Storia della Sicilia del professore Massimo Costa 8/ La Sicilia bizantina tra miserie e splendori

L’epoca bizantina in Sicilia è stata dipinta come un’epoca di decadenza, di fiscalità oppressiva e di scomparsa della cultura. Questa visione, vera solo in parte, ci appare assai riduttiva. proviamo a illustrare come stanno le cose

L’epoca bizantina in Sicilia è stata dipinta come un’epoca di decadenza, di fiscalità oppressiva e di scomparsa della cultura. Questa visione, vera solo in parte, ci appare assai riduttiva. proviamo a illustrare come stanno le cose

di Massimo Costa

§ 6 – La Sicilia “bizantina”
Il termine “bizantino”, sebbene convenzionalmente accettabile perché ormai invalso in tutta la storiografia occidentale, non è a ben vedere molto fondato da un punto di vista giuridico. I “bizantini” chiamavano sé stessi “Romani” (“Rhomei” in greco, da cui ancora il diffusissimo cognome contemporaneo siciliano di Romeo) e considerarono, fino all’ultimo, il loro Impero né più né meno che “Impero Romano”. Anche la dizione “Impero Romano d’Oriente” è valida a rigore solo sino al 476. Quando Odoacre depose l’ultimo Imperatore Romano d’Occidente, Romolo Augustolo, non dichiarò terminata la dominazione romana in Occidente, come nessuno degli stati romani-barbarici si sarebbe mai sognato di fare. Semplicemente rimandò a Zenone, Imperatore d’Oriente, le insegne dell’Impero d’Occidente.

Da quel momento, sulla carta, esisteva di nuovo un solo Impero Romano. E tuttavia le trasformazioni, pure lente, in questo troncone orientale della romanità, si sarebbero susseguite fino a farne una cosa alquanto diversa dall’originale.

Il termine “bizantino”, come sinonimo di “costantinopolitano”, dall’antico nome greco della capitale, serve quindi a sciogliere questa ambiguità tra il primo e il secondo impero romano.

IL GRECO AL POSTO DEL LATINO – A poco a poco, intanto, diventò “greco-romano”. Il greco sostituì il latino come lingua ufficiale. Negli anni più bui l’amministrazione civile (poco più che tributaria, non occupandosi di altro che di riscuotere le imposte) e quella militare si fusero tra loro e le singole province, o “Themi”, vengono dotate di una relativa autonomia amministrativa e militare, come vedremo più avanti (forse tra il 687 e il 695, sotto Giustiniano II). Gli Imperatori presero a chiamarsi semplicemente “Basileus”, cioè “Re”, come gli antichi sovrani ellenistici.

Le progressive fratture teologiche tra Occidente latino e Oriente greco nel tempo avrebbero portato a un vero e proprio scisma (1054) tra Cattolici e Ortodossi, mai più ricomposto, ma già da due secoli circa, se non di più, la convivenza tra le due branche del Cristianesimo era sempre più sofferta. La “Renovatio Imperii” di Carlo Magno in Occidente (800) avrebbe segnato la definitiva alienazione dell’Occidente latino e germanico (e cattolico) dall’Oriente “romano”, greco ed ortodosso, o quanto meno l’avvio di un processo di definitiva alienazione tra i due mondi. Ma all’inizio questo processo di frattura non era neanche percepibile per i contemporanei.

DI NUOVO GRANAIO DI ROMA – Per i Siciliani del VI secolo il generale Belisario – come abbiamo detto – aveva semplicemente riportato la legalità dell’Impero in Sicilia. I legami con il patriarca di Roma ne risultarono addirittura rafforzati. La Sicilia divenne di nuovo il granaio di Roma. Anche le diocesi di Milano e di Ravenna avevano proprietà terriere in Sicilia. A Palermo e Siracusa due rettori amministravano le vaste rendite papali e sovraintendevano ai commerci con la Santa Sede.

Papa Gregorio Magno, sul finire dello stesso secolo, avrebbe accumulato tanto potere e possedimenti in Sicilia da poter entrare direttamente all’interno delle vicende amministrative, sociali ed economiche della Sicilia stessa. Dalle sue lettere apprendiamo che alla fine del VI secolo, nonostante tutte le proibizioni imperiali, nelle campagne il paganesimo non era stato ancora sradicato del tutto. E così pure apprendiamo della presenza di numerosi ebrei e manichei.

