Il terremoto del Belìce 50 anni dopo: la ricostruzione è (in)finita?
Editoriale

Il terremoto del Belìce 50 anni dopo: la ricostruzione è (in)finita?


Time Sicilia

Il terremoto che, nel gennaio del 1968, colpì i 21 Comuni della Valle del Belìce e i difficili anni della ricostruzione ricordati da uno dei protagonisti della politica siciliana. Per anni militante della sinistra, Franco Piro è stato parlamentare e assessore regionale e poi deputato nazionale, seguendo da vicino, nel 2006, la genesi e la gestione degli ultimi interventi dello Stato. Una testimonianza ricca di storia e di spunti: come il ricordo della diga Garcia e del grande giornalista ucciso dalla mafia, Mario Francese 

di Franco Piro

Sono passati 50 anni da quelle scosse di terremoto che nella notte tra il 14 ed il 15 gennaio 1968 devastarono 21 Comuni, tutti poi ricompresi nella dizione Valle del Belìce. Ci furono più di 300 morti, migliaia di feriti, 100 mila gli sfollati, oltre 80.000 i senza tetto. Nella impreparazione e nella disorganizzazione che regnavano allora – il Belìce fu il primo grosso terremoto nella storia dell’Italia repubblicana .- ci vollero settimane prima che si desse una forma concreta agli aiuti alle popolazioni e tra questi, non paia strano, gli aiuti per emigrare. Alla stazione Tiburtina di Roma la polizia ferroviaria contò più di 30 mila profughi a cui lo Stato pagò il biglietto. In quelle settimane solo la Prefettura di Trapani rilasciò più di 2.400 passaporti.

Il terremoto aveva colpito una delle zone, dal punto di vista economico, più arretrate della Sicilia e dell’Italia. Fu normale allora, che insieme alla ricostruzione fisica dei manufatti e delle strutture si ponesse fortemente l’accento sulla necessità che venissero realizzati seri progetti di sviluppo per quei territori.

Nel clima che vedeva porre una forte enfasi sulla pianificazione urbanistica del territorio e non solo degli agglomerati urbani, accompagnata da una centralistica pianificazione per lo sviluppo economico, lo Stato scelse di affidare ad un unico ente, l’Ises (Istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale) il compito di fare una pianificazione comprensoriale ed elaborare piani di sviluppo, prevaricando anche le competenze ed il ruolo delle comunità e delle istituzioni locali.

La ricostruzione ebbe, così, inizio molto tardi, tra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80, dando origine al fenomeno della vita in baracche spesso fatiscenti, le ultime delle quali furono smantellate soltanto nel 2006! Ma dando origine anche a lotte e mobilitazione straordinarie dei cittadini e dei loro riferimenti, tra i quali Don Antonio Riboldi, parroco a Santa Ninfa, di recente deceduto.

Una scelta, allora ed ancora oggi assai contestata, fu quella di creare città nuove, non soltanto realizzando in altro sito i paesi completamente distrutti (Gibellina, Salaparuta, Poggioreale, Montevago), ma anche nuove zone di espansione per paesi parzialmente distrutti.

Va ricordato, a questo proposito, che in Friuli, nel 1976, le popolazioni locali obbligarono ad altra soluzione: ricostruire cioè i paesi là dove erano e come erano. Anche per questo, le differenze tra cosa fatto nel Friuli e cosa nel Belìce sono enormi.

Un’altra scelta, anch’essa fortemente condizionante le attività successive, fu quella di separare nettamente le competenze: allo Stato il compito di realizzare le infrastrutture civili e i progetti di sviluppo, ai Comuni il compito di accompagnare la realizzazione delle abitazioni.

I primi finanziamenti furono previsti con una legge nel 1968, ma non furono mai erogati, mentre per quanto riguarda le regole e le procedure un assetto definitivo si è avuto solo con una legge del 1987 (18 anni dopo).

A proposito delle infrastrutture, è facile notare come furono realizzate molte opere faraoniche, alcune sostanzialmente inutili, ed anche opere mai completate, come la famosa strada “asse del Belìce”.

Va detto, tuttavia, che grazie a quegli interventi, oggi i Comuni del Belìce godono di acquedotti, rete fognante e depurativa, scuole, edifici pubblici, etc, che nel 1968 erano ancora un sogno. Per quanto riguarda le case, se pure assai lentamente, quasi tutto è stato ricostruito.

Quasi tutto, per l’appunto. Il coordinamento dei sindaci della Valle del Belìce, un organismo che negli anni ha svolto un lavoro infaticabile, costante e puntuale per sostenere le buone ragioni dei propri territori e dei propri amministrati, sostiene che oggi, per essere veramente completata la ricostruzione, sarebbero necessari fondi pubblici per 150 milioni di euro da destinare alle opere pubbliche e 280 milioni di euro per l’erogazione a privati del contributo per la ricostruzione delle case.

Sì, perché un altro dei paradossi del post terremoto del Belìce è che nei Comuni che furono trasferiti mancano alcune opere pubbliche, mentre nei Comuni a parziale trasferimento mancano ancora case.

