie a due sacerdoti eccezionali. E le domande che lo stesso Nino Rocca si pone oggi:  la pedofilia e la sua organizzazione di cui non si sente più parlare esistono ancora? abbiamo elementi per escludere che non ci sia un ritorno di questo fenomeno?

di Nino Rocca

In occasione del quarantesimo anniversario del Centro di documentazione Peppino Impastato vogliamo rivisitare i quarant’anni della storia di questo quartiere alla luce dei primi vent’anni e dei successivi anni sino ai nostri giorni con una profonda cesura che segna una spaccatura almeno per quanto riguarda due grossi Centri che hanno caratterizzato il loro impegno a Ballarò e all’Albergheria: Santa Chiara e San Saverio.

Il Centro Impastato nei primi vent’anni del Centro sociale San Saverio è stato un valido interlocutore, ma è altresì un attento osservatore dei fenomeni sociali e criminali che interessano i vari quartieri della città di Palermo. Il libro La città spugna di Amelia Crisantino del 1990, con l’introduzione di Umberto Santino, offre uno spaccato sociologico sul territorio di Palermo per interrogarsi sul suo reale progetto di sviluppo e alla luce di ciò, sorprendentemente si pone la seguente domanda: come mai in questa città si spende molto di più di quanto si produce?

La città spugna è un esempio di una città anomala sempre più vicina al modello sudamericano…

Alla luce del recente passato, dopo i vent’anni di Santa Chiara e San Saverio, succede qualcosa di molto grave che determina la fine di due esperienze che, a nostro avviso, furono importanti non solo per il quartiere ma, anche, come fulgidi esempi per la città. Ci chiediamo: cosa e come è successa questa frattura che ha determinato la fine di due esperienze? In che cosa si sono caratterizzate le esperienze che vi vorremmo brevemente raccontare? Cosa è successo dopo? Che ne è stato della esperienza di Santa Chiara dopo la spaccatura che si produsse? Vi sono degli aspetti di continuità e altri di reale rottura?

Ma ciò che ritengo più importante, al di là delle singole opinioni, è capire se una rinascita del quartiere Ballarò-Albergheria possa avvenire oggi e come. A giudicare dal ruolo delle Istituzioni negli ultimi 20 anni e del ruolo che, in generale, hanno rivestito le associazioni, ci sembra che le prime (le istituzioni) abbiano lasciato molto a desiderare riguardo al coinvolgimento della gente secondo il modello di democrazia partecipativa, mentre per ciò che riguarda le seconde – le associazioni – ci sembra che il loro ruolo si sia arroccato verso un modello di sussidiarietà, rinunciando al ruolo di stimolo e di relazione dialettica con le Istituzioni. Non mi sembra che il loro potere contrattuale sia aumentato e sia stato più incisivo nella programmazione politica e nel governo della città.

Uno dei campanelli di allarme ci viene dato dalla bassissima percentuale di votanti nell’ultima tornata elettorale per il sindaco. Poco più della metà dei cittadini è andata a votare, mentre quasi la metà di coloro che avevano diritto al voto si è astenuta.

Eppure nonostante l’impoverimento progressivo della popolazione, aumenta il bacino degli esclusi socialmente, la politica non riesce ad elaborare un progetto di sviluppo alternativo a quello che ha prodotto tanta povertà e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Oggi Palermo affonda e la società civile perde mordente e rinuncia alla sua visione critica sul modello della città proposto dalle Istituzioni e dalla politica, più preoccupata di rinsaldare le proprie posizioni di rendita piuttosto che di risolvere il problema della povertà.

Il modello prevalente sembra essere il modello assistenzialistico utilizzato come ammortizzatore sociale e come parcheggio delle vecchie e delle nuove povertà.

Rispetto a queste problematiche l’associazionismo dei primi vent’anni aveva tentato di dare delle risposte, certamente non sufficienti, ma si era aperto un dibattito pubblico su cui ci si confrontavano le diverse ipotesi; oggi il livello del dibattitto e dello scontro sociale sembra affievolirsi assumendosi tutt’al più il ruolo sussidiario che gli è stato attribuito dalla politica e dalle istituzioni da loro rappresentate.

