Il TTIP? Cavallo di Troia Usa per distruggere le pmi europee
Economia

Il TTIP? Cavallo di Troia Usa per distruggere le pmi europee


C. Alessandro Mauceri

di C. Alessandro Mauceri

Mentre in altri Paesi (a cominciare dal Belgio) da anni si tengono manifestazioni, a volte anche violente, contro il TTIP, in Italia se ne parla poco. L’unico a cercare di smuovere le acque è stato Greenpeace, ma con poco successo (merito del poco interesse dei media).

Eppure a lanciare l’allarme su questo accordo tra USA e Unione Europea era stato, già un paio d’anni fa, niente meno che un premio Nobel, Joseph Stiglitz. Netto il suo avvertimento: “Penso che l’accordo […] sia un pessimo accordo e vi esorto a non firmarlo”. Come mai tanta determinazione? Secondo il premio Nobel per l’economia, “non si tratta di un accordo di libero scambio”. Somiglia di più agli accordi già firmati tra USA e altri Paesi. Come, ad esempio, quelli con i Paesi nordamericani. Accordi basati sugli interessi delle multinazionali e mai dei singoli Paesi o dei cittadini.   

Difficile dargli torto. Un “normale” accordo di libero scambio avrebbe potuto effettivamente essere preparato in pochi giorni e sarebbe stato composto di pochi, anzi di pochissimi articoli, miranti principalmente ad eliminare dazi doganali, sussidi e barriere non tariffarie. E, invece, sono anni che gli “esperti” di Bruxelles e di Washington “lavorano” a questo accordo e senza giungere ad un reale accordo. Non solo. In barba alla trasparenza, gli uffici dell’Unione in cui si lavora a questo trattato sono a porte chiuse: pochi possono accedervi e solo a precise condizioni di riservatezza.

Gli unici documenti ufficiali disponibili sono lacunosi (per non dire basati su falsità): l’ultimo, contenente le raccomandazioni del Parlamento parla di garantire “negoziati trasparenti” per il TTIP; di un accordo “ambizioso e vincolante per tutti i livelli di governo su entrambe le sponde dell’Atlantico”… 

La verità è che, secondo Stigliz (ma sono in molti a condividere la sua opinione), quello che gli USA stanno cercando di fare è un “patto di gestione del commercio”. Ovvero qualcosa di molto diverso da un “accordo di libero scambio”. Un trattato che non ha niente a che vedere con gli interessi dei cittadini americani né, tantomeno, con quelli dei cittadini europei: serve solo ed esclusivamente a favorire e tutelare gli interessi delle grandi imprese.

Del resto, l’accordo non riguarda  affatto problemi di dazi alla frontiera (tra l’altro già molto bassi). L’accordo che gli americani spingono così tanto per firmare riguarda le norme sulla sicurezza, la qualità dei prodotti (e, soprattutto, quelli alimentari), le tutele per l’ambiente, il mondo del lavoro (non bisogna dimenticare che gli USA, ancora oggi, sono tra i pochi Paesi al mondo che non hanno sottoscritto gli accordi internazionali sullo sfruttamento minorile).

Ma non basta. Proprio per togliere ogni potere ai singoli Paesi dell’Unione e, in parte, anche ad essa, l’accordo prevede una sorta di arbitrato anomalo in caso di problemi: l’Isds (Investor-state dispute settlement). In caso di controversie, a decidere non saranno né i singoli Stati (ennesima dimostrazione che la sovranità nazionale è andata a farsi benedire da tempo), né l’Unione (che avrebbe dovuto assumere il ruolo di protettore degli interessi dei cittadini comunitari); a decidere sarà una giuria composta da tre giudici.

Quello dell’Isds come mezzo di risoluzione delle controversie tra i vari Stati e le multinazionali non è una novità. Gli Isds vengono usati da tempo. Secondo un monitoraggio dell’Ocse, nel 2012 risultavano 274 casi da dirimere con Isds. Il 43 per cento è stato deciso in favore degli Stati, il 31 a favore dell’investitore, il 26 per cento si è chiuso con un accordo tra le parti. Sembrerebbe, in base a questi dati, un sistema equo. Un altro dato, però, è chiarificatore: nonostante abbiano sottoscritto ben 50 Isds, gli USA non hanno mai perso una causa (neanche dopo la crisi del 2008 causata dalle speculazioni di una finanziaria americana)!

Il fatto è che, spesso, le multinazionali (alcune delle quali hanno un fatturato non molto lontano dal Pil di un Paese), hanno un potere anche in caso di controversie legali che molti Paesi non possono neanche sognarsi di avere.

Ma la cosa più grave è che si tratta di uno strumento del tutto sganciato dalla giurisdizione ordinaria di ciascuno Stato. In altre parole, ad essere applicate non sono più le norme introdotte dall’assemblea legiferante, il Parlamento (che dovrebbero garantire il rispetto della Legge fondamentale di uno stato, la Costituzione). L’unico strumento per dirimere questioni da cui dipendono le vite di centinaia di milioni di persone diventerebbe una sorta di negoziazione commerciale nel quadro globale del mercato libero.

Se guardato da questa angolazione, il TTIP appare come un semplice pezzo di carta con il quale alcuni soggetti mai eletti da nessun europeo permetteranno a grandi imprese e multinazionali di violare le norme che tutelano i cittadini, i consumatori e l’ambiente a livello nazionale e comunitario. Del resto, è ciò che, quasi sempre, è avvenuto in passato. I trattati di libero scambio, tutti, si basano su un concetto di base: per avere maggior libertà di scambi, di solito si fa riferimento al Paese che ha la regolamentazione meno severa; di chi, in altre parole, tutela meno la salute e gli interessi dei consumatori (è per questo che c’è tanta ostinazione a celare i contenuti del TTIP?).

