Storia della Sicilia del professore Massimo Costa 6/ La Repubblica di Timoleonte, Agatocle, Pirro

Oggi il professore Massimo Costa racconta la Repubblica di Timoleonte e il periodo del suo successore, Agatocle. Poi il ruolo di Pirro in Sicilia e la presenza dei Cartaginesi. Sullo sfondo ci sono i Romani

di Massimo Costa

§ 5 – La Repubblica di Timoleonte e il Regno Siceliota di Agatocle

A Siracusa (344) è quindi instaurata la III repubblica (dopo quella aristocratica e la “politeia”) sotto il buon governo di Timoleonte. Questi abbandona l’imperialismo in Italia, mentre trasforma lo Stato Siciliano in una confederazione di città-stato (la “Symmachìa Siceliota”), riportando ordine dopo il caos del decennio precedente.

Il Governo repubblicano di Timoleonte è un periodo breve (344-336) ma intenso di splendore economico, politico e culturale. Le monete siceliote prendono a usare stabilmente l’uso della Trinacria, ormai simbolo politico della Sicilia. Le fortificazioni di Ortigia, emblema dell’oppressione tirannica, sono abbattute; i profughi politici sono riammessi a Siracusa. Sconfitti i Cartaginesi al fiume Crimiso, non ben identificato dal punto di vista geografico (341), e quindi ricacciati nella loro provincia al di là dei fiumi Platani e Imera, si volge verso la giungla di riottosi tiranelli, riconducendo tutte le città-stato siceliote dentro il nuovo stato confederale, tuttavia rispettoso delle autonomie municipali.

Dà a Siracusa infine una costituzione moderata: un’Ecclesìa, assemblea di tutti i cittadini, e una Bulè, consiglio di 600 ricchi possidenti sono gli organi più importanti; il Presidente elettivo annuale della Bulè, assistito da Strateghi, è capo del Governo, ma il ruolo di Capo dello Stato (magistrato eponimo) è affidato a un sacerdote di Zeus Olimpio, sorteggiato tra una terna di nomi eletti dall’Ecclesìa. Nel 336 Timoleonte si ritira a vita privata. Alla sua morte, nel 318, gli vengono riservati onori da Padre della Patria.

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La Repubblica siracusana e la Confederazione siceliota, però, tenute insieme dalla sua autorevolezza, non sopravvivono alla sua morte, quando il partito popolare, con un colpo di stato, rovescia le istituzioni repubblicane ed affida tutto il potere ad un capo politico di umili origini, tale Agatocle (316 a.C.).
Questi, durante il colpo di stato, fa trucidare migliaia di ricchi, e altri li fa esiliare. Promette e realizza riforme sociali importanti quali la remissione dei debiti e la distribuzione delle terre.

Agatocle rinnova la politica di potenza di Dionisio il Vecchio, ma su basi ancor più ambiziose. Questa volta il dominio siceliota è esteso a quasi tutta la Calabria, e le città Italiote non ancora cadute sotto il giogo romano (come era avvenuto a quelle campane) si mettono sotto la sua protezione. Persino alcune isole Ionie cadono sotto il dominio siceliota: Corcira (Corfù) e Leucade. Tale massima espansione sarà raggiunta però solo intorno al 295, dopo una serie di fortunati conflitti contro gli Italici e contro le monarchie al di là dello Ionio (Macedonia ed Epiro).

Contro Cartagine, invece, la lotta non è mai risolutiva. Riesce a portare la guerra in Africa (310), dove brucia la propria flotta per evitare tentazioni di fuga alla truppa. Purtroppo fallirono i tentativi di alleanza con il governatore tolemaico della Cirenaica, Ofella, e così pure fallisce l’assedio di Cartagine. Alla fine si tornò allo statu quo, ma ora anche Akragas entra a far parte del dominio siceliota (306). Sul modello delle monarchie ellenistiche a lui contemporanee, anche la Sicilia cessa infine di essere una “Confederazione” e diventa quindi una vera e propria monarchia (305).

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Agatocle cinge il diadema di “basileus”, dando vita, per la prima volta nella storia, al Regno di Sicilia. Nella sostanza non cambia molto. L’autonomia delle singole città non viene meno del tutto, e, unico monarca ellenista, mantiene alcune magistrature elettive e un’assemblea popolare nella capitale.

Ciò che non riesce ad Agatocle è di istituire una stabile dinastia in Sicilia. Avendo perso il figlio Arcàgato nella campagna d’Africa e non avendo stabile discendenza, restituisce nel testamento la sovranità all’Assemblea popolare, tornando alle posizioni democratiche delle origini della sua carriera politica.

§ 6 – Convulsioni politiche, crisi e invasioni

Alla sua morte (289), per assassinio, si instaura quindi una debole IV Repubblica, poi una più modesta IV tirannia (Iceta, nel 281, dopo la I dei Dinomenìdi, la II dei Dionisi, e la III della prima fase del dominio di Agatocle), infine una guerra civile (dal 280) in cui lo Stato siciliano va nuovamente in frantumi. Un tiranno di Akragas, tale Finzia, di cui sappiamo poco, distrugge Gela, e vicino fonda la città di Licata. I Cartaginesi ne approfittano per riprendere il loro programma espansionista.

L’unica mossa che riescono a fare i Sicelioti per tentare una pacificazione è quella di invitare in Sicilia Pirro, re dell’Epiro, allora fresco delle difficili vittorie sui Romani in Italia meridionale. Nel 278 Pirro è in Sicilia, sbaraglia i Punici che si rinserrano al Lilibeo e, nella Palermo appena strappata loro, nella stessa Palermo che secoli dopo sarebbe stata la sede del Regno, Pirro raccoglie l’eredità di Agatocle e si incorona Re di Sicilia.

Ma il Regno di Pirro dura poco. I rovesci in Italia meridionale lo costringono ad abbandonare la Sicilia già nel 276, lasciando dietro di sé il vuoto politico.
A Siracusa riesce a prendere il potere un altro uomo forte, assai illuminato e abile diplomatico, Ierone II, il quale, in qualche anno, riesce a mettere insieme di nuovo il Regno di Sicilia (incoronato nel 269).

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Ma nel frattempo per la Sicilia è cambiato tutto da un punto di vista geopolitico. La sconfitta di Pirro ha portato la Confederazione italica, guidata dai Romani, ad impossessarsi di tutta l’Italia meridionale, fino a Reggio. Per la Sicilia l’espansione da quel lato è ormai preclusa per la minacciosa presenza romana. Da ovest, al fuggire di Pirro, i Cartaginesi, città dopo città hanno esteso il loro dominio ormai organizzato come quello di una vera e propria provincia. A sud hanno conquistato Agrigento, Licata e Camarina, insidiando il territorio ibleo oltre Noto. A nord non hanno incontrato resistenza arrivando a porre un presidio a Messina, cacciando in Calabria i Mamertini, mercenari campani già al soldo di Agatocle, che alla sua morte l’avevano occupata e che da alcuni anni seminavano il terrore nelle campagne siciliane con le loro razzie. A sud di Nebrodi e dell’Alcantara, ad est del Salso e a nord di Noto, ciò che resta del piccolo Regno siceliota sotto Ierone II.

Ierone II capisce subito che può sopravvivere ormai solo in equilibrio tra Roma e Cartagine, mentre è escluso che possa espandersi a spese di una delle due potenze.

Fine della Sesta puntata / Continua

Nella foto Le mura di Timoleonte di Gela

La V puntata

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