Terzo settore, i parassiti che stanno soppiantando le piccole e medie imprese italiane

Con la scusa della solidarietà e dell’assistenza, i signori del Terzo settore – bravissimi a privatizzare le attività e a scaricare sul settore pubblico le passività – stanno sostituendo le piccole e medie imprese del nostro Paese… di Riccardo Gueci

Il Terzo settore nell’economia nazionale ha fatto registrare in Italia un grande sviluppo a partire dagli ultimi anni del secolo scorso. Anche se l’esperienza delle cooperative sociali era nata verso la metà del 900 – decreto del Capo Provvisorio dello Stato 14.12.1947, n.1577 – in Emilia Romagna, dove aveva trovato le prime forme di organizzazione.

Questa legge è meglio conosciuta come “legge Basevi”, dal nome del suo promotore, Alberto Basevi.

La sua diffusione nazionale, nonché la sua crescita prorompente, sono avvenute ‘casualmente’ a seguito delle vicende di “mani pulite”. Ma, più in generale, quando è prevalsa in Italia la cultura politica delle privatizzazioni di tutte le attività pubbliche, sia di tipo economico, sia quelle socio assistenziali.

Il Terzo settore poggia la sua esistenza, in prevalenza, su due forme organizzative: le associazioni No Profit onlus, e le cooperative sociali che, anch’esse, di diritto, sono organizzazioni private onlus, in quanto soggetti economici senza finalità lucrative e, a seguito della legge 8 novembre 1991, n.381, hanno assunto un alto ruolo sociale, essendo stato assegnato loro lo scopo di “Perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini”.

In forza di questo panegirico legislativo, queste organizzazioni sono abilitate a gestire servizi sociosanitari. Questa varietà di organizzazione è classificata di tipo A, mentre le altre che svolgono attività diverse in agricoltura, nell’industria, nel commercio e nell’area dei servizi sociali, quali, ad esempio, l’assistenza domiciliare agli anziani, in convenzione con enti pubblici, specialmente con le amministrazioni comunali: in questo secondo caso, i soggetti Onlus sono classificati di Tipo B.

Va da sé che, in forza di questo ruolo ‘para-pubblico’ a gestione privatistica, questi enti si prestino facilmente ad accontentare le richieste, più o meno legittime, provenienti dai gestori della cosa pubblica, con reciproco vantaggio. ‘Mafia Capitale’ rappresenta uno spaccato di questa realtà che inquina la pubblica amministrazione ad ogni livello, dall’ente locale – in questo caso il Comune di Roma – alle gestioni ministeriali, vedi Cara di Mineo, dove vi sono impelagati direttamente sottosegretari di Stato.

Queste attività, in ogni caso, assorbono abbondanti quote di denaro pubblico, in quanto i costi sono coperti dalle risorse finanziarie pubbliche. In sostanza, le attività sono private, ma le passività sono pubbliche.

L’efficientismo privato lo pagano i cittadini con le loro tasse e fra questi i più tartassati sono i pensionati e i piccoli imprenditori. Questi ultimi, in particolare, via via vanno scomparendo e quella che in passato ha rappresentato la reale forza economica del Paese, quella – per intenderci, protagonista del miracolo economico italiano e del Made in Italy – che per sopravvivere o de-localizza o si arrangia in nero oppure, vinta, cessa l’attività. Quando addirittura il suo titolare non sceglie la via definitiva del suicidio.

A questo punto è il caso di uscire dai riferimenti generici e soffermarsi brevemente su alcune esperienze significative: le Misericordie e Libera.

La prima – Le Misericordie – e un’organizzazione nazionale che svolge il servizio di ambulanza in tutte le regioni italiane. E’ convenzionata col Servizio sanitario nazionale ed è presente ovunque. Come se le Regioni non fossero in grado di erogare il servizio ambulanze.

