Riina vuole parlare? Non ci credo. Se così fosse, servirebbero tonnellate di ansiolitici…
Editoriale

Riina vuole parlare? Non ci credo. Se così fosse, servirebbero tonnellate di ansiolitici…


Time Sicilia

Il boss  è stato l’unico degli imputati del processo in corso davanti alla Corte d’Assise di Palermo ad avere accettato di rispondere alle domande di accusa e difesa. La notizia ha scatenato titoli fantasiosi, migliaia di commenti e anche qualche aspettativa di troppo. Che possa dire qualcosa di veramente importante è assai improbabile. Certo, se svelasse i misteri di cui è a conoscenza, l’Italia avrebbe finalmente un po’ di verità. Ma sarebbe uno tsunami che neanche lo Stato saprebbe affrontare…

di Pippo Giordano*

Sono rimasto basito quando Riina Salvatore ha raccolto l’invito del presidente della Corte d’Appello, Alfredo Montalto. Infatti, il presidente Montalto, prima di chiudere l’udienza del processo trattativa Stato-mafia, ha fatto un esplicito invito agli imputati: “Qualcuno degli imputati ci può dire se consente di sottoporsi all’esame dei PM?” Riina , attraverso il suo legale, ha risposto sì.

E’ bastata questa breve affermazione a scatenare sui social una ridda di commenti e illazioni.

Io non credo assolutamente che un mafioso del calibro di Riina, così come suo cognato Leoluca Bagarella e ancor prima Bernando Provenzano -deceduto-, possa “colloquiare” con lo Stato. Non lo reputo possibile, perché l’ala dura dei “corleonesi” capitanata da Riina, non ha mai dimostrato segni di cedimento verso lo Stato. Gli adepti al sodalizio criminale stragista di Riina, sono diversi per cultura e mentalità dai cosiddetti “palermitani”. Ma potrei sbagliarmi.

Intanto, occorrerebbe conoscere le reali condizioni di salute di Salvatore Riina, ovvero se egli allo stato sia in grado intellettivamente di rispondere compiutamente alle domande che i PM gli rivolgeranno. Nella mera ipotesi, che un travaglio interno possa avere fatto cambiare idea a Riina e quindi rispondere alle accuse mossegli, sarebbe davvero eclatante.

Mi piacerebbe essere smentito dai fatti, ma nutro, come ho detto in narrativa, forti dubbi. Ciononostante, vorrei dire al signor Salvatore Riina, che sarebbe giusto e necessario compiere un salto di qualità, riconoscendo quegli errori commessi durante la sua carriera criminale. Penso, che Riina oggi più che mai, abbia in mano la penna giusta per scrivere la vera Storia della Cosa nostra siciliana e quella oltre oceano. Ritengo indispensabile un suo “pentimento” prima che lasci questa vita terrena.

L’Italia, gli italiani hanno diritto di conoscere come e perché un’associazione criminale, ritenuta nella metà del secolo scorso, una banda di “scassapagghiari” sia potuta diventare quella mafia stragista che conosciamo. Sarebbe, equo e indispensabile conoscere le collusioni e appoggi tra politica e mafia. E per favore, smettiamola di prenderci in giro, nell’affermare che non ci sia stata trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato.

Io  ho sempre fatto riferimento a “trattative” e non sarà certo l’esito del processo in itinere, trattativa Stato-mafia, a farmi cambiare idea.

Ieri l’altro commentando la notizia di Riina, ho scritto: “Mi dicono che da quando si è sparsa la voce, in Italia sono aumentati i consumi di ansiolitici, specialmente tra alcuni politici”. A parte la battuta, se Salvatore Riina decidesse di collaborare con la Giustizia, il nostro Paese sarebbe investito da uno tsunami. E, supponendo che ciò possa accadere, mi chiedo parimenti, se lo Stato italiano sia in grado di reggere ad un evento di questa portata.

Qui non ci troviamo innanzi a un Buscetta o Mutolo – che pure ho assistito ai loro interrogatori- ma siamo di fronte al detentore della chiave per aprire il bunker di Cosa nostra, il cui pin lo conosce solo Salvatore Riina.

E allora, signor Riina, se deve parlare, lo faccia senza messaggi criptati: lo faccia con estrema chiarezza senza indugi o remore. Signor Riina uno scatto d’orgoglio no? Riconosca gli errori commessi e soprattutto mi smentisca: da anni sostengo che lei non avrebbe mai aperto bocca. E’ giunto il momento!

 

Pippo Giordano* è stato ispettore della DIA e ha lavorato nella Squadra Mobile di Palermo di Ninni Cassarà. Ha diretto la Sezione antiterrorismo della Digos di una città del Nord. Ha collaborato con i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Oggi, da pensionato, si dedica agli studenti ai quali racconta la storia degli uomini che hanno scritto col sangue la lotta alla mafia. E’ autore, insieme con Andrea Cottone del libro  Il sopravvissuto, l’unico superstite di una stagione di sangue dove parla di quella zona grigia dove si collocano i rapporti fra mafia e pezzi di Stato.

1 febbraio 2017

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