Le diocesi siciliane uscite dalle catacombe, che avevano riconosciuto un primato d’onore e un legame di fraternità al patriarca d’Occidente durante le persecuzioni, si trovavano ora in una condizione naturale di reverenza, che poi divenne vera e propria soggezione, quando l’ordine ecclesiastico si conformò a quello giuridico dell’Impero. Le diocesi siciliane erano tutte suffraganee del papa, il quale impose, in maniera più energica dalla fine del VI secolo, il rito romano su quello consuetudinario che vi trovò, ripulendolo da ogni influsso greco. In via di fatto concedeva al Vescovo di Siracusa un primato per delega, sulle cause ecclesiastiche minori e sul coordinamento della Chiesa siciliana, ma senza alcuna specifica autonomia riconosciuta. In questo fu particolarmente attento papa Gregorio Magno, grande uomo di Chiesa, ma anche molto sensibile agli interessi economici romani relativi alla Sicilia. Propugnatore dell’affrancamento degli schiavi, non poté liberare, per come funzionava l’economia dei tempi, la massa di schiavi e soprattutto di coloni (una sorta di servi della gleba per contratto, forse ex piccoli proprietari impoveriti) dei suoi stessi possedimenti siciliani.

I ‘CONDUTTORI‘ – Non mancava però una piccola schiera di contadini liberi che prendevano in affitto appezzamenti dei latifondi, chiamati “conduttori”, ma erano appunto soltanto una minoranza. Ad ogni modo, delle ricche rendite ecclesiastiche su queste terre, solo un quarto andava a Roma, gli altri tre andando rispettivamente al vescovo locale, ai chierici e ai poveri. Ciò dimostra, tra l’altro, che la Chiesa ormai aveva assunto stabilmente quello che oggi chiameremmo un ruolo di previdenza e assistenza sociale che altrimenti, in quei tempi difficili, non avrebbe svolto nessuno.

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Con tutto ciò le diocesi siciliane erano relativamente libere da Roma. I monaci quasi tutti basiliani o eremiti, salva l’introduzione, voluta sempre da Roma, di qualche convento benedettino. I vescovi eletti dal sinodo diocesano, costituito dai prelati e da uomini probi anche laici, e poi soltanto consacrati da Roma. Il clero in parte anche sposato, all’usanza greca.
Ad ogni modo, il legame politico con Costantinopoli rafforzò progressivamente l’elemento greco, da molto tempo recessivo, e questo in breve divenne di nuovo dominante.

Oltre al nuovo legame politico con Costantinopoli, l’invasione longobarda di gran parte dell’Italia, di poco posteriore, portò a recidere nettamente i legami tra Italia longobarda e Sicilia e a indebolire quelli con la restante parte sottoposta ai bizantini, gravitante sulla lontana Ravenna, con la sola eccezione dei rapporti con la Roma papale (già dal 584, con la riorganizzazione dell’Imperatore Maurizio, la Sicilia è sciolta da ogni legame con l’Esarcato d’Italia). Secondo taluni fu proprio la Sicilia che consentì al “Ducato Romano”, teoricamente sotto l’Impero, ma già praticamente sotto l’influenza dei pontefici, di sopravvivere agli attacchi longobardi da tutte le parti. Mentre l’Italia rimasta in mano ai bizantini sarà organizzata in ducati, molti dei quali sarebbero diventati politicamente indipendenti, anche solo di fatto (Amalfi, Venezia, Napoli,… lo stesso Ducato Romano, sotto la crescente influenza papale), la Sicilia resta provincia a sé, addirittura poi incorporando la stessa vicina Calabria greca, legata direttamente a Costantinopoli, senza alcuna dipendenza – come detto – dall’esarca italiano di Ravenna.

LA SICILIA BILINGUE – La Sicilia bizantina era naturalmente bilingue, e questo la rendeva relativamente potente nell’intermediazione tra Roma e Costantinopoli. Ciò avrebbe portato, proprio quando i rapporti tra Roma e Costantinopoli iniziarono ad incrinarsi, ad un vero momento di gloria per la Chiesa siciliana, sul finire del VII secolo, in quanto l’unica in grado di tenere ancora insieme Oriente e Occidente. Nel 678 viene eletto papa il siciliano S. Agatone, poi sarebbe toccato al colto Leone II (682), e anche Conone (papa nel 686) se non siciliano di nascita lo era per formazione, e infine il più grande di tutti, Sergio I, nel 687. E non solo a Roma: Teofane (681) e Costantino (683) saranno eletti Patriarchi ad Antiochia, nella lontana Siria.