Il compito di questo dibattitto, al di là di ogni polemica, vuole essere uno stimolo per esaminare i due modelli di società civile e di confrontarli con le nuove sfide che ci aspettano nei prossimi anni!

L’uragano della pedofilia che ha colpito sia Ballarò, sia l’Albergheria che gli esiti sia giudiziari che sociali ha avuto a distanza di quasi 20 anni?

La pedofilia e la sua organizzazione di cui non si sente più parlare esistono ancora? Abbiamo elementi per escludere che non ci sia un ritorno di questo fenomeno?

E rispetto alla nuova ondata di immigrati e, soprattutto, di ragazzine nigeriane minorenni che gravitano nel quartiere generale della mafia nigeriana a Ballarò cosa si sta facendo?

Cosa ne pensano le donne ex vittime di tratta che provengono dallo stesso vivaio (la città di Benin City) e che, da due anni, sono impegnate sul campo seguendo più di 40 ragazzine nelle comunità e avendo strappato dalla strada più di 15 ragazze e donne vittima di tratta?
E l’annoso problema della casa nel quartiere in questi ultimi anni come è stato affrontato?

La povertà e la disoccupazione nel quartiere sono aumentate?

Il Cocipa e un Centro sociale in ogni quartiere – Parlare del Cocipa si può se lo si inserisce in un cammino durato 18 anni in cui si sviluppò la storia del Centro sociale San Saverio secondo alcune idee di fondo, condivise dai protagonisti sin dall’inizio! Un centro sociale per ogni quartiere fu il volantino che, assieme al Centro Impastato, fu divulgato in tutti i quartieri, soprattutto quelli periferici della città.

Perché il Centro era diventato il capofila, il modello esemplare dei centri sociali a Palermo?

Il Centro sociale San Saverio, fin dai suoi primi passi, si distinse per il suo spessore culturale e politico, pur non aderendo a nessun partito. Il Centro aveva uno spessore culturale in quanto la sua metodologia – che si ispirava a Paulo Freire, la pedagogia territoriale – era rivolta al quartiere, da noi stessi delimitato all’Albergheria, del quale avevamo studiato, dal punto di vista sociologico ed economico, le caratteristiche.

Il Centro agiva sui minori, sostenendoli negli studi con metodologie che erano stato frutto di studio e riflessione con Danilo Dolci, con il prof. Mario Manno, che propose alla scuola su cui insisteva il Centro sociale un progetto innovativo di scuola; con Aurelio Grimaldi ci eravamo ispirati a don Milani e, in generale, alla pedagogia attiva, e in collaborazione con la scuola avevamo messo in discussione lo stesso metodo scolastico.

Delle donne del quartiere si occupava Maria Di Carlo, con Maria Pia Giordano e con Donatella Natoli che intanto aveva aperto il primo presidio socio-sanitario in Sicilia che insisteva sul quartiere. In modo particolare Maria Di Carlo, con i suoi scritti, fa emergere un mondo, per lo più a noi del tutto estraneo, il mondo dell’immaginario collettivo delle donne di quartiere.

Io, assieme a padre Cosimo Scordato e poi anche a Donatella Natoli ci occupammo dei giovani a rischio e dei detenuti in semi-libertà.

Eravamo convinti che l’obbiettivo del Centro non doveva essere quello assistenziale, o quello di sussidiarietà alle Istituzioni, non avevamo messo al primo posto il problema di avere i finanziamenti con i quali poter pagare alcuni volontari, secondo il modello della piccola impresa sociale, anche se quello di chiedere i finanziamenti per portare avanti la struttura del Centro sociale era per noi un diritto da reclamare, dal momento che noi avevamo consapevolezza di svolgere un lavoro importante di utilità sociale e politica. Lavoravamo per accendere i riflettori sulle diverse contraddizioni del quartiere e costringere le Istituzioni ad assumersi le proprie responsabilità per una azione progettuale, sia pure con il nostro aiuto.