Le cifre sopra evidenziate sono state il frutto di un intenso lavoro, svolto tra comitato dei sindaci, governo e commissioni parlamentari e che ha trovato un punto fermo nel 2006. Va detto che nel 2004 era stata abolita la speciale Commissione bicamerale per il Belìce, che aveva visto anche la creazione di una speciale commissione di inchiesta che operò tra il 1979 e il 1982 e le cui relazioni finali costituiscono documenti di grande interesse.

Nell’anno 2006, dunque, prima si definì il fabbisogno finanziario residuo, decidendo di finanziare solo opere in via di realizzazione. Si decise, altresì, di porre termine alla possibilità per i cittadini di quei Comuni di potere continuare a presentare – praticamente senza limiti – domande di contributo per la ricostruzione. Una sorta di banco aperto, anche poco edificante. Si stabilì, infine, che i fondi destinati all’edilizia privata potessero essere utilizzati da Comuni anche per le opere pubbliche.

Il fabbisogno finanziario fu quantificato in 133 milioni di euro per opere pubbliche (la cifra di 150 milioni ne costituisce l’attualizzazione) e in 446 milioni per l’edilizia privata. Fu approvata allora una disposizione normativa, il comma 1010 della legge finanziaria 296/06, che previde anche uno stanziamento di 100 milioni di euro per i successivi tre anni, importante soprattutto perché dopo anni – nella precedente legislatura il governo di centrodestra aveva stanziato solo 15 milioni – si tornava a ragionare concretamente su come chiudere la vicenda Belìce.

Chi scrive, nell’anno 2006 fu relatore di maggioranza della legge di bilancio e posso quindi dire di essere stato buon testimone di come fu necessario un lavoro paziente, accompagnato dalle misure di cui abbiamo parlato più sopra, per riprendere e avviare a conclusione la ricostruzione del Belìce. Questo era almeno nelle intenzioni, tant’è vero che, con la legge finanziaria dell’anno successivo, furono stanziati altri 50 milioni di euro.

Nel 2008, tuttavia, il governo Prodi cadde ed il governo Berlusconi succeduto pensò bene di definanziare la parte non erogata di quegli stanziamenti, togliendo al Belìce ben 62,8 milioni di euro!

Ma quanti soldi sono stati spesi per la ricostruzione del Belìce? Sono stati tanti? Utilizzo vari documenti, dagli atti della Commissione speciale per il Belìce, ad atti del governo e parlamentari, a documenti del comitato dei sindaci e sinteticamente si può fornire il seguente quadro:

a) dal 1968 al 1997 (29 anni!) lo Stato ha stanziato 3.100 miliardi delle vecchie lire. Attualizzati al 1998 equivalevano a 11.800 miliardi di lire.

Per il Friuli, dal 1976 al 1984 (8 anni), lo Stato ha stanziato 26.800 miliardi di lire (attualizzati).

Dei 3.100 miliardi stanziati per il Belìce solo 2.272 sono stati effettivamente erogati, mentre 828 miliardi di lire hanno formato oggetto di economie di spesa e di perenzioni amministrative;

b) nel 1997 furono stanziati in varie forme 684 miliardi di lire;
c) nel 2004, 56 milioni di euro; nel 2006 altri 15 milioni;
d) nel 2007 e nel 2008, 150 milioni di euro, poi definanziati per 62,8 milioni;
e) nel 2009, 4 milioni di euro;
f) nel 2012 45 milioni di euro, erogati però solo per 10 milioni.

In conclusione, se i conti non sono errati per difetto, lo Stato ha stanziato per il Belìce, dal 1968 e fino ad oggi, circa 6,5 miliardi di euro, dei quali una parte nemmeno erogati. Per completezza va aggiunto che, nel tempo, si è provato a trovare altri canali di finanziamento, prima con i fondi Fas, poi con i fondi europei, ma senza esito.

Non si può tacere, infine, del ruolo della Regione, che è stato sempre marginale, che ha trovato un momento di impegno finanziario con la legge n. 1 del 1986 che ha previsto un vasto programma di iniziative in vari campi ed ha portato uno stanziamento di 217 miliardi di lire, per circa la metà finanziati con fondi dell’art. 38 dello Statuto. Una parte di questi stanziamenti si sono però persi.

Nel 2009 fu istituita una commissione presso la Presidenza della Regione, di cui non si rintracciano attività. Nel 2014 fu ricostituita un’altra commissione, però mai effettivamente operativa.

Nel frattempo, tuttavia, nonostante le accuse di assistenzialismo come sempre piovute sulle teste dei siciliani, le popolazioni del Belìce si sono date da fare, puntando sulle risorse locali, in primis l’agricoltura e sulla bellezza del territorio. Da questo punto di vista, l’opera fondamentale è risultata essere la diga Garcia, fortemente voluta dalla gente e tanto spinta negli anni ’60 dalle iniziative di Danilo Dolci e dei suoi seguaci e da Lorenzo Barbera con la sua struttura molto presente nel Belìce e a Roccamena in particolare. La diga è costata sacrifici, lotte dure, pesanti infiltrazioni mafiose, la vita del giornalista Mario Francese, ma l’acqua per irrigare ha portato alla trasformazione dell’agricoltura e del volto (e dell’economia) del territorio.

Foto tratta da avvenire.it

14 gennaio 2018

Autore

TimeSicilia


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