La separazione della Chiesa siciliana e il suo successivo assoggettamento a Costantinopoli, ne determineranno invece la grecizzazione, e questo farà perdere di potere e centralità ai Siciliani, che però riusciranno, ancora nel 768, ad avere un papa, Stefano IV, l’ultimo papa siciliano sino ad oggi. In compenso, ancora nell’843, Metodio I (siracusano) sarà eletto patriarca di Costantinopoli.

La codificazione di Giustiniano nel Corpus Juris trovò ovviamente attuazione pure in Sicilia. Questo fatto è giuridicamente molto importante per la nostra storia. Sebbene nei secoli bui successivi (ad esempio sotto invasione saracena) il diritto romano non sarebbe stato più studiato e copiato, esso rimase, sia pure nelle forme consuetudinarie, lungo i secoli, per tornare in vigore nella sua pienezza ai tempi del Regno di Sicilia, e giungere vigente, come base del diritto privato siciliano, fino all’alba del XIX secolo.

La Sicilia sarebbe restata quindi provincia di un ideale “Imperium” universale che non esisteva più da molti secoli, almeno nelle concezioni dei giuristi dei secoli a venire, scrigno della classicità, più latina dell’Italia, più ellenica della Grecia, segnate queste invece dalle invasioni, rispettivamente, germaniche e slave.

L’amministrazione centrale della Provincia non si discosta da quella del Basso Impero. A capo troviamo un “pretore”, che poi diventa “stratega”, alla greca, e infine, di nuovo alla romana, “patrizio”, ma le funzioni sono sempre le medesime. Al di sotto, ciò che restava delle antiche pòleis greche e poi municipi romani, si amministrava come poteva da sé. L’amministrazione dei municipi, ancora come nel Basso Impero, era affidata a una élite urbana, chiamata “curia”, da cui erano tratti i “decurioni”, il cui compito principale, piuttosto ingrato, era quello di riscuotere le imposte per l’insaziabile amministrazione imperiale.

L’epoca bizantina è stata dipinta come un’epoca di decadenza, di fiscalità oppressiva e di scomparsa della cultura. Questa visione, vera solo in parte, ci appare assai riduttiva. Sappiamo poco dell’epoca imperiale precedente (romana) per fare accurate comparazioni, e se declino ci fu non dovette essere poi così sensibile, mentre non avrebbe alcun senso confrontare quest’epoca con quella ormai lontanissima dei Sicelioti. In termini relativi, invece, la Sicilia non conobbe affatto l’Oscurantismo contemporaneo dell’Europa occidentale. Mentre in Europa l’analfabetismo dilagava, in Sicilia la produzione letteraria, non solo sacra, continuava con regolarità. Mentre in Europa scomparivano le città, in Sicilia quanto meno resistevano, e in particolare Palermo andava crescendo di importanza e popolazione, pur restando Siracusa la capitale politica di sempre.

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Le magistrature urbane erano ben vive, anche se l’Amari le descrive, forse un po’ ingiustamente, come il residuo atrofizzato di quelle greco-romane dell’Antichità. La circolazione aurea non fu mai interrotta, anzi il latifondo tende a spezzarsi (con l’eccezione di quello ecclesiastico) e il lavoro schiavistico diminuisce drasticamente a favore di forme sempre più vicine a quella che sarebbe diventata la servitù della gleba.

È probabile che la “sopravvivenza” della Sicilia, in relativo molto più fortunata dell’Italia (non conobbe mai la barbarie longobarda, ad esempio), non abbia per contro escluso un certo declino demografico ed economico. È vero, infatti, che l’Impero di Costantinopoli trattava la Sicilia come una sorta di Siberia, dove confinare gli oppositori, fu esosa come non mai nello spremere di tributi ai Siciliani e la coinvolse in sterili battaglie religiose o cristologiche, come ad esempio nell’eresia monotelita o in quella dell’iconoclastia.  