La povertà e l’esclusione sociale era un problema di carattere prevalentemente politico che riguardava il governo della città e la distribuzione della ricchezza. Con lo studio dei bilanci avevamo scoperto che il Comune spendeva 20 miliardi delle vecchie lire per finanziare il convitto e il semiconvitto a più di 80 strutture private di cui la maggior parte appartenente alle istituzioni religiose. Il costo per ciascun ragazzo in convitto o in semiconvitto costava più della retta del ‘Gonzaga’: con la stessa somma si sarebbe potuto pagare un reddito di cittadinanza alla stessa famiglia e affittare un appartamento!

Era chiaro che l’obbiettivo dell’Amministrazione comunale era quello di conquistarsi i voti dell’ambiente cattolico che era foraggiato con i soldi pubblici per un servizio che doveva essere svolto dalle stesse famiglie qualora fossero state sostenute economicamente. La stessa cosa capitava per le locande che dovevano ospitare le famiglie che avrebbero perso la casa per motivi economici. La locanda costava al Comune quanto un attico in via Libertà! Era chiaro che la folle spesa per le locande era diventato il business per i locandatari.

Il problema della mafia e della cultura mafiosa lo si poteva affrontare, con l’aiuto anche del ‘Centro Impastato’, partendo da un’analisi del fenomeno mafioso in sé e da un’analisi del territorio. Era a noi chiaro che l’economia reale era quella della droga, delle corse clandestine dei cavalli e delle scommesse, assieme al ‘pizzo’ e alla ricettazione…

Come affrontare il problema della mafia in un quartiere che di questo reddito illegale campava? E non si trattava soltanto di economia illegale, ma ancora più profondamente di mentalità mafiosa, stratificata nei decenni e forse nei secoli: di mentalità subordinata al capo mafia, e alla classe politica che li sottomettevano al loro destino di povertà, di ignoranza e di subordinazione al più forte!

Pur avendo pubblicamente denunziato alla stampa che il quartiere campava di economia illegale, puntavamo, tuttavia, a valorizzare gli aspetti positivi dei ragazzi, delle donne e del quartiere stesso. Una rinascita del quartiere che avrebbe dovuto dare lavoro ai più giovani ci avrebbe permesso di “strappare una generazione alla mafia”, come diceva lo stesso padre Cosimo Scordato.

Ma per ottenere ciò occorreva che la politica si avvicinasse alla gente, riflettesse sulle esigenze della gente, promovesse una politica economica eco-sostenibile per dare loro lavoro e case. E’ con questo spirito che coinvolgemmo l’Istituto di economia e di statistica dell’Università di Palermo. Avviammo un dibattito pubblico con le Istituzioni sul risanamento del Centro storico della città, cosa che avrebbe significato la possibilità di lavoro per le persone del quartiere nell’ambito dell’auto-recupero degli immobili pubblici abbandonati.

L’incapacità dell’Amministrazione comunale a risolvere il problema della casa per le famiglie che vivevano in tuguri, o in case pericolanti, ci costrinse, dopo l’ennesima tragedia di una famiglia deceduta a causa del crollo di una abitazione all’Albergheria, a far occupare alcuni magazzini di via Mongitore a delle famiglie del quartiere che erano senza casa avendo costatato che questi erano chiusi da almeno un decennio!

Avevamo sollevato tante questioni e lo avevamo fatto con una parte del quartiere; avevamo affrontato il tema della disoccupazione e soprattutto della disoccupazione femminile; avevamo affrontato il tema della dispersione scolastica e del modo più efficace di risolvere questa grave piaga sociale… Eravamo convinti che il nostro ruolo, con l’aiuto del volontariato più qualificato, e con la graduale coscientizzazione di parte del quartiere, a partire dai giovani e dai bambini, era quello di “costringere” l’Istituzione ad intervenire in modo adeguato nel quartiere.

Il problema non erano i soldi che “mancavano”, ma il modo iniquo con cui si distribuiva la ricchezza pubblica, la mancanza di progettualità amministrativa e una politica sempre più avulsa dai problemi del quartiere. Ma il punto più debole era certamente quello di rendere sempre più partecipi e protagonisti la gente del quartiere, non quello di sostituirci a loro diventando mediatori tra le Istituzioni e la gente priva di diritti fondamentali come il lavoro e la casa.

