Specie invasive: prima le importiamo, poi le eradichiamo
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Specie invasive: prima le importiamo, poi le eradichiamo


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In un modo o nell’altro arrivano. Anche per l’assenza di azioni preventive che dovrebbero vietare le importazioni di animali o vegetali che poi diventano “invasori”. Il problema sta nel fatto che le popolazioni di tali specie, fuori dal proprio ambiente naturale, non sono più limitate dai predatori e per questo, con il loro proliferare, rischiano di danneggiare flora e fauna autoctone 

di Marcella Porpora

Pasticci del passato e non solo. Nutrie, talune tartarughe americane e molte altre specie animali, ma anche vegetali, importate in Italia e poi diffuse nell’ambiente naturale, volontariamente o per fuga. Alcune di queste sono diventate “invasive”, così come stabilito dal Decreto Legislativo n. 230 del 15 dicembre 2017 che fa a sua volta riferimento ad un elenco dell’Unione Europea.

Tra di esse vi sono il Gambero rosso della Louisiana (vi ricordate il film Forrest Gump ed il pescatore di gamberi?) finito negli specchi d’acqua dolce anche siciliani, la Trachemys scripta (la famosa tartarughina d’acqua dolce, tra cui quella a guance rosse) rinvenibile ormai un po’ ovunque, ma anche mammiferi come la Nutria, roditore americano presente in Sicilia nel fiume Irminio.

Il problema risiede nel fatto che le popolazioni di tali specie fuori dal loro ambiente naturale non sono più limitate dai predatori e per questo, con il loro proliferare, rischiano di danneggiare flora e fauna autoctona. Il guaio non è solo il possibile danno all’ambiente naturale, quanto l’assenza di azioni preventive volte, ad esempio, a vietare l’importazione di animali o vegetali possibili futuri “invasori”.

Intanto, per quelle già individuate, si deve ricorrere alla loro “eradicazione”, così come al “controllo demografico” o “contenimento delle popolazioni”. Su come questi intenti possono concretizzarsi (basti considerare la comunissima Nutria, in nord Italia vittima di stermini pluridecennali) non vi è ancora unanimità tra gli esperti dei diversi settori.

C’è poi un altro problema. Cosa succede ai proprietari di una specie dichiarata “invasiva” detenuta per scopi non commerciali che, a partire dalla data di entrata in vigore della legge, si sono ritrovati con un perentorio divieto di detenzione? Si è già capito che il termine ultimo fissato per la denuncia (18 agosto 2018) è inadeguato. Ecco allora l’immancabile “mille proroghe” la cui bozza diffusa dal portale dell’ANMVI (Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani) contiene all’articolo 3 il nuovo termine fissato al 31 agosto 2019. Sarà sufficiente come le eradicazioni per le quali in non pochi nutrono perplessità?

Forse, come sostiene qualcuno, sarebbe meglio lasciare gli animali nei loro ambienti d’origine, fosse solo per evitare inneschi di pratiche, anche di tipo burocratico, dai risultati dubbi. Pensare che i tanti proprietari delle Trachemys scripta (riguarda diverse sottospecie, come le guance gialle oltre che quelle rosse) saranno informati del già poco perentorio termine per la denuncia, appare veramente difficile.

 

25 luglio 2018

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