Rifiuti in Sicilia: c’è anche la differenziata che fa risparmiare soldi ai cittadini
Editoriale

Rifiuti in Sicilia: c’è anche la differenziata che fa risparmiare soldi ai cittadini


Time Sicilia

Piano piano anche in Sicilia, nonostante i problemi, la raccolta differenziata dei rifiuti diventa realtà. E fa risparmiare soldi ai cittadini. I casi di Misterbianco, Belpasso, Agrigento e Augusta. E se proprio lo volete sapere, fa bene il dirigente generale del dipartimento Acqua e Rifiuti della Regione, Salvo Cocina, a ‘strigliare’ i Comuni inadempienti 

di Mario Pagliaro

Sicilia, Luglio 2016. Rosario Crocetta, Presidente della Regine siciliana, a un anno dalla fine del mandato chiama Salvatore Cocina a dirigere un nuovo Ufficio speciale regionale: quello per la raccolta differenziata. Compiti precisi: supportare i Comuni nell’adozione dei Piani per la raccolta differenziata; monitoraggio dell’avanzamento della differenziata, e sanzioni per i Comuni inadempienti.

Mentre nel resto d’Italia esiste una vera e propria economia circolare basata sulle materie prime seconde ottenute dalla raccolta differenziata il cui fatturato supera i 23 miliardi di euro (dato: FISE Unire, 2017), in Sicilia la raccolta differenziata viaggia su percentuali ridicole. Specialmente le grandi città, Catania, Palermo, Messina, Siracusa e Trapani dove risiede una significativa parte della popolazione.

Cocina si insedia ed inizia rapidamente una politica di ‘bastone e carota’ nei confronti dei Comuni che la legge associa in ambiti territoriali per gestire in modo appunto associato, ottimizzando i costi, il servizio di raccolta dei rifiuti.

La legge indica precise percentuali di raccolta differenziata da raggiungere nel corso degli anni successivi fin dal lontano 1997, anno del varo di quella che è forse la legge migliore in 25 anni di Seconda Repubblica: il Decreto “Ronchi” (dal nome dell’allora ministro dell’Ambiente Edoardo ‘Edo’ Ronchi che firmerà il D.Lgs 22/97).

L’Ufficio inizia dunque a segnalare per danno erariale non solo sindaci e assessori dei Comuni inadempienti, ma anche segretari generali e dirigenti comunali. Scrive il maggiore quotidiano della Sicilia a poco più di un anno dall’istituzione dell’Ufficio (La Sicilia, 17 Settembre 2017):

«Chi non fa la raccolta differenziata, provoca ‘un danno erariale per maggiori esborsi per conferimenti in discarica, l’addizionale di legge e minori introiti dovuti ai mancati proventi dei contributi da parte dei consorzi di filiera’. L’avvertimento è scritto a chiare lettere nelle decine di diffide – venti per la precisione da inizio anno ad oggi (altre trenta stanno per partire) – che l’Ufficio speciale per la raccolta differenziata ha inviato ai Comuni inadempienti. Che ora ci dovranno pensare due volte prima di fare orecchie da mercante e infischiarsene della differenziata».

In breve tempo i valori di raccolta differenziata iniziano ad aumentare di mese in mese, come per l’intero 2017 riporta puntualmente il sito dell’Ufficio speciale. Alcuni passano dall’1% al 45% con l’introduzione di un’efficace raccolta ‘porta a porta’. Il Comune di Pantelleria, lo scorso Ottobre, raggiunge il 67,92 per cento quando Marsala — la quinta città della Sicilia — arriva al 54,40 per cento. Fino al punto che, in carenza degli impianti di compostaggio, non si sa più dove portare i rifiuti della frazione ‘umida’, ovvero i residui del cibo che, sottoposti ad un semplice trattamento detto ‘compostaggio’, si trasformano in un formidabile fertilizzante naturale: molto superiore ai fertilizzanti chimici utilizzati da gran parte degli agricoltori siciliani.

Passano pochi mesi e Nello Musumeci, subentrato a Crocetta come presidente della Regione, chiama Cocina a dirigere il dipartimento Acqua e Rifiuti della Regione siciliana. Entrambi si servono della consulenza del sociologo e ambientalista calabrese Aurelio Angelini, che nel 1997 era stato fra coloro che scrissero il Decreto ‘Ronchi’. Ecco quindi una nuova ordinanza del Presidente della Regione: i Comuni hanno l’obbligo di raggiungere il 35% di raccolta differenziata entro il 31 Maggio di quest’anno; e il 65% entro 5 anni (entro il 2023).

“In Sicilia si butta tutto in discarica”

Per numerose ragioni, la maggior parte dei siciliani è convinta che i rifiuti raccolti con la raccolta differenziata finiscano in discarica.

