Chi è veramente Emmanuel Macron: finanza & politica sotto il segno dei Rothschild

La Francia è l’esempio di come i potenti che oggi controllano il mondo – finanza globale e multinazionali – governeno condizionando la popolazione. Il partito si crea in meno di un anno. Il candidato lo forniscono le banche di affari (nel caso della Francia i Rothschild). Basta che sia presentabile. I soldi si fanno arrivare da donazioni ‘private’, possibilmente diffuse (evitare i grandi finanziatori). Gli avversari si eliminano con gli scandali ‘addomesticando’ media e magistratura che ‘pompano’ i citati ‘scandali’. Insomma, la fine della democrazia

La Francia è l’esempio di come i potenti che oggi controllano il mondo – finanza globale e multinazionali – governeno condizionando la popolazione. Il partito si crea in meno di un anno. Il candidato lo forniscono le banche di affari (nel caso della Francia i Rothschild). Basta che sia presentabile. I soldi si fanno arrivare da donazioni ‘private’, possibilmente diffuse (evitare i grandi finanziatori). Gli avversari si eliminano con gli scandali ‘addomesticando’ media e magistratura che ‘pompano’ i citati ‘scandali’. Insomma, la fine della democrazia
Nessun analista politico ha fatto notare che il partito che, nelle elezioni in Francia, ha avuto la maggioranza relativa delle preferenze, in realtà, è stato fondato meno di un anno fa. Una cosa davvero strana. O forse no. Così come nessuno pare essere stato sorpreso del fatto che ad avere il maggior numero di preferenze è stato Emmanuel Macron, un politico anomalo. Non sono poche infatti le stranezze che riguardano la sua bruciante carriera professionale, ma anche politica (altra stranezza).

Subito dopo la sua laurea e la specializzazione all’ENA, la sua carriera professionale ha bruciato tutte le tappe: nel 2004 è entrato a far parte del corpo di ispezione generale delle finanza (Inspection générale des Finances, IGF), nel 2007 è stato nominato relatore per la commissione per la liberazione e la crescita francese (“commissione Attali”) e, solo tre anni dopo, membro di questa commissione per decreto. Solo pochissimi anni per scalare fino ai vertici di una carriera che altri, non meno preparati di lui, non hanno mai nemmeno sognato.

Ma la stranezza maggiore (o forse la spiegazione) è che, nel 2008, poco dopo essersi laureato e specializzato, è diventato banchiere presso i Rothschild. Un evento che probabilmente ha cambiato la sua vita e certamente quella di molti francesi. Come dimostra il fatto che, solo due anni dopo, gli è stato affidato l’incarico di gestire una transazione con la maggiore multinazionale del settore alimentare del pianeta, un affare da 9 miliardi di Euro che gli ha permesso di diventare lui stesso milionario. E socio.

Affari e politica camminano di pari passo in tutti i Paesi del mondo. Non sorprende che già nel 2006, dopo l’incontro con Hollande, Macron aveva iniziato anche una brillante carriera politica. Nel 2007 anche Nicolas Sarkozy lo aveva nominato rapporteur della commissione Attali sulla crescita economica. Un essere così ambito da entrambi gli schieramenti che la dice lunga a chi sa leggere tra le righe.

In occasione delle primarie socialiste del 2011, Macron sostiene Hollande che vince anche grazie allo scandalo che investe come un treno Dominique Strauss-Kahn (che era in testa ai sondaggi fino a poco prima). In pochissimo tempo Macron diventa vice-segretario generale della presidenza della Repubblica (dal 2012 al 2014) e poi ministro dell’Economia, dell’industria e del digitale (da 2014 al 2016).

Proprio lo scandalo di Strauss Kahn richiama alla memoria che la performance di Macron alle elezioni dei giorni scorsi è stata possibile anche grazie allo scandalo che è piovuto tempestivo su Francois Fillon (il leader repubblicano, considerato a lungo il favorito, è stato colpito dall’accusa, lanciata da Le Canard Enchaine, di aver distribuito fondi pubblici a moglie e figli sotto forma di stipendi) e sulla richiesta, da parte dell’Unione Europea alla Le Pen (l’altra vera concorrente di Macron), di restituire circa 300 mila Euro (che, secondo l’accusa, la Le Pen avrebbe impiegato per pagare i propri assistenti personali).

