Il terremoto di Ischia e le lacrime di coccodrillo dell’Italia
Editoriale

Il terremoto di Ischia e le lacrime di coccodrillo dell’Italia


C. Alessandro Mauceri

Per mettere l’Italia in sicurezza e ridurre i rischi dei danni (e dei morti) provocati dai terremoti sarebbe sufficiente un investimento di 3 miliardi di euro circa all’anno. Ma questi soldi, chissà perché, non si trovano. Si trovano, invece, i 20 miliardi di euro all’anno per fare parte dell’Unione Europea, i soldi per stare nella NATO e via continuando

Ennesimo terremoto ed ennesimo fiume di polemiche. A cominciare da quelle sulla sicurezza degli edifici. Subito dopo la fine dei servizi sui terremotati salvati, comincia la solita tiritera sullo stato degli edifici nel territorio del sisma. Il problema non riguarda solo l’isola di Ischia o Amatrice o l’Aquila: riguarda praticamente tutto il territorio nazionale, seppure con livelli di pericolosità diversi.

Quale sia la situazione lo sanno tutti benissimo. A cominciare dal governo che ha riportato su una mappa (visionabile sul sito ufficiale dell’ISTAT) tutti i Comuni e le zone di questi Comuni in cui sorgono edifici a rischio sulla base di decine di variabili, tra cui rischio sismico, idrogeologico (frane e alluvioni) e vulcanico, stato degli edifici a uso residenziale e delle abitazioni (tipo di materiale utilizzato per la costruzione, numero dei piani fuori terra, epoca di costruzione dei fabbricati e distribuzione delle abitazioni per tipologia di occupanti); e, ancora, indici di vecchiaia e di dipendenza strutturale, vulnerabilità sociale e materiale e numerose altre variabili.

I numeri del database del governo parlano di oltre tremila abitanti residenti in aree a rischio frane (di cui oltre 2000 a rischio elevato) solo a Casamicciola, una delle zone maggiormente colpite dal sisma dei giorni scorsi. Qui, come nel vicino Comune di Ischia, molte case sono basse (la media è due piani), ma l’anno di costruzione è, per la maggior parte, risalente al periodo 1919-1945. Basta questo per capire che, in assenza di opere serie di manutenzione e di messa in sicurezza, crolli come quelli che si sono verificati erano più che prevedibili.

Che questa fosse una delle zone a maggior rischio era ben noto a tutti:

“Gli studi dei terremoti storici a partire da quello del 1228, fino a quello del 1883, ci indicano che la sismicità storica dell’area interessata è legata alla dinamica di un bacino magmatico che è in lento raffreddamento”, ha dichiarato la professoressa Micla Pennetta, docente di Geologia Ambientale e Rischi Naturali presso l’Università Federico II di Napoli e referente campana dell’Associazione Nazionale dei Geomorfologi Italiani.

“Gli studi ci dicono che la sismicità si svilupperebbe nel settore settentrionale dell’isola di Ischia – ha proseguito la Pennetta – dunque nei pressi di Casamicciola e la presenza di tufi non coesi, soffici, la morfologia del territorio hanno prodotto un’amplificazione locale delle onde sismiche, rispetto alle altre aree dell’Isola di Ischia che, invece, sono interessate dalla presenza di rocce laviche. Lo stesso evento sismico può produrre, infatti, intensità molto diverse anche in aree molto vicine fra di loro e questo per effetto di amplificazioni localo di onde sismiche dovute alla natura ed alla morfologia del terreno, oltre che alla diversa risposta degli edifici”.

“Lascia perplessi come un terremoto di tale magnitudo possa provocare danni e vittime nel nostro Paese”, ha detto Francesco Peduto, presidente del Consiglio nazionale dei geologi, del sisma di Ischia. A fargli eco, Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera:

“È evidente che gli effetti del terremoto, che non è stato di violenza devastante, sono stati amplificati dalla scarsa qualità delle costruzioni”.