Misterbianco, alle porte di Catania. Il Comune nel 2017 spende 780.000 euro in meno grazie al mancato conferimento in discarica e ai proventi del 58% di raccolta differenziata. Il risparmio è in parte trasferito ai cittadini, con la riduzione del 10% della tassa per il servizio di raccolta dei rifiuti, e la totale esenzione per i concittadini poveri.

Idem a Belpasso, sempre nel Catanese, dove il risparmio sulla tassa nel 2017 è stato compreso fra i 40 e i 100 euro a famiglia grazie al 70 per cento (68,92%) di raccolta differenziata e alla nuova gestione del servizio che ha consentito risparmi per 150mila euro.

E per chi pensi che sia impossibile fare la raccolta differenziata nei capoluoghi di provincia, ovvero nelle città ferite dall’industrializzazione petrolifera del dopoguerra, bastano i dati di Agrigento e di Augusta.

Augusta, 40.000 abitanti, vara il porta a porta su tre quarti del territorio comunale e passa in breve tempo dal 4 al 25 per cento, sufficiente ad abbassare la tassa comunale del 16 per cento. Il Comune incontra difficoltà nel conferire tutta la frazione umida perché nei pochi centri di compostaggio esistenti in Sicilia (7 alla fine dello scorso anno) e fa installare numerose compostiere collettive in un carcere e in molte scuole. L’assessore è un chimico e dà pure il via ai corsi di compostaggio. Di nuovo, i guadagni vengono condivisi: la partecipazione ai corsi e il successivo conferimento dei rifiuti organici nelle compostiere collettive danno diritto ad uno sgravio del 15% sulla tassa comunale.

Agrigento ha 60.000 abitanti e partiva praticamente da zero. Adesso la città differenzia il 61% dei rifiuti raccolti porta a porta, e ha ridotto del 72% la quantità dei rifiuti conferiti in discarica con una riduzione della tassa che nel 2018 sarà di 500.000 euro. Ridotto anche di 48 unità il numero degli addetti dai precedenti 168 senza la perdita di un solo posto di lavoro attraverso i pensionamenti e una diversa distribuzione del personale.

Le materie prime seconde definite “rifiuti” raccolte in modo differenziato vengono conferite non più in discarica, ma ai centri di compostaggio e alle piattaforme in cui vengono raccolte plastica, metalli, vetro, carta e cartone. Che vengono pagate profumatamente dai Consorzi nati con la Legge ‘Ronchi’: 340 euro per la plastica, ancora di più per i metalli, e poi ancora carta, cartone, vetro e, appunto, il compost.

“Incredibilmente – spiega ancora Cocina – il 60% dei Comuni ancora non fattura ai Consorzi le materie prime seconde raccolte con la differenziata, e quindi mancano di ingenti introiti con cui potrebbero ulteriormente ridurre il costo della tassa, e compensare i drastici tagli nei trasferimenti regionali e statali che li affliggono da anni”.

Non tutti, naturalmente. E molti di loro sono stati appena premiati direttamente da Musumeci al recente Progetto Comfort di Catania, quando Cocina, intervenendo al convegno, fotografava con pochi numeri il business dei rifiuti in Sicilia (La Sicilia, 14 Aprile 2018):

«Quello dei rifiuti in Sicilia è un enorme giro d’affari da 1000 milioni di euro all’anno: 400 spesi per i conferimenti in discarica, 500 per i raccoglitori e 100 per le piattaforme. Il 40% del servizio è gestito da società pubbliche e il resto da società private, con appalti per il 70% fuori legge e in deroga alle norme perché non si fanno gare d’appalto. Va avanti così da 20 anni: ora, basta».

Un’analisi concreta della situazione concreta

Chi scrive non è marxista, ma ritiene che il pensiero di Marx abbia ancora molto da dire nell’analisi delle dinamiche economiche e sociali.

Analizziamo quindi la questione dei rifiuti in Sicilia da un punto di vista gramsciano basato sul conflitto materiale fra gruppi sociali. L’analisi concreta della situazione concreta suggerisce che, dal conflitto, emergerà una situazione sociale ed economica nuova: che potrebbe essere simile anche in Sicilia a quella emersa da analoghi conflitti combattuti 20 anni fa in buona parte del resto d’Italia dove l’industria del riciclo ha preso il posto di quella delle discariche, creando nuova ricchezza che altri gruppi sociali — datori di lavoro e lavoratori — si dividono poi fra loro nel conflitto fra lavoro e capitale.

Vediamo quali sono i gruppi sociali e i rispettivi interessi che in Sicilia confliggono nella dinamica socioeconomica legata alla questione dei rifiuti.