Il nostro modello non era la sussidiarietà, cioè la sostituzione in alcuni settori sociali alle istituzioni con la impresa sociale. I problemi che avevamo sollevato erano di carattere squisitamente politico. Il punto debole della politica amministrativa era la mancanza di un modello produttivo, la mancanza di programmazione sul territorio, il cattivo uso del denaro pubblico per foraggiare i futuri elettori per la successiva elezione.

Per la scuola dovevamo interloquire con la scuola pubblica e mettere in discussione il modello educativo. Per la sanità – settore, questo, curato da Donatella Natoli – puntavamo sul modello del presidio socio-sanitario al Centro come luogo pubblico di prevenzione e di primo approccio.

Era l’Istituzione in tutte le sue espressioni il nostro interlocutore, dal Comune alla Regione, dalla Sanità alla Scuola, fino all’Università. Se c’era dispersione scolastica dovevamo interrogarci e così facemmo, chiedendoci se la scuola istituzionale era adeguata… Se non avevamo una progettazione urbanistica o economica della città ci dovevamo interrogare se l’Università non avesse delle responsabilità, se la Sanità faceva acqua da tutte le parti dovevamo interrogarci sul sistema sanitario. E così via.

In altre parole, la politica comunale e ancor di più la politica regionale erano sempre più diventate autoreferenziali e per questo si preferivano le politiche assistenziali, si preferiva l’impresa sociale in sostituzione dell’intervento pubblico per allargare la clientela politica su cui si basava il consenso elettorale di una classe politica che preferiva concedere i propri servigi come favori e non come diritti!

Evidentemente, in questo processo dialettico all’interno del quartiere, guardati talvolta con sospetto per il modo inusitato di porci nei loro confronti, senza chiedere loro nulla, e trattando con le Istituzioni senza “tracchiggiare” con i partiti, facemmo fatica a conquistare la loro fiducia.

Tentammo, forse in modo precoce, di dare loro maggiori responsabilità di quanto ne potessero sopportare, illudendoci che erano maturati i tempi perché diventassero loro i protagonisti, andammo incontro a fallimenti e a illusioni, ma, tutto sommato, il processo che avevamo messo in moto stava funzionando.

Fu allora che, in un momento di particolare crisi della politica locale e nazionale, nacque il Cocipa, (Comitato cittadino di formazione e partecipazione) accolto con entusiasmo da una cinquantina di associazioni palermitane impegnate nei diversi settori del volontariato, dal sociale, al culturale allo sportivo. Insieme, con la guida politica di Pietro Milazzo, memoria storica delle lotte sociali a Palermo, cominciammo ad aprire i volumi, fino ad allora rimasti segreti per la gente comune, dei bilanci dell’Amministrazione pubblica.

Fu una grande sorpresa! Capimmo come, di fatto, al di là delle buone intenzioni e dei proclami altisonanti, si spendevano i soldi pubblici. Sì, fu deludente capire come venissero spesi i soldi pubblici: potevamo acclamare senza timore che il re era nudo! In poco tempo eravamo diventati il Consiglio comunale parallelo, cominciavamo a partecipare alle decisioni sul bilancio e la stampa ci faceva da cassa di risonanza!

Ma quando cominciarono a venire fuori le forti contraddizioni di un’Amministrazione che aveva proclamato la “Primavera palermitana” della politica, ci si avvide che i conti non tornavano! Fu un muro contro muro. Nel ‘92 si conclude, almeno provvisoriamente, l’esperienza del Cocipa, cacciati dal Comune: non eravamo più graditi al vicerè!

Il Cocipa era stata la prima esperienza in Italia dei bilanci partecipativi. Un’esperienza troppo presto dimenticata. Il Centro Impastato, che aveva seguito con interesse l’iniziativa, pubblicherà “Le tasche di Palermo”, raccontando tale esperienza.

