Sicilia: è emergenza sanità tra soldi che lo Stato ci deve e i fondi ‘inghiottiti’ dalle grandi strutture private nazionali
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Sicilia: è emergenza sanità tra soldi che lo Stato ci deve e i fondi ‘inghiottiti’ dalle grandi strutture private nazionali


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La legge in questione è la Finanziaria nazionale del 2007 che ha portato la quota di partecipazione della Regione siciliana alle spese sanitarie dal 42% circa a quasi il 50%. In cambio lo Stato si è impegnato a riconoscere alla Sicilia una quota dell accise sui carburanti. Ma di questi fondi non si sa nulla. L’anomalia dei fondi degli ospedali pubblici siciliani regalati a SAS, ARPA e, soprattutto, alle grandi strutture sanitarie private non siciliane 

di Marco Trapanese
In Sicilia c’è un’emergenza che il vecchio Governo regionale di Rosario Crocetta ha lasciato al nuovo Governo di Nello Musumeci: la sanità. Sgombriamo innanzitutto il campo da un potenziale fraintendimento: i nostri operatori sanitari, dai medici ai tecnici e operatori professionali sono tra i migliori al mondo, tutti gli ospedali europei e italiani sono pieni di siciliani che contribuiscono con professionalità alla buona sanità degli altri. Il problema della sanità siciliana non è un problema di qualità delle risorse umane, ma è una questione organizzativa e anche, anzi soprattutto, finanziaria.

Sulla carta, leggendo gli ultimi Bilanci regionali, viene fuori che, per la sanità siciliana, si spendono, ogni anno, 9 miliardi e 300 milioni di euro. Il problema – che è sotto gli occhi di tutti i cittadini siciliani – è che i servizi sanitari offerti dalle Aziende ospedaliere e anche dalle Aziende sanitarie provinciali (Asp) peggiorano di giorno in giorno.

Perché succede tutto questo? Forse le risorse finanziarie vengono utilizzate male? Con molta probabilità, bisognerebbe incidere di più e meglio sia nelle forniture, sia nella spesa farmaceutica. Ma ci sono altri aspetti che è necessario sottolineare, dalla spesa, eccessiva, per le grandi strutture sanitarie private ai costi impropri che vengono caricati sul Bilancio della Regione.

Cominciamo da questi ultimi. E’ semplicemente incredibile che, con i fondi della sanità si paghino le rate dei mutui contratti dall’amministrazione regionale! I passati Governi regionali hanno preso la scusa che alcuni mutui – parliamo di quasi 2 miliardi di euro! – sarebbero stati contratti dalla Regione per pagare deficit accumulati dalle strutture sanitarie pubbliche. Cosa, questa, non vera.

E’ stata la Regione che, per fronteggiare i tagli del Governo Renzi, non ha erogato alle strutture sanitarie pubbliche il dovuto previsto dalla legge. E’ la Regione che ha creato i ‘buchi’ di bilancio alla sanità pubblica. Questi ‘buchi’ provocati dalle non corrette erogazioni della Regione sono stati utilizzati dai Governi della stessa Regione per contrarre mutui nel nome della sanità. Da qui i pagamenti delle rate dei mutui con i fondi della sanità.

Ma questo è un raggiro contabile. La verità è che i Governi regionali hanno pagato con una parte dei fondi della sanità siciliana i ‘buchi’ del Bilancio regionale provocato dai tagli romani. Ciò significa che le rate dei mutui li deve pagare l’amministrazione regionale con i propri fondi, non togliendoli agli ospedali pubblici della Sicilia e, quindi, tagliando servizi sanitari pubblici ai cittadini siciliani!

Mi auguro che, su questo punto, il Governo Musumeci e la nuova Assemblea regionale siciliana facciano chiarezza, ognuno per le proprie competenze. Se è il caso – per la parte che riguarda l’Ars – chiedendo l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui mutui contratti dalla Regione negli ultimi otto anni.

Scandaloso, poi, quanto avviene con la SAS e con l’ARPA. E’ semplicemente incredibile che con i fondi degli ospedali pubblici della Sicilia si paghino le spese di funzionamento e gli stipendi di SAS e ARPA.