Da una parte, i cittadini afflitti dalle tasse comunali per la raccolta dei rifiuti più elevate in Italia e da livelli qualitativi del servizio che ancora nei giorni scorsi vedevano a Canicattì cumuli di rifiuti pericolosamente incendiati da cittadini esasperati [nota: mai incendiare rifiuti, si sviluppano sostanze estremamente tossiche]. Con loro, l’avanguardia delle imprese del riciclo siciliane e quella, molto più grande ed influente, delle imprese del riciclo italiane: fra le maggiori in Europa.

“Forse non lo sai – ci ha detto Mimmo Michelon, ingegnere siciliano specialista del settore – ma ad insistere con Ronchi perché si varasse una legge furono proprio le aziende che, in molte regioni del Nord, avevano iniziato a riciclare i rifiuti con grandi profitti”.

Con loro, ancora, le associazioni ambientaliste, fra cui Legambiente (di cui chi scrive è componente del Comitato tecnico scientifico) che ha intitolato ‘Sicilia munnizza free’ la campagna presentata in anteprima durante la prima uscita pubblica di Nello Musumeci a Palermo in occasione dell’Ecoforum lo scorso 28 Novembre.

Dall’altra parte, tutti coloro che beneficiano economicamente o politicamente dal mantenimento dello status quo: i gestori pubblici e privati delle grandi discariche che guadagnano attraverso il conferimento dei rifiuti pagato con tariffe che superano i 100 euro a tonnellata; le aziende specializzate nella raccolta indifferenziata; e quei politici che hanno scelto di costruire il loro consenso attraverso la gestione delle risorse pubbliche spese secondo la vecchia modalità del servizio “smaltimento” rifiuti: raccolta e abbancamento di tutto in discarica.

Sicilia chiama Veneto

Giunti quasi alla metà del 2018, a nostro avviso l’esito del conflitto sociale ed economico in corso da oltre vent’anni in Sicilia è segnato.

La Sicilia seguirà un’evoluzione accelerata dagli esiti simili a quella del Veneto: dove si ricicla il 66.5% dei rifiuti (dato 2015, fonte: Ispra) grazie alla diffusione della raccolta a domicilio, alla creazione sul territorio dei centri di raccolta, alla riduzione delle tasse per chi differenzia e al coinvolgimento diretto delle aziende del recupero e del riciclo: che proprio in Veneto è particolarmente sviluppata.

E dovrà essere il governo regionale a governare il processo verso gli esiti desiderati coinvolgendo le imprese del riciclo venete e delle altre Regioni più sviluppate, invitandole ad investire in Sicilia con la creazione di vera ricchezza e di posti di lavoro autentici e durevoli.

I 12.000 operatori ecologici siciliani diventeranno operatori dell’economia circolare. E ad essere sconfitti saranno i gruppi sociali superati dal progresso economico, tecnologico e culturale che ha portato la quantità di rifiuti urbani smaltita in discarica in Italia dai 21,3 milioni di tonnnellate del 1997 ai 7,8 milioni del 2015, mentre il riciclo di materia dai rifiuti raggiungeva quota 83,4 milioni di tonnellate con la raccolta differenziata al 47,6% (Dati: Ispra, 2017).

Diceva lo scorso Dicembre Andrea Fluttero, presidente di FISE Unire, ovvero l’associazione che rappresenta gli interessi delle aziende del recupero rifiuti, in margine alla presentazione del rapporto L’Italia del Riciclo:

«Per dare concretezza alle grandi prospettive di crescita dell’industria italiana del riciclo… occorre risolvere una serie di problemi, come il collocamento delle sempre maggiori quantità di materie prime e di scarti che risultano dal riciclo. Servono i decreti End of Waste ed è necessario affrontare sia il problema dell’oscillazione dei prezzi delle materie prime… Bisogna completare la dotazione impiantistica sull’intero territorio nazionale…e far dialogare il mondo della produzione con i settori del recupero e del riciclo».

Pochi giorni fa il Parlamento europeo ha approvato 4 nuove direttive sull’economia circolare: obiettivi e scadenze ancora più ambiziosi per rifiuti urbani, imballaggi, rifiuti elettronici e discariche. La qualità delle materie prime seconde crescerà a tal punto che diventeranno nuova materia prima per produzioni industriali: esattamente come avviene con i pannelli fotovoltaici o con le batterie agli ioni di litio. Previsti risparmi per le aziende europee per 600 miliardi all’anno.

Oltre che di materie prime, la Sicilia è una miniera anche di materie prime seconde. Che impareremo molto presto a valorizzare come meritano: chiudendo e solarizzando le vecchie discariche, e liberando il territorio regionale dalle innumerevoli discariche abusive che frenano lo sviluppo del turismo sul quale la Sicilia baserà buona parte del proprio sviluppo futuro.

20 aprile 2018

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