Se il Senato ha eliminato i tetti per i dipendenti perché l’Ars non dovrebbe farlo?
Editoriale, Politica

Se il Senato ha eliminato i tetti per i dipendenti perché l’Ars non dovrebbe farlo?


Giulio Ambrosetti

Il presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè, ha fatto bene ad annunciare che eliminerà i tetti per i dipendenti. A patto che questo serva a tutelare la dignità istituzionale del Parlamento siciliano e non per tornare a folli retribuzioni da Paperoni. Invitiamo quanti continuano a criticare le indennità di Camera, Senato e Ars ad andare a vedere quanto guadagnano i parlamentari europei e, soprattutto, i burocrati della UE… 

Perché il tetto per i dipendenti del Senato della Repubblica è stato tolto e nessuno ha detto nulla, mentre se la stessa cosa viene fatta nel Parlamento siciliano si scatenano le polemiche?

Al Senato, come già accennato, il tetto è stato sbaraccato. I dipendenti di Palazzo Madama si sono rivolti alla Autodiachia, che è un organo giurisdizionale istituito presso la stessa assemblea del Senato e della Camera dei deputati. Ebbene, l’Autodiachia ha deciso di eliminare il tetto.

E’ noto che – soprattutto negli ultimi anni – non sono mancate le polemiche sull’Autodiachia, che alcuni vorrebbero eliminare. Intanto, nel Parlamento nazionale l’Autodiachia c’è: e ha deciso di eliminare i tetti ai dipendenti.

Sulle retribuzioni è bene fare chiarezza. E’ allucinante che i dipendenti apicali del Parlamento nazionale – e dell’Assemblea regionale siciliana – vadano in pensione con 500 mila-600 mila euro all’anno. Questo succedeva negli anni passati. Oggi non succede più.

Detto questo, non è nemmeno pensabile di bloccare le retribuzioni di chi lavora al Parlamento, nazionale e siciliano, livellandole tutta al ribasso!

A chi continua a sproloquiare sugli ‘sprechi’ del Parlamento italiano e del Parlamento siciliano ricordiamo che un parlamentare – nazionale o regionale – costa poco meno di 12 mila euro al mese (all’Ars la retribuzione netta di un deputato è di 8 mila e 100 euro netti al mese, perché altri 3 mila euro mensili vengono corrisposti direttamente dagli uffici di Palazzo Reale a chi lavora per il deputato, per evitare che quest’ultimo faccia la ‘cresta’ sia sulla retribuzione, sia su contributi da versare all’INPS).

Ci rendiamo conto, con i tempi che corrono, di apparire impopolari. Ma va detto – e questo va detto, in particolare ai grillini, che spesso scadono in questa retorica – che un parlamentare europeo, tra indennità parlamentare, benefit e fondi (molto generosi) per i collaboratori, costa quattro volte un parlamentare italiano! Però di questo, stranamente, nessuno parla. Come mai? 

Lo stesso discorso vale per il personale del Parlamento europeo e, in generale, per la burocrazia dell’Unione Europea. Lì le retribuzioni degli alti burocrati sono di gran lunga maggiori di quelle del Parlamento italiano e dell’Ars. Ma, anche in questo caso, nessuno parla. Perché?

Il presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè, ha fatto bene ad affermare che toglierà i tetti ai dipendenti del Parlamento dell’Isola. L’Assemblea regionale siciliana è equiparata al Senato: se a Palazzo Madama i tetti ai dipendenti sono stati eliminati perché l’Ars dovrebbe mantenerli?

Un altro elemento di chiarezza riguarda la povertà dell’Italia.

L’Italia non è diventato un Paese con 13 milioni di poveri – di cui 5 milioni di indigenti – perché i parlamentari guadagnano 11-12 mila euro al mese! E nemmeno perché i dipendenti di Camera e Senato guadagnano molto.

L’Italia è diventato un Paese povero perché è entrato nel sistema euro nelle peggiori condizioni possibili. E perché lo stesso sistema euro è stato ‘confezionato’ su misura per impoverire alcuni Paesi (e l’Italia è tra questi) e per farne arricchire altri.

I disastri dell’euro e la sua insostenibilità li ha spiegati con chiarezza nel 2014 il parlamentare nazionale, Stefano Fassina, che nella vita fa l’economista (QUI LA SUA INTERVISTA).