Una prospettiva che trova riscontri nei dati forniti dall’ISTAT: nei due Comuni più colpiti dal terremoto, Casamicciola e Lacco Ameno, rispettivamente il 73,17% e il 77,66% degli edifici residenziali risale a prima del 1981, anno in cui il decreto ministeriale del 7 marzo ufficializzò la “Dichiarazione in zone sismiche nelle regioni Basilicata, Campania e Puglia” sulla base di dati Cnr.

A questo si aggiunge la piaga dell’abusivismo:

“L’Isola di Ischia – ha continuato Realacci – è colpita da un esteso abusivismo che già nel passato ha prodotto vittime, come è accaduto nell’aprile del 2006 quando quattro persone morirono travolte da una frana che investì un’abitazione abusiva. Anche allora si parlò di abusivismo di necessità. Gli atteggiamenti tolleranti e ambigui nei confronti dell’abusivismo possono avere un effetto criminogeno”.

Per non parlare ovviamente dell’abusivismo che, proprio in quanto tale, non rispetta i vincoli e i criteri di sicurezza previsti dalla legge. In Italia, secondo dati riportati da The Guardian, il 18% degli edifici è costruito abusivamente, senza autorizzazione, né rispetto delle norme di sicurezza.
Quindi se, dopo un terremoto (evento non sorprendente in Italia), si verificano crolli e devastazioni, non c’è da sorprendersi.

Secondo l’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili, ANCE, circa 21,8 milioni di persone vivono nelle aree a elevato rischio sismico.

La domanda è: ma allora perché non si è provveduto a mettere in sicurezza questi edifici? Molti dei politici/tecnici di turno risponderanno che “costerebbe troppo” o che ci vorrebbe “troppo tempo”.

Premesso che se non si comincia non lo si farà mai, anche sui costi esistono pareri discordanti.
Riferendosi al periodo dal terremoto del Belìce del 1968 fino al 2012, il Consiglio nazionale degli ingegneri (basandosi sui dati ISTAT, Cresme e della Protezione Civile) parlava di circa 93,7 miliardi di euro per mettere in sicurezza le case di tutti gli italiani.

Lo stesso anno l’associazione degli ingegneri e degli architetti Oice, parlò limitandosi alla messa in sicurezza solo gli edifici a elevato rischio sismico (quelli cioè che si trovano in una zona che occupa circa il 44 per cento della superficie italiana) di 36 miliardi di euro. Somme alle quali si aggiungerebbero, secondo la stima di uno dei direttori generali del Dipartimento della Protezione Civile, 50 miliardi.

In altre parole, per mettere in sicurezza il territorio (ed evitare morti e disastri) sarebbe bastata una somma, spalmata nel periodo dal sisma del Belìce ad oggi di circa tre miliardi di euro l’anno. Bruscolini rispetto alle cifra stratosferiche l’Italia versa ogni anno a enti come la Nato, l’UE, le NU e molti altri.

Senza parlare del fatto che questa cifra “elevata” non è superiore al costo che gli italiani hanno dovuto sostenere per ricostruire. Secondo il Centro Studi del Consiglio Nazionale Ingegneri, per le ricostruzioni dopo i terremoti, in Italia, dal 1968 al 2014, sono stati spesi 121,6 miliardi di euro. Ai quali bisogna aggiungere i costi di ricostruzione dei terremoti di Amatrice e quelli di Ischia.

A conti fatti, intervenire preventivamente avrebbe consentito un risparmio. Senza contare che questo bilancio non terrebbe conto di “costi” come la perdita di vite umane (due nei giorni scorsi, oltre 250 ad Amatrice lo scorso anno, 360 nel Belice, quasi mille nel Friuli nel 1976 e quasi tremila in Irpinia nel 1980), i disagi per la popolazione costretta a vivere per anni in tende o baracche e la distruzione di edifici e monumenti storici.