Il Centro continuò la sua attività e io, che andai in quell’anno in Brasile, continuai, sia pure a distanza ad essere in contatto. Si aprì per il Centro una finestra sul mondo dei meninos de rua. A Belem, in Brasile, per un anno mi occupai dei meninos de rua e, soprattutto, capii in modo ancor più approfondito, il metodo di Paulo Freire.

A Palermo ci fu un seminario sul problema dei minori a rischio del quartiere e in questa occasione si confrontarono con il metodo brasiliano dei meninos de rua. Ritornai a Palermo un anno dopo. Il lavoro al Centro non si era interrotto: al contrario, era andato avanti più intenso che mai.

Altri dieci anni, con lavoro quotidiano, giorno dopo giorno, caratterizzerà l’impegno per il quartiere e con il quartiere. Rimando alla breve sintesi dei primi miei vent’anni, un libro che non sarà mai pubblicato!

Furono in tutto diciotto anni di vita intensa, in cui il Centro, nello sforzo di coinvolgere sempre di più la gente del quartiere ha, pur con tanti errori e difficoltà, tenuto accesi i riflettori su Albergheria e Ballarò. Il rapporto con le Istituzioni è sempre stato vivo, spesso conflittuale, ma sempre propositivo. Il Centro, pur con tutte le difficoltà, anche economiche, ha tenuto testa ad ogni tentativo, da parte della politica, di essere strumentalizzato!
L’apertura al terzo mondo fu intensa e concreta, il Centro si gemellerà con una città del Congo – Bukavu – e adotterà cinque congolesi ospitandoli allo stesso Centro prima e poi aiutandoli negli studi universitari, e si adopererà anche a cofinanziare dei progetti a Bukavu a favore delle ragazze madri e dei loro bambini.

Le attività del gruppo donne seguito da Maria Di Carlo, Maria Pia Giordano e da Donatella Natoli conoscerà un momento di grande sviluppo, anche attraverso il corso di pittura su stoffa.

Il doposcuola con i bambini, guidati soprattutto con autorevolezza e con amore da Maria Pia Giordano, avrà un momento di grande sviluppo per la crescita dei bambini del quartiere; i contributi del prof. Mario Manno, di Danilo Dolci, con il quale restavano sempre in contatto, con Aurelio Grimaldi, con la facoltà di Pedagogia, l’Osservatorio sulla dispersione scolastica e con le scuole frequentate dai nostri ragazzi rendeva il lavoro pedagogico sempre vivo, interessante e creativo.

Interessante ed originale l’iniziativa di Bice Triolo, pittrice, che seppe partorire maieuticamente l’interiore dei bambini attraverso i colori e l’ispirazione della musica. Le pitture astratte dei bambini sono il risultato più significativo di questa entusiasmante iniziativa.

Del gruppo anziani si occupava Michela Alamia, una giovane professoressa di religione, e le attività del Centro diventavano sempre più numerose ed interessanti. Nino Giordano fece un corso di fotografia per i ragazzi, una mostra sul quartiere e sugli anziani. E padre Cosimo proponeva l’arte con mostre di pitture e con concerti di musica classica. Il pittore siciliano Attilio Guccione offre al quartiere un murales che rappresentava la rinascita del quartiere, il murales ancora esiste.

Alla presidenza del Centro si sono alternate figure di rilievo anche se per poco tempo, come Padre Stabile, per qualche tempo anche Augusto Cavadi, oltre alla presenza continua di Cosimo Scordato e mia.

Il teatro di Franco Scaldati, incoraggiato da padre Cosimo, approdò al Centro e diventò per esso un importante esempio di teatro di un certo spessore nel quartiere. Il teatro di Scaldati esprimeva, in dialetto siciliano, l’anima più nascosta e più vera della gente popolare. I temi della morte e della sofferenza venivano trattati con profondità e, al tempo stesso, espressi con l’immediatezza e la spontaneità dei suoi protagonisti ritratti con maestria dalla penna e dalla regia del Maestro Scaldati.

