Terremoti: Italia a rischio, ma prevenzione zero (vedi Ischia). E in Sicilia? Parla il professore Giuseppe Giunta
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Terremoti: Italia a rischio, ma prevenzione zero (vedi Ischia). E in Sicilia? Parla il professore Giuseppe Giunta


Giulio Ambrosetti

Il docente universitario ci racconta quello che succede in Italia sul fronte dei terremoti. I Governi e la comunità scientifica – spiega – fanno il proprio dovere. Quella che manca è la risposta della società. Il caso di Ischia è emblematico: si costruisce là dove non si dovrebbe costruire. In compenso gli scienziati – come lo stesso professore Giunta – vanno in Sudamerica accolti a braccia aperte per studiare e prevenire. Mentre in Sicilia sette edifici scolastici su dieci sono stati costruiti ignorando le norme antisismiche  

Il professore Giuseppe Giunta scuote la testa: “La verità è che, da anni, parliamo sempre delle stesse cose. Illustriamo i pericoli legati ai terremoti. Predichiamo la prevenzione. Ma non c’è una risposta resiliente da parte dei cittadini”.

Resiliente è una parola che comincia ad andare per la maggiore. In ingegneria dovrebbe essere la capacità di un materiale di assorbire energia. Nell’uso comune, con questa parola si dovrebbe indicare la capacità delle persone di far fronte, con lungimiranza e intelligenza, a circostanze di fatto negative.

Il professore Giuseppe Giunta, ordinario di Geologia Strutturale e già docente all’università di Palermo, coordina un progetto di ricerca su come studiare e fronteggiare i terremoti in America latina. Dalla Sicilia di oggi non vanno via solo i giovani laureati (solo da Palermo, da gennaio ad oggi, hanno lasciato la città circa sei mila giovani appena usciti dall’università: ragazzi che vogliono vivere una vita vera e non cercare un lavoro – che peraltro non c’è – con le raccomandazioni). C’è anche chi viene chiamato da altre parti del mondo.

Siamo così bravi, noi siciliani, che mettiamo al servizio di altri Paesi studiosi di fama internazionale. Succede anche in materia di terremoti, come se la Sicilia non fosse un’Isola ad alto rischio sismico! Così il professore Giunta va a illustrare la sua scienza in America latina, accolto a braccia aperte, nell’ambito di un accordo tra Università di Palermo e Cooperazione Italiana. Mentre qui in Sicilia, in materia di prevenzione dei terremoti, trionfa l’anti-resilienza…

Perché abbiamo deciso di intervistare il professore Giunta? Perché siamo rimasti colpiti dal terremoto che ha travolto l’isola di Ischia. Non è stato un terremoto di particolare forza. Ma ha fatto un sacco di danni. E il perché è semplice: perché in Italia la prevenzione, su questo fronte, non esiste.

“In Italia – ci dice il professore Giunta – non mancano certo gli scienziati e le istituzioni che si occupano di tali fenomeni. Penso all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Penso alla Protezione Civile Nazionale. Il nostro Paese, in questo settore, opera con altissima professionalità. Ma, lo ribadisco, manca la risposta della popolazione. I danni che il terremoto ha prodotto ad Ischia inducono rabbia. Perché siamo davanti a cose dette e ridette. Non è vero che i Governi e, in generale, le istituzioni non hanno fatto nulla. L’impegno profuso è stato notevole. Ma la società italiana risponde con il fatalismo, ignorando la prevenzione”.

“Lo ripeto spesso – aggiunge il docente universitario -: il terremoto, a meno che non si tratti di eventi di elevatissima intensità, non uccide nessuno. A creare pericoli e, purtroppo, anche lutti sono gli uomini che agiscono con incoscienza, costruendo abitazioni là dove non si dovrebbe mai costruire. Così torniamo a ripetere sempre le stesse cose. Del nostro Paese conosciamo le zone a rischio. Anche Ischia e i Campi Flegrei sono aree a rischio. Lo sappiamo dal 1883. Ma…”.