La giustificazione, peraltro alquanto banale, di solito è: “se qualcosa si vende in uno dei Paesi che aderiscono all’accordo si vede che è possibile farlo anche negli altri”. In Europa vale la regola secondo la quale prima di poter commercializzare qualcosa è necessario essere certi che non sia nocivo per la salute. In America, no: lo si può fare fino a prova contraria. Una differenza non da poco e che dovrebbe fare riflettere prima di mettere la firma su questo trattato.

Ma la cosa più grave è forse che chi sta negoziando non ha nessun vincolo di mandato. Le uniche forme di controllo sono delle semplici raccomandazioni fatte dal Parlamento Europeo. I cittadini europei che scendono in piazza per protestare non otterranno nulla semplicemente perché questo potere i singoli Stati lo hanno già ceduto anni fa. Sorprendersi ora non serve a molto: è dal 2009 che la riforma dei trattati ha attribuito alla Commissione la responsabilità della politica commerciale. Ciò significa che tutti i trattati devono essere discussi a livello dell’Unione e non dei singoli Stati (questa decisione venne presa per evitare la famosa “palla di spaghetti”, come dicono gli esperti, del WTO, ovvero un intreccio di accordi bilaterali che rischia di strozzare la globalizzazione invece che indirizzarla allo stallo del Wto che ha reso le relazioni commerciali).

Con il TTIP, quindi, le leggi emanate dai Parlamenti dei singoli Stati (che già valevano poco rispetto ai regolamenti comunitari) valgono sempre meno: passano in secondo piano rispetto alle decisioni e alle imposizioni delle multinazionali in cerca di fette di mercato. Un modo astuto, ma assolutamente inaccettabile, per rendere la politica ininfluente in modo tale da rendere immuni dai processi ed eventuali scossoni elettorali i meccanismi stabiliti dai trattati. Una cosa assurda specie considerando che queste decisioni incideranno sulla vita di poco meno di un miliardo di persone: per questo sarebbe indispensabile una discussione politica e soprattutto parlamentare da parte di ciascuno Stato, in modo tale da informare adeguatamente i cittadini e ascoltare la loro opinione.

Tanto più che il TTTIP, che pure è presentato come area di “libero” scambio, prevede l’introduzione, nell’intera area, di monopoli privati per la gestione dei servizi pubblici. Si pensi alle acque, che proprio in queste settimane sono oggetto di polemiche. Si pensi ai diritti di trivellazione oggetto del referendum dei giorni scorsi. Inutile dire che le conseguenze di regalare un simile potere a soggetti privati il cui unico fine è il lucro sono spaventosi, così come terrificanti sarebbero le conseguenze per la salute dei cittadini e per l’ambiente.

Ma le conseguenze di un simile accordo sarebbero rilevantissime anche in altri settori. I salari ad esempio, quasi certamente diminuiranno: con la libertà di vendere i propri prodotti su un mercato unico e libero, ogni azienda sarà libera di insediarsi dove vuole (tanto poi i propri prodotti può venderlo dove stava prima…). Inutile dire che la scelta ricadrà sui Paesi dove i costi sono minori e dove non esistono tutele sindacali (è quello che è già avvenuto con l’Unione Europea, ma elevato all’ennesima potenza).

Se il TTIP verrà approvato, il libero scambio dei prodotti senza intralci o intoppi da parte delle componenti definite “irritanti commerciali” svaluterà il lavoro e la qualità stessa dei lavoratori (contraendo i salari e riducendo le tutele e le garanzie) allo scopo di consentire ampi profitti alle multinazionali. Al confronto quello che è successo con l’art.18 (che ha portato ad un arretramento del potere dei lavoratori a decenni e decenni fa) sembrerà un bazzecola: per evitare che i capitali stranieri espatrino, verranno autorizzate riduzioni dei salari e delle tutele contrattuali e di legge dei lavoratori.

A pagarne le conseguenze saranno anche le piccole e medie imprese, ovvero (è bene ricordarlo per l’ennesima volta, anche se pare che ai politici interessi poco) la stragrande maggioranza delle imprese presenti nei singoli Paesi dell’Unione.  A loro, il TTIP non interessa affatto. Alla stragrande maggioranza delle Pmi, il mercato americano non interessa. Dati confermati dal BVMW (la confederazione delle PMI tedesca) che ha dichiarato che la maggioranza delle piccole e medie imprese tedesche è contraria al TTIP. E in un documento presentato a Bruxelles, l’equivalente della nostra Confindustria francese e britannica avrebbero dichiarato che i benefici per la PMI sono solo ipotetici.

In definitiva il TTIP appare essere solo ed esclusivamente un accordo tra lobby: dalle lobby ambientaliste alle lobby energetiche, da quelle del settore agroalimentare al settore metalmeccanico. Ma, come in tutti gli accordi tra multinazionali di queste dimensioni, c’è un trade off, un limite: all’aumentare della segretezza e delle informazioni aumenta anche la probabilità che, alla fine, sorga uno scoglio politico insormontabile che rende inattuabile l’accordo.

È questa, forse, l’unica speranza per i cittadini europei: che a furia di non parlarne e di nasconderlo l’accordo diventi così cupo e tetro da essere improponibile a chiunque in Europa.

28 luglio 2016

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AlessandroMauceri


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