In Sicilia, per esempio, esiste il servizio del 118 che funziona egregiamente. Forse è il servizio più efficiente di tutto il sistema sanitario regionale. Ebbene, in Sicilia la Confraternita della Misericordia (questa è la denominazione dell’organizzazione nell’Isola) è presente in modo capillare ovunque, sino a svolgere l’assistenza ai profughi che approdano a Lampedusa.

La Croce Rossa no, che anzi viene smantellata, la Misericordia sì, perché il privato è più bello.

La confederazione delle Misericordie ha poi il grande merito di avere il riconoscimento del Vaticano. E’ appena il caso di ricordare che, nel 1992, nel corso di un’udienza nella sala Paolo VI, il Papa Giovanni Paolo II affidò alla confederazione delle Misericordie un solenne mandato:

“Siate promotori e fautori della civiltà dell’amore, siate testimoni infaticabili della cultura della carità”.

E più recentemente, nel giugno 2014, la confederazione ha incontrato Papa Francesco in piazza San Pietro, a Roma. Forte di queste credenziali, la confederazione delle Misericordie è stata al fianco del Servizio di Protezione Civile in tutte le emergenze degli ultimi vent’anni, dal quale ha ricevuto numerosi encomi, attestati e premi.

L’associazione di volontariato Libera, ispirata da don Luigi Ciotti si è creata uno spazio innovativo nell’ambito della purificazione sociale: il recupero alla legalità dei patrimoni sottratti alla mafia. Attraverso la promozione di cooperative sociali gestisce le attività economiche e gran parte dei beni patrimoniali confiscati alla criminalità organizzata.

Fin qui nulla da eccepire. Quello che non torna è come sono impiegati gli enormi utili di gestione che quelle attività economiche producono. Si verifica, infatti, un fenomeno nuovo in economia: le aziende cooperative associate a Libera gestiscono sostanzialmente utili, in quanto non hanno costi propri. Nel senso che le cooperative sociali per loro natura non sono capitalizzate e non fanno investimenti. I loro costi sono interamente finanziati dalla spesa pubblica e godono di particolari condizioni fiscali.

Nel caso specifico, le cooperative promosse da Libera ottengono in affidamento i beni confiscati, le spese d’esercizio sono finanziate con denaro proveniente dai fondi strutturali europei destinati dallo Stato italiano al Pon Sicurezza, dove Pon sta per Piano operativo nazionale.

In definitiva, le cooperative sociali di Libera amministrano soltanto utili e, poiché su di esse non esiste alcun controllo fiscale, non si sa come sono impiegati gli utili da esse prodotti.

Questa circostanza ci offre l’occasione per un breve riflessione. Mentre l’Italia soffre una crisi economica prolungata che non vede prospettive di superamento per l’assenza di disponibilità finanziarie pubbliche da investire, esistono soggetti privati che accumulano ricchezze che non reimpiegano in investimenti.

Di fronte a queste storture economiche il governo di Matteo Renzi si guarda bene dal mettere naso in questo ambito e, mentre richiede all’Europa nuova flessibilità (che in sostanza significa essere autorizzato ad aumentare il deficit finanziario nazionale, andando fuori dei parametri di Maastricht), continua a tartassare i pensionati.

Oltre ai due esempi che abbiamo brevemente trattato, esiste poi il Cantiere del Welfare, un coordinamento di soggetti del Terzo settore, che comprende numerose sigle di operatori, composto da Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (in sigla Cnca), le Acli, Antigone, Lila, Lunaria, Movi, Erit, FeDerSerD, Fish Fict, Cgm e Forum droghe.

Tale coordinamento, all’indomani della pubblicazione del Libro Verde dell’allora ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, propose un proprio documento da confrontare col governo del tempo. In esso il Cantiere del Welfare – nel definire caritatevole l’ipotesi avanzata dal ministro, in quanto troppo orientata verso il mercato – sostanzialmente avanzava la propria candidatura alla gestione dei servizi sociali. Ipotesi che, stando ai risultati concreti, sembra essersi pienamente attuata.

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