Ma alla fine si costruiscono lo stesso le abitazioni in zone nelle quali, come ricorda il professore Giunta, di case non ce ne dovrebbero essere.

“I terreni vulcanici soffici – spiega il docente universitario – non sono resistenti ai terremoti. In queste zone le oscillazioni si amplificano. E i danni sono molto più elevati. A parità di intensità, abbiamo zone dove un terremoto non provoca danni e zone nelle quali, invece, i danni sono elevatissimi. Queste differenze le conosciamo e l’analisi si svolge con sempre maggiori dettagli. La scienza si mette a disposizione della società. Ma se la società, poi, non ne tiene conto che cosa si può fare?”.

Così un terremoto di magnitudo 4 provoca un disastro. Tutto questo perché nei terreni soffici, come spiega il professore Giunta, lo scuotimento amplificato provoca maggiori danni. Così terremoti che in Giappone vengono gestiti in modo più consapevole, senza alcun danno, in Italia creano danni e lutti.

E in Sicilia? Il docente allarga le braccia: “In Sicilia sembra che circa il settantacinque per cento degli edifici scolastici non sia a norma sismica. E ho detto tutto. Sono cose che sappiamo, dette e ridette. E sapete qual è il paradosso? Che sono disponibili fondi europei per provare ad affrontare e, possibilmente, risolvere certi problemi. Ma questi fondi non vengono spesi. Tornano a Bruxelles. Queste cose vanno dette, a futura memoria. Affinché un giorno qualcuno non ci venga a dire che non ne sapeva nulla”.

Il professore ci spiega che la Sicilia è delimitata da vari sistemi di faglie che si snodano tra l’isola di Ustica e l’arcipelago delle Eolie, da Messina a Malta e da Malta a Pantelleria, ed è attraversata da una rete di faglie, molte delle quali anch’esse sismogeniche.

“Le zone a più alto rischio della Sicilia le conoscono tutti – ci dice il docente -: ad esempio la Val di Noto, nella parte orientale dell’Isola e la valle del Belìce, scoperta solo dopo il 1968, Messina, etc. Detto questo, possiamo dire che le zone sismicamente attive sono presenti, a prima vista, a ‘macchia di leopardo’, ma abbastanza individuate in tutta la Sicilia”.

Abbiamo appurato che anche in Sicilia c’è poca prevenzione. E per la predisposizione di eventuali via di fuga?

“Ho fatto parte di una sorta di commissione tecnica al Comune di Palermo che ha affrontato questo tema – ci dice il docente -. Quello che posso dire è che allo stato attuale è in via di definizione il Piano Comunale di Protezione Civile, che dovrebbe comprendere tra l’alto i piani di evacuazione”.

Chiediamo al professore Giunta notizie sul Marsili, il vulcano sottomarino attivo che sta nel cuore del Tirreno, tra la Sicilia e la Campania.

“Il Marsili è lì – ci risponde -. Non si può fare molto, se non monitorarlo. E viene monitorato dall’INGV. Mi chiede se c’è un collegamento tra il Marsili e l’area dei Campi Flegrei? Non c’è collegamento diretto. Sono edifici vulcanici diversi”.

“Certo – aggiunge – va messa nel conto la possibilità, che noi ci auguriamo remota, che nel caso di un terremoto tettonico il movimento lungo una faglia sismogenica non disequilibri altri sistemi di faglie, e che non finisca anche con il coinvolgere gli edifici vulcanici più prossimi. Può succedere. Se dobbiamo essere precisi, è avvenuto in Nicaragua un paio di anni fa, dove una forte scossa di terremoto ha attivato il vulcano San Cristobal. Ma, per fortuna, sono eventi rari”.

“Per il resto, tornando all’Italia – conclude il professore Giunta – ci sentiamo al prossimo terremoto…”.

6 settembre 2017

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GiulioAmbrosetti


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