La SAS è una società regionale nella quale sono confluiti precari diventati tali per volere della vecchia politica. Bene: li paghi la vecchia politica, non certo i cittadini siciliani ai quali, per pagare in buona parte questo personale, vengono sottratti servizi sanitari.

Lo stesso discorso vale per l’ARPA, l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale. Che, sotto il profilo amministrativo, fa capo all’assessorato regionale al Territorio e Ambiente. Potrei entrare nelle polemiche che accompagnano l’ARPA, tra nomine contestate e il lavoro poco soddisfacente che svolge, non certo per responsabilità del personale, ma della politica.

Ma in questa fase ciò che voglio sottolineare è che i costi dell’ARPA non possono essere sostenuti dalla sanità siciliana. Sono circa 30 milioni di euro all’anno che potrebbero essere utilizzati dalla sanità pubblica oggi i98n grandissimo affanno.

Facendo un raffronto, è semplicemente pazzesco che i ricercatori precari del CNR, pur svolgendo un’attività importante, ormai da anni, vengano pagati a progetti, con i bandi europei; mentre per l’ARPA si va a colpo sicuro togliendo ogni anno 30 milioni di euro alla sanità pubblica! Follia totale.

E’ difficilissimo, poi, rintracciare nel Bilancio della Regione i fondi che finiscono alle strutture sanitarie private. Mi riferisco all’ISMETT, al Mauceri, al Rizzoli, al Giglio e via continuando. La Regione paga ogni anno cifre di cui non si conosce l’entità (a parte l’ISMETT, che costa 104 milioni di euro all’anno, l’ammontare del resto dei fondi lo conoscono solo gli addetti ai lavori dell’assessorato regionale alla Salute) per ridurre la cosiddetta ‘migrazione passiva’ di pazienti siciliani verso altre Regioni italiane.

Il problema è che questa migrazione di pazienti siciliani, lungi dal diminuire, aumenta. E non si capisce perché debbano essere tolti soldi alle strutture sanitarie pubbliche della Sicilia (costringendo, medici e infermieri siciliani a turni massacranti, al limite dell’usura, con gente che ci rimette anche la salute) per pagare grandi strutture private che, come si usa dire dalle nostre parti, non raggiungono gli obiettivi per i quali hanno aperto ‘putia’ in Sicilia.

Ultimo elemento – ultimo non certo per importanza – è il contenzioso finanziario con Roma sulla sanità. Vicenda ignorata sia dal Governo regionale di Raffaele Lombardo, sia dal Governo regionale di Rosario Crocetta.Proviamo a riassumerlo.

Nel 2007 lo Stato – Governo Prodi – con la legge Finanziaria nazionale, disponeva che, in tre anni, la quota di partecipazione della Regione siciliana alle spese sanitarie passasse dal 42% circa a quasi il 50%. Morale: dal 2009 ad oggi la Regione ci rimette quasi 600 milioni di euro all’anno. La Finanziaria nazionale del 2007 prevede che la Regione siciliana recuperi tali somme con una quota delle accise sui carburanti.

A quanto si racconta, nel 2007, il testo uscito dalla Camera dei deputati – relatore l’allora parlamentare nazionale siciliano Franco Piro – su questo punto non ammetteva dubbi.

Nel passaggio della legge al Senato – relatrice la senatrice siciliana Anna Finocchiaro – il testo, su questo punto, chissà perché, si sarebbe ingarbugliato. Mi rifiuto di credere che un parlamentare siciliano abbia lavorato contro la sua terra. Molto più probabile che le burocrazie ministeriali, storicamente ‘nemiche’ dell’autonomia finanziaria della Regione siciliana, da allora facciano muro per non fare applicare tale norma.

Credo che, su questo punto, il Governo Musumeci e il nuovo Parlamento siciliano dovrebbero fare chiarezza. Chiedendo a Roma non soltanto i 600 milioni di euro all’anno, ma anche gli arretrati, che oggi ammontano a quasi 5 miliardi di euro. Risorse importanti – che spettano alla Sicilia – necessarie per migliorare i servizi sanitari dell’Isola, oggi molto carenti.

27 novembre 2017

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