A poco è servito l’annuncio (forse tardivo) di Wikileaks che ha detto di aver ricevuto migliaia documenti compromettenti, oltre che su Fillon e sulla Le Pen, anche su Emanuel Macron (è stato anche accusato di avere una love story omosessuale con il presidente di Radio France, Mathieu Gallet, cosa che Macron ha negato).

È dai tempi dei greci che spesso elezioni e nomine importanti vengono decise non in base ai meriti, ma in base agli scandali dei concorrenti: nel 471 a.C. Temistocle fu cacciato da Atene a seguito di uno scandalo. Più di recente sulla scelta degli elettori americani non può non aver pesato lo scandalo delle intercettazioni telefoniche della Clinton (che hanno consegnato a Trump la vittoria su un piatto d’argento).

Gli esempi sarebbero moltissimi. Anche in Francia (chi non ricorda lo scandalo del presidente francese Nicolas Sarkozy per i fondi neri per le presidenziali…). Ora due scandali diffusi dai media al momento giusto hanno permesso ad un partito nato meno di un anno fa di avere la maggioranza relativa dei voti e di poter fare da ago della bilancia.

Una strategia che non deve, però, far dimenticare un altro aspetto altrettanto importante: la presenza del maggior gruppo finanziario mondiale in a questa vicenda. Che Macron fosse legato ai Rothschild non era un segreto, né era un mistero che i legami fossero ben maggiori del semplice rapporto di lavoro. Ma che i maggiori gruppi finanziari esercitino pressioni per far eleggere personalità a loro “gradite”, in Francia e nel resto del mondo, non è una novità. Solo che mai, prima d’ora, erano scesi in campo così apertamente.

Un blog francese www.citoyen-et-français.fr ha reso pubblico un SMS inviato dalla direzione della maggiore banca d’affari del mondo a un gruppo selezionato di banchieri francesi, con il quale li si invitava a partecipare ad “un’apericena (cocktail dinatoire) di raccolta fondi per Emmanuel Macron il 27 settembre, alle 20,00, presso la Terrazza Martini, Avenue des Champs Elysées 50. In quest’occasione Emmanuel vi illustrerà la sua visione e le sue proposte; sarà anche l’occasione per discutere con lui in maniera informale”. Un invito coperto dalla massima riservatezza:

“Per ragioni di confidenzialità vi domandiamo una grandissima discrezione nei riguardi di questo avvenimento”.

Non è una novità: tutti i candidati di un certo livello organizzano iniziative come questa.

La stranezza (se le informazioni venissero confermate) deriverebbe dal fatto che, per la prima volta, ad invitare i “sostenitori” non sarebbe stato il candidato, ma la maggiore banca d’affari del mondo.

Ma non basta. Ancora più strano è che, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali del candidato, “nessuna società, nessuna struttura legalmente costituita ha finanziato il mio movimento”. Secondo Macron, i milioni di Euro ricevuti per sostenere il suo movimento sarebbero frutto quasi esclusivamente di donazioni di privati cittadini.

A dimostrarlo sarebbe Le Journal de Dimanche che ha pubblicato un resoconto sulla situazione economica di En Marche!. I finanziamenti raccolti ammonterebbero a circa 5,1 milioni di Euro provenienti (l’ennesima stranezza) però da donazioni di semplici cittadini attraverso un sito web (solo il 3% supererebbe i 4 mila Euro). Possibile che nessun grande finanziatore abbia accolto l’invito e sostenuto la candidatura di Macron?

Tanto più che si tratta di un nome ben noto al settore: il candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti al primo turno delle elezioni in Francia non è l’ultimo arrivato in finanza (durante il periodo passato da Rothschild il suoi soprannome era “il Mozart della finanza”) e alle sue spalle c’è il più grosso gruppo finanziario del pianeta. Possibile che le riunioni che si dice Macron abbia organizzato non solo in Francia, ma in tutto il pianeta (a New York, a Bruxelles, a