L’ELEFANTE DI ELIODORO – La Sicilia, già a malapena cristianizzata nel profondo, ignorò ogni richiamo ad abbattere le icone, e anzi – caso unico nell’Oriente ortodosso – non rinunciò mai persino alle statue sacre. Ancora in pieno VII secolo S. Filippo nelle campagne ennesi era impegnato a sradicare i culti pagani, e – più tardi ancora – il racconto del mago Eliodoro di Catania e del vescovo Leone testimonia delle ultimissime sacche di “resistenza” pagana, in epoca tardissima, e nella necessità, da parte della Chiesa ortodossa, di dover accettare simboli e riti pagani cristianizzati: dall’elefante di Eliodoro, entrato nella simbologia municipale di Catania, alla Chiesa madre di Palermo (sul sito dell’odierna cattedrale), costruita sul tempio di Esculapio dove, anche in età cristiana, si diceva fosse custodita nientemeno che la tomba di Aristotele, alla cattedrale di Siracusa, vero tempio pagano trasformato in Chiesa, ai riti di Demetra e Persefone, trasfusi ancora oggi nei riti di passaggio primaverile in cui la Madonna cerca e poi trova il Figlio. Il culto mariano (la Vergine Odigitria o Madonna di Costantinopoli) avrebbe trovato terreno fecondissimo in una Sicilia abituata da millenni a chiedere aiuto a una figura femminile materna.

§ 7 – Il “sogno” di un Basileus di Sicilia
La Sicilia conosce un momento di “gloria” (se così può dirsi) quando nel 663 l’Imperatore Costante II decide di fare di Siracusa la Capitale dell’Impero al posto di Costantinopoli, forse per difendersi meglio dalle invasioni arabe (per la prima volta un’incursione araba dall’Egitto, nel 652, aveva toccato la Sicilia). La Sicilia non tollera però il peso insopportabile, fiscale e militare, dell’essere sede dell’Impero. Una congiura di palazzo, sostenuta dai Siciliani, uccide Costante II mentre fa il bagno (668). La capitale torna a Costantinopoli, e un primo tentativo “separatista” dei Siciliani di dotarsi di un proprio Basileus (con Mezenzio maestro armeno della milizia esaltato da Giustiniano, Pretore dell’Isola) è facilmente sedato dall’Impero (669).

Mezenzio fu obbedito per qualche tempo anche in Napoli e in Calabria, ma non poteva resistere alla manovra militare che gli arrivò dai quattro punti cardinali: dal nord l’Esarcato di Ravenna, da ovest le truppe bizantine di stanza in Sardegna e Corsica, da sud quelle di stanza in Africa, ancora sotto l’Impero, e da est, naturalmente, quelle provenienti da Costantinopoli. Questo evento, al di là dei fatti contingenti, è però un primo segno di malessere dei Siciliani, che vogliono trovare ancora confusamente una propria via dopo secoli di acquiescenza nei confronti dei “Romani”.

LA PERDITA DELL’AFRICA – La perdita dell’Africa, sul finire del VII secolo, espone la Sicilia ad essere l’ultima frontiera, e quindi la mette in prima linea contro i Saraceni che si trovano in Sicilia già ai tempi della dinastia Omayyade dei califfi di Damasco, poi seguita da quella Abbasìde di Baghdad. Intorno al 700 l’isola di Pantelleria, dove si erano rifugiati molti cristiani africani, è conquistata dagli Arabi. Per molto tempo, però, si pensava che da quel lato potessero venire solo scorrerie piratesche.

Ormai l’Impero, per sopravvivere, aveva trasformato le province in “themi”, dove l’amministrazione civile e militare, per semplicità, era fusa, e con l’affiancamento all’esercito e alla flotta imperiale, delle milizie provinciali, di terra e di mare. Mentre le prime erano in gran parte costituite da mercenari, le flotte erano locali. La Sicilia ebbe il suo tumarca, cioè il comandante della flotta, riscoprendo quanto meno un po’ di autonomia e di orgoglio civico.

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Con l’Impero d’Oriente era riaperta la zecca di Siracusa, cui poi si aggiunse quella di Catania, segno di una vitalità propria della provincia o tema bizantino. Ora il Solidus, moneta aurea coniata a Siracusa, viene riconosciuta persino dall’imperatore Leone III (717-41) come una moneta del tutto sganciata (perché più inflazionata) dalla corrispondente moneta bizantina, con i suoi sottomultipli. Di fatto, quindi, il Thema di Sicilia batte moneta propria.

Durante il secondo assedio arabo di Costantinopoli (717-718) lo stratega di Sicilia, Sergio, tentò nuovamente di staccare la Sicilia dall’Impero, facendo acclamare imperatore a Siracusa Tiberio, maestro della milizia provinciale. Leone III Isaurico non ebbe difficoltà a riportare all’ordine la Sicilia, facendo decapitare Tiberio, mentre Sergio dovette rifugiarsi dai Longobardi.

