Turchia, il Paese dove i bambini  diventano manodopera
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Turchia, il Paese dove i bambini diventano manodopera


C. Alessandro Mauceri

Non è il solo caso. Le Nazioni Unite parlano di circa 13 milioni i bambini nel Medio Oriente a quali è stato negato il diritto allo studio a causa delle guerre. In quest’area, secondo l’Unicef, una scuola su quattro è stata chiusa, danneggiata o distrutta. E i bambini – profughi o rifugiati – nell’indifferenza di tutti, vengono avviati al lavoro e sfruttati

Quasi mezzo milione di bambini siriani in Turchia non vanno a scuola. A lanciare l’allarme è il presidente della protezione civile di Ankara (Afad), Mehmet Halis Bilden. Dei 960 mila minori siriani censiti in età scolare, 524mila sono quelli iscritti quest’anno a programmi educativi. Gli altri 450mila sono esclusi da ogni forma di educazione di base. E a questi si aggiungono gli apolidi.

Bilden ha rivolto un appello ai Paesi dell’UE affinché continuino a finanziare la Turchia per fornire assistenza ai rifugiati che, secondo l’Unhcr, sarebbero circa 3 milioni. Il suo invito, però, non dice, in realtà, che la situazione, in questo Paese, non è diversa rispetto ad alcuni anni fa e questo nonostante gli aiuti e i lauti finanziamenti già concessi dall’UE.

Già un paio d’anni fa, nel 2015, Human Rights Watch (Hrw), l’organizzazione per la difesa dei diritti umani, aveva presentato un rapporto che denunciava questa situazione e parlava di un bassissimo tasso di frequenza scolastica dei bambini siriani rifugiati in Turchia. Sorprendentemente i numeri erano quasi gli stessi: 500mila in età scolare che non frequentano le lezioni pari al 13 per cento dei minori siriani in Turchia.

Allora come ora il problema non sono i soldi. In questo Paese i veri problemi legati all’educazione dei rifugiati sono altri. A cominciare dalla lingua (spesso agli insegnanti siriani presenti nel Paese viene proibito di svolgere la propria professione) fino ai problemi d’integrazione. Molti rifugiati inoltre non conoscono le leggi turche (che, dal 2014, obbligano il Paese a garantire la frequenza scolastica per i profughi, annullando le problematiche economiche).

Questi problemi sono ben noti alle maggiori organizzazioni internazionali presenti sul territorio. Ma finora le risposte si sono limitate a dichiarazioni e ammissioni dello stato di fatto o poco di più:

“Non riuscire a garantire l’accesso all’educazione ai bambini siriani mette a rischio un’intera generazione”, ha detto la responsabile della Campagna per il diritto dei rifugiati, Stephanie Gee, aggiungendo che gli effetti di un simile fallimento sarebbero disastrosi.

È vero: le conseguenze di questo stato di cose sono disastrose. La mancanza di qualsiasi percorso educativo e formativo ha effetti devastanti sul futuro dei bambini: la loro vita è segnata da una carenza che sarà quasi impossibile colmare in età adulta e che renderà loro difficile trovare un lavoro qualificato o crescere personalmente e socialmente (il 15% dei bambini che non frequentano la scuola lavorano dalle 12 alle 14 ore al giorno).

A dire il vero, proprio questa potrebbe essere la chiave di lettura di tutta la faccenda. Già nel 2015, il rapporto dell’Unicef: “Lavoro minorile in Turchia: Situazione di siriani rifugiati e la ricerca di soluzioni”, denunciava che l’industria tessile turca utilizza largamente la manodopera a basso costo dei bambini siriani. Molti bambini rifugiati vengono utilizzati come manodopera a basso costo e poco qualificata (anche grazie al basso livello di educazione e istruzione).

Anche il governo ha dovuto ammetterlo: il Ministro del Lavoro e della Sicurezza, Sociale Mehmet Muezzinoglu, a seguito di un’interrogazione parlamentare sul lavoro minorile presentata dal deputato del Partito Repubblicano del Popolo (CHP) Attila Sertel, ha dichiarato che in Turchia oggi sono almeno 100.000 i bambini lavoratori. E aumentano giorno dopo giorno (secondo i dati diffusi da Muezzinoglu erano 94.124 ad ottobre 2016). Ma stando ad altre stime, non meno ufficiali, la situazione potrebbe essere ben peggiore: secondo il sondaggio dell’istituto di statistica turco (TUIK) nel 2012 erano ben 893.000 i bambini lavoratori nel paese.

Stando invece ai risultati dello studio dell’Unione dei lavoratori dell’Istruzione e della Scienza Scienza (Egitim-Sen), sarebbero circa un milione i bambini costretti a lavorare (la metà dei quali per contribuire al reddito familiare nel settore agricolo). Altre analisi parlano di oltre 7 milioni di bambini lavoratori (sempre che si possa parlare di lavoro dato che a volte gratuitamente).

Dati discordanti che dimostrano, però, che il lavoro minorile è una piaga tutt’altro che estirpata in Turchia. E l’assenza di ogni istruzione e formazione è proprio ciò che favorisce e alimenta questo mercato. Molti di questi “lavoratori” sono bambini ai quali è stata privata ogni diritto all’istruzione in palese violazione dell’art. 24.1 della Convenzione sui diritti del fanciullo delle Nazioni Unite (chissà quanti dei governi paladini della democrazia e della legalità che scagliano o producono le bombe usate nelle missioni di pace hanno mai letto questo documento).

Le stime delle Nazioni Unite parlano di circa 13 milioni i bambini nel Medio Oriente a cui è stato negato il diritto allo studio a causa dei conflitti esplosi nella zona. In quest’area, secondo l’Unicef una scuola su quattro sia stata chiusa, danneggiata o distrutta. E i bambini profughi o rifugiati, nell’indifferenza di tutti, spesso finiscono per diventare manodopera a basso costo.

20 maggio 2017

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AlessandroMauceri


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