I danni prodotti dall’euro li racconta spesso anche il filosofo e commentatore, Diego Fusaro (COME POTETE APPROFONDIRE QUI).

L’idea che, siccome l’Italia è un Paese che diventa ogni giorno più povero, tutti debbono diventare più poveri è una grande stupidaggine!

Perché questo è ciò che vogliono sentire coloro i quali, all’interno di un’Unione Europea controllata dalle multinazionali, vogliono trasformare l’Italia in un Paese di ‘sudditi’. Purtroppo ci stanno in parte riuscendo, perché una moltitudine di invidiosi (e anche di persone in buona fede) cade in questo tranello.

L’Italia deve provare a uscire dalla crisi economica diventando più ricca e distribuendo solidarietà, non facendo scivolare verso il basso gli altri!

Certo, ci sono tante ingiustizie. Ma – lo ribadiamo – la causa della povertà italiana, il pauroso impoverimento del ceto medio è legato all’euro, non a fatti ‘endogeni’.

Un altro luogo comune da bandire è che l’Italia si è impoverita perché c’è un grande debito pubblico ereditato dalla cosiddetta Prima Repubblica. Niente di più falso.

L’attuale debito pubblico italiano, per il 90% circa, è il frutto di interessi sullo stesso debito. Facciamo un esempio concreto, per illustrare di cosa stiamo parlando.

Il debito pubblico italiano, nel novembre del 2011, quando, con qualcosa simile a un ‘golpe felpato’, Mario Monti si è insediato a Palazzo Chigi, ammontava a circa mille e 800 miliardi di euro.

Oggi il debito pubblico del nostro Paese, nonostante i sacrifici imposti agli italiani (IMU, aumento di tasse e imposte comunali, eliminazione delle Province, tagli sempre più pesanti alla sanità, aumento dell’età pensionistica, tagli alla scuola, blocco – da otto anni – degli stipendi dei medici pubblici e via continuando), è arrivato a 2 mila e 300 miliardi di euro. 

Questo succede perché l’euro è una truffa e ancora più truffaldino è il calcolo degli interessi sul debito!

Ha fatto bene, qualche giorno fa, il leader dei grillini, Luigi Di Maio, a porre la questione dell’euro. E ha fatto invece malissimo, subito dopo, ad ammorbidire la sua dichiarazione.

Detto questo – tornando al Parlamento siciliano – non abbiamo proprio capito la ‘sviolinata’ del presidente dell’Ars, il già citato Miccichè, ai dirigenti del Parlamento siciliano che, negli anni passati, volontariamente, hanno optato per la pensione.

Ricordiamo che questi signori hanno lasciato gli uffici dell’Assemblea regionale siciliana perché, andando in pensione, avrebbero guadagnato la stessa somma che restando in servizio e, in alcuni casi, guadagnandoci anche.

Il discorso che ha fatto Miccichè offende chi oggi occupa i ruoli dirigenziali di Palazzo Reale. All’Ars, oggi, ci sono dirigenti bravissimi che non hanno bisogno dei pensionati.

Forse Miccichè ha promesso a qualche suo amico e, magari, al PD che farà rientrare qualche dirigente del Parlamento siciliano in pensione? Se è così, il presidente dell’Ars si ricordi che questi signori, legge alla mano, possono rientrare a titolo gratuito e non oneroso.

Egregio presidente Miccichè, lo scadimento del Parlamento siciliano degli ultimi quindici anni non è dovuto al personale dell’Ars, ma a un abbassamento – questo sì – della qualità politica della nostra Isola.

Il fondo, l’Ars e il Governo regionale, l’hanno toccato nella passata legislatura, con il trionfo dell’ascarismo e con la gravissima, sostanziale abolizione dell’Ufficio del Commissario dello Stato, che ha eliminato l’ultimo ‘filtro’ tra Sicilia e Roma. Un atto che ha dato al Governo nazionale un potere improprio sulla Regione siciliana.

Il presidente Miccichè, se vuole provare a ridare dignità all’Autonomia siciliana, cominci col ripristinare l’Ufficio del Commissario dello Stato.

 

 

 

21 dicembre 2017

Autore

GiulioAmbrosetti


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