Era prevedibile che in assenza di interventi di messa in sicurezza, un terremoto (anche non particolarmente devastante come quello dei giorni scorsi) avrebbe causato danni ai beni storico-monumentali e culturali (solo ad Ischia ce ne sono oltre un centinaio).

Eppure mettere in sicurezza gli edifici pare essere una chimera. Dopo il terremoto del 2009 in Abruzzo, è stato istituito un fondo per la prevenzione del rischio sismico, ma come ha riferito una ricerca pubblicata da Ottaviani, in sette anni era stato stanziato meno di un miliardo di euro: 965 milioni di euro che, secondo la stessa Protezione Civile, rappresenterebbe “solo una minima percentuale, forse inferiore all’1%, del fabbisogno necessario per il completo adeguamento sismico di tutte le costruzioni, pubbliche e private, e delle opere infrastrutturali strategiche”.

Somme spesso indispensabili per mettere in sicurezza soprattutto gli edifici più “vecchi” o più “antichi” costruiti quando non era obbligatorio rispettare certi vincoli di sicurezza. Come quelli presenti in maggioranza nel territorio colpito dal sisma dei giorni scorsi.

In molte zone d’Italia oltre metà degli edifici è stata costruita prima del 1974. E quelli più recenti e ristrutturati nel corso degli anni hanno subito interventi che li hanno reso più fragili (come ha spiegato al New York Times, Gianpaolo Rosati, professore di ingegneria del Politecnico di Milano). Quanto è avvenuto ad Ischia pare confermare questa teoria.

Discorso a parte quello riguardante i danni prodotti da questa mancata prevenzione sui beni storico monumentali: in questo caso, come è avvenuto lo scorso anno con la chiesa di Amatrice, il danno, dal punto di vista della perdita del bene storico monumentale, è enorme.

Metodi di costruzione, stato degli immobili e interventi cui sono stati sottoposti che avrebbero potuto essere riportati nel Fascicolo del Fabbricato, uno strumento la cui prima proposta risale addirittura agli anni Novanta, ma che ancora non ha visto la luce in Parlamento (nonostante anche Renzi ne abbia parlato durante il suo “governo del fare”, salvo poi non fare niente). Grazie a questo semplice strumento e ai dati rilevati (e ormai ben noti) sul territorio non sarebbe difficile sapere quali sono le condizioni degli immobili sul territorio nazionale o almeno nelle zone a maggiore rischio sismico. E, quindi, prevenire disastri come quelli che, da troppo tempo, si ripetono e che causano centinaia di morti.

Come i 27 bambini rimasti vittime dal crollo della scuola elementare di San Giuliano di Puglia durante il terremoto del Molise del 2002. Morti per il crollo in una scuola che avrebbe dovuto essere “sicura”. Come le scuole primarie Manzoni e Lembo a Casamicciola che ora risultano inagibili.

“Purtroppo in Italia non abbiamo ancora sviluppato la cultura della prevenzione come invece hanno fatto in Giappone dove esiste addirittura un museo della faglia”, ha detto la Pennetta.

Già, il Giappone, dove grazie alla prevenzione sono riusciti a limitare i danni e dove esiste una vera e propria “cultura della prevenzione”. In Italia, invece sembra che non si voglia capire che esiste un rischio sismico e che bisogna imparare a convivere con questa sismicità!

Rischi noti, speculazione edilizia, incuranza della prevenzione, abusivismo galoppante: tutti fattori che, ogni volta, lasciano una ferita che impiega anni e anni per rimarginarsi (basti pensare che a decenni di distanza la ricostruzione del Belìce non è ancora stata ultimata). Ma per evitare i quali nessuno fa niente.

Salvo poi, dopo l’ennesimo evento catastrofico (che sia un terremoto, una frana o un’esondazione) correre sul posto e piangere lacrime di coccodrillo.

24 agosto 2017

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AlessandroMauceri


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