Le fratture tra Roma e Costantinopoli, dovute alla scelta iconoclasta di Leone III nel 726, portarono l’imperatore a togliere la Sicilia dalla sudditanza religiosa al Papa, per sottometterla a Costantinopoli (733). Ma, nel farlo, dota la Sicilia di “autocefalia”. La suffraganeità rispetto a Costantinopoli comporta l’adozione generalizzata del rito orientale e una rapida grecizzazione dell’Isola, mentre i legami con Roma rapidamente si indeboliscono. Ma il S. Sinodo siciliano, con a capo l’arcivescovo di Siracusa, è assai autonomo e determina la nascita di una sorta di piccola chiesa nazionale.

La confisca dei beni pontifici e la loro attribuzione all’erario non fu, ancora, un fatto del tutto negativo. L’Impero, infatti, le distribuì in affitto o in enfiteusi ai veterani, determinando un consistente frazionamento del latifondo. Ma la Sicilia, in ogni caso, era sempre più politicamente inquieta.
In un momento di crisi, quando l’Impero era stato usurpato da Irene, un dissidente viene allontanato da Costantinopoli e posto al comando della Sicilia: Elpidio. Questi, temendo di essere richiamato per essere giustiziato, si ribella apertamente e proclama di nuovo indipendente l’Impero “di Sicilia” (781). Sconfitto più volte dall’armata venuta da Costantinopoli, si rifugia col tesoro pubblico nell’Africa ormai islamica, dove viene accolto come un principe, diventando poi un generale musulmano che lotterà per il califfo e contro l’Impero in Asia Minore.

L’VIII secolo è quindi segnato da incursioni crescenti dei Saraceni, nonché da queste rivolte, ormai endemiche, di quelli che potremmo chiamare modernamente i “separatisti siciliani”. Ai primi del IX secolo ormai l’Africa è saldamente nelle mani degli Emiri Aghlabiti di Kairuan (Qayrawân in arabo) che si sono di fatto staccati dal dominio dei lontani califfi Abbasìdi di Baghdad, riconosciuti solo nominalmente. Le incursioni si alternavano alle tregue: una prima già nel 728; poi ne troviamo una tra il patrizio Costantino e l’emiro Ibrahim ibn-Aghlab nell’805, fondatore della dinastia; infine nell’813 tra il patrizio Gregorio e l’emiro Abu ‘l Abbas ‘Abd Allah, suo successore.

Le incursioni esterne e il malcontento per il governo bizantino rafforzano il partito “separatista”. Nell’821 una rivolta sembra finalmente coronata dal successo: i Siciliani riconoscono all’ammiraglio (tumarca) Eufemio il titolo di Basileus e questi riesce effettivamente a insignorirsi della Sicilia. Per un attimo Siracusa sembra tornare centro politico di una Sicilia indipendente e greca, come ai tempi Agatocle o Ierone II. Ma, appunto, si rivela solo un’illusione temporanea.

La Sicilia riesce a tenere in scacco l’Impero d’Oriente per ben 6 anni. Alla fine i Greci, seppure con molta fatica, riescono ad isolare ed a sconfiggere Eufemio nell’827. Questi, con una piccola armata di fedelissimi, fugge in Africa ponendosi sotto la protezione dell’Emiro Abu Muhammad Ziyâdat-Allah, terzo emiro della dinastia (817-838) e fratello del predecessore, al quale propone un’alleanza: se gli Arabi lo avessero aiutato a liberare la Sicilia dagli imperiali di Bisanzio, l’“Imperatore dei Siciliani” si sarebbe riconosciuto tributario dell’Emiro e avrebbe consentito l’insediamento di islamici in Sicilia.

Cronologia politica:
241 a.C. – 27 a.C. La Sicilia provincia della Repubblica Romana
27 a.C. – 14 d.C. La Sicilia provincia nel Principato augusteo
14 – 395 La Sicilia provincia dell’Impero Romano
395 – 468 La Sicilia provincia dell’Impero Romano d’Occidente
468 – 476 Occupazione vandala
476 – 493 La Sicilia provincia del Regno romano-barbarico degli Eruli
493 – 535 (e 549 – 551) La Sicilia provincia del Regno degli Ostrogoti
535 – 902 La Sicilia provincia (thema) dell’Impero Romano d’Oriente [821-826 “Impero” di Eufemio]

Storia della Sicilia del professore Massimo Costa 7/ Dai Romani ai Barbari, ma sempre e solo siciliani

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