Fu un periodo di crescita attraverso iniziative originali e innovative sul piano pedagogico e politico. Il Centro sociale San Saverio era spesso citato dai giornali e dai mass media televisivi sia a livello locale, sia regionale e nazionale. La nostra forza contrattuale sul piano politica era aumentata e potevamo dialogare con le Istituzioni in nome di una soggettività politica dal basso che ci eravamo conquistato sul campo. Le olimpiade dei ragazzi e le attività del Centro furono trasmesse da una trasmissioni di RAI 1 dal giornalista Valerio Ochetto.

I rapporti con Santa Chiara si erano intensificati negli ultimi tempi. Santa Chiara era diventato il Centro per eccellenza degli immigrati e il Centro in cui si riunivano i gruppi più vivaci della città. Nei suoi locali si era sviluppato il movimento anti globalizzazione portato avanti da Pietro Milazzo e tanti gruppi laici e cattolici trovavano una calorosa accoglienza in esso.

Santa Chiara era diventato un Centro di idee e iniziative di tutto ciò che si muoveva a Palermo nell’area contraddistinta della solidarietà sociale e politica dal basso. L’incontro ideale e ed effettivo tra i due Centri era ormai un dato di fatto.

Ma non avevamo fatto i conti con un uragano che, nel giro di qualche anno, spazzerà via quanto di eccelso vi era stato a Ballarò con Santa Chiara e quanto ancora esisteva nel Centro con tutte le sue lotte e le sue aperture a livello locale e a livello internazionale. Questo uragano si chiamò pedofilia.

L’uragano della pedofilia – Ci fu un episodio molto grave che ruppe ogni equilibrio a Ballarò e che mise in tilt le organizzazioni che erano presenti e che agivano sul territorio. La scoperta di un traffico di pedofili nel quartiere, nel periodo che va dal ’96 al 2003.

Un’organizzazione che, non solo reclutava bambini, ma li offriva ai “signori” dal viso coperto, in orge preparate e commissionate da loschi individui, talvolta con la complicità dei genitori, a volte a loro insaputa. La stessa organizzava video cassette che vendeva a Ballarò.

L’irrompere delle prime denunce partite da Santa Chiara ruppe degli equilibri tra il quartiere e il Centro di Santa Chiara e coinvolse nel conflitto anche il Centro sociale San Saverio.

Al Centro San Saverio non tutti si resero conto della gravità della situazione. Se ne resero conto soltanto alcuni, me ne resi conto io che, prendendo le difese, ufficialmente, di don Meli, e denunciando il fenomeno della pedofilia anche tra i bambini del Centro San Saverio, fui nel mirino di coloro che non volevano che se ne parlasse, e che vollero a tutti i costi allontanarmi…

L’episodio di ripetute aggressioni alla mia persona furono giudicate, da coloro che dovevano prendere le mie difese, come le intemperanze di un soggetto reputato un po’ strano. Di fatto, le pesanti accuse di questo tipo, che successivamente non risparmieranno Cosimo, furono prese sottogamba.

Don Meli fu lasciato solo, con l’accusa, da parte di chi doveva proteggerlo, che si era sostituito ai Carabinieri e alla Polizia per aver mandato avanti le prove che poi porteranno all’arresto e al primo processo di una ventina di persone e al coinvolgimento di un centinaio di bambini. Le inchieste della Magistratura per gli adulti e il Tribunale dei minori si intralciavano a vicenda, i giudici erano nel pallone, come loro stessi poi dichiareranno 10 anni dopo.

Don Meli, intanto, aveva chiamato a Santa Chiara la Commissione Antimafia per denunziare la lentezza delle indagini che continuavano con grande difficoltà e che avrebbero dovuto portare al secondo processo.

Intanto il clima era cambiato, a don Dominici e a don Meli fu proibito di portare avanti le loro indagini e furono, addirittura, accusati di intralciare le indagini che dovevano essere portate avanti dagli organi competenti.

Nei confronti di don Meli e di don Dominici si scagliò il quartiere. In un incontro molto turbolento nella chiesa di San Nicolò, alcuni del quartiere tentarono di aggredire don Dominici e don Meli, molti di noi – e tra questi lo stesso Pietro Milazzo e don Cosimo – prendemmo le loro difese. La situazione divenne insostenibile.

Io, avendo scoperto che anche alcuni nostri bambini erano stati coinvolti nel giro di pedofilia, lanciai l’allarme, ma fui isolato e su di me, come ho già detto, si lanciò un attacco che mi avrebbe costretto a lasciare il Centro Sociale.

Fui costretto a ricorrere alla Magistratura per difendermi da attacchi che avrebbero continuato contro di me con accuse infamanti e del tutto gratuite!

Costretti ad andarcene, don Meli, don Dominici, per ordine dei superiori salesiani, ed io per i motivi suddetti, nessuno parlò più di pedofilia nel quartiere e dopo il secondo processo che, nonostante tutto, si basò sulle prove documentate da don Dominici, nel quartiere parlare solo della possibilità che l’organizzazione dei pedofili potesse ancora esistere significò violare un tabù.

Allontanati don Meli e don Dominici, allontanato me e Ninetta, la collaboratrice di don Meli, tutto ritornò come prima. Pochi sanno che i signori mascherati che partecipavano alle orge con bambini, in una abitazione in corso Tukory, o i destinatari delle video cassette, misteriosamente scomparse a Ballarò, avevano messo in campo personaggi altolocati che minacciarono più volte Ninetta e la sua famiglia dal continuare ad interessarsi di questa storia.

Su tutto ciò ci sono i verbali dei due processi e le abbondanti documentazioni prodotte da don Dominici. Don Meli fu lasciato solo di fronte al quartiere dai suoi stessi confratelli, oltre che da alcuni rappresentanti del Centro San Saverio.

La pedofilia usciva dai canoni delle imprese mafiose, anche se in gioco vi era un business di cui era difficile stimare il valore commerciale.

Don Meli uscirà dall’ordine dei salesiani, condannato dai suoi stessi confratelli. Totò Cuffaro, che era stato tenuto lontano da Santa Chiara da don Meli, ma che era stato sempre osannato, come ex allievo dai Salesiani del don Bosco, fece la sua prima apparizione con il sostituto di don Meli. Di lì a poco cominceranno i lavori di ristrutturazione a Santa Chiara ad opera della Regione.

Io scrissi una lettera al superiore salesiano, responsabile della Sicilia, accusandolo di avere venduto, per un piatto di lenticchie, 80 anni di gloriosa storia di Santa Chiara!

Da allora emergono qua e là degli episodi di pedofilia a Ballarò, ma pochi, nel quartiere si ricordano di don Meli, solo i suoi fedeli e amici lo continuano a frequentare e a chiedere sue notizie.

Eppure pochi sanno che lo stesso don Meli fu oggetto di una strategia tesa non solo a delegittimarlo ma, addirittura, ad accusarlo, da parte di qualche ragazzo opportunamente pilotato. Per fortuna si riuscì a neutralizzare in tempo questo colpo basso.

Un uomo può essere ucciso dalla mafia, non solo uccidendolo con dei proiettili, come avevano fatto con don Pino Puglisi, ma anche isolandolo e delegittimandolo nel luogo in cui agisce: ed è quello che è successo a Ballarò! La mafia aveva vinto.

Da quel momento anche il Centro Santa Chiara fu un’altra cosa, e il Centro sociale San Saverio diventò un centro per il dopo scuola dei bambini e l’assistenza per gli anziani.

Il Centro sociale che per 18 anni era stato il modello dei centri sociali in città, che aveva saputo conquistarsi una soggettività politica forte, che aveva lanciato, primi in Italia, i bilanci partecipativi con le altre associazioni di volontariato era tramontato.

Nel 2001 sino ai nostri giorni ho continuato, ininterrottamente, con Tony Pellicane e con Pietro Milazzo, assieme alle centinaia di famiglie senza casa che si sono avvicendate, il lavoro del Comitato di lotta per la casa 12 luglio! Da oltre sei anni ho cominciato ad occuparmi del problema della tratta delle nigeriane.

Il problema della tratta nigeriana ora ha il suo quartiere generale a Ballarò. Da due anni è nata a Palermo la prima associazione delle donne ex vittime di tratta Le donne di Benin City. Queste donne hanno già strappate dalle strada una quindicina di donne e di ragazzine dalle mani delle maman e seguono circa cinquanta ragazzine nigeriane destinate alla prostituzione dalla organizzazione criminale nigeriana.

Aggiungo alla presente le osservazioni di don Cosimo: sono alcune precisazioni in maniera schematica sulla vicenda della pedofilia.

1. Va riconosciuto il merito indiscutibile di Santa Chiara, soprattutto nelle persone di don Dominici e don Meli, nell’avere scoperto il terribile dramma della pedofilia nel nostro quartiere, con tutto quello che lo connotava (persone adulte, connivenze, filmini…). Se non ci fosse stato il loro impegno deciso e insistente non ci si sarebbe reso conto della gravità della situazione.
2. La polizia ha potuto intervenire facendo tesoro anche del ricco materiale che era stato scrupolosamente raccolto da loro.
3. Va riconosciuto che la denunzia del fenomeno ci trovò piuttosto impreparati ad affrontare il problema, facendo emergere anche difficoltà su come si dovesse intervenire; non avendo idee chiare su quale dovesse essere il compito ‘specifico’ degli operatori sociali, qualcuno mostrava difficoltà a seguire le stesse modalità che avevano caratterizzato il lavoro di don Dominici (interrogare i ragazzi e trascrivere le dichiarazioni, seguirli nei luoghi…) e prevaleva l’orientamento di segnalare i casi agli assistenti sociali del Comune.
4. Pur con quanto sopra affermato non è mancato, da parte di diverse organizzazioni e del Centro sociale San Saverio in particolare, il sostegno all’impegno di Santa Chiara; a tal proposito, vale la pena ricordare tre episodi particolarmente significativi:
a. alla fine di una Santa Messa domenicale si decise di fare una ‘processione’ per raggiungere Santa Chiara, attraversando le vie del quartiere per mostrare la piena solidarietà all’impegno di don Dominici e don Meli;
b. si ritenne opportuno organizzare nella chiesa parrocchiale un’assemblea di quartiere in cui sostenere pubblicamente l’operato di Santa Chiara, difendendo don Dominici e don Meli dalle assurde accuse (di pedofilia) che qualcuno aveva avanzato, manifestando pubblicamente l’impegno corale di tutta la parrocchia e degli altri centri territoriali, invitando la gente a portare di nuovo i loro figli presso l’oratorio;
c. si organizzò dinanzi ai locali del Ritiro San Pietro un’assemblea (con la partecipazione di diverse associazioni anche cittadine) nella quale si espresse il rammarico per la notizia della rimozione di don Meli, confermando la grande stima per il suo impegno; mi ricordo che, contestualmente, fu approvata una lettera che doveva essere spedita al suo superiore, interlocutore del provvedimento; ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

Tornando alle difficoltà su come reagire al fenomeno della pedofilia, data una certa impreparazione di buona parte di noi, si ritenne opportuno, su indicazioni del prof. Giovanni Fiandaca, di organizzare un convegno che consentisse di comprendere il motivo dei tanti ritardi negli interventi a favore dei bambini e di mettere a fuoco la specificità di intervento dei diversi operatori chiamati in causa.

Il convegno mise in evidenza, da un lato, la scollatura che c’era tra la Procura de minori e Procura generale, cosa assurda che favoriva sia i ritardi di intervento a favore di bambini (mantenendo situazioni di gravità), sia la mancanza di coordinamento nelle iniziative contro i rei; dall’altro lato, l’importanza che fossero distinti i diversi ruoli.

La procedura che si delineava era la seguente: compito degli operatori sociali, in caso avvertissero disagi nei bambini, riconducibili ad abusi sessuali o simili, era quello di segnalare i casi alle assistenti sociali del Comune; le quali avevano il compito di raccogliere il dato e a, loro volta, segnalare i casi alle psicologhe (del gruppo?); sia le assistenti sociali che le psicologhe avevano il compito di allertare la polizia e le due Procure (dei minori e generale), che avrebbero dovuto lavorare in raccordo.

2 ottobre 2017

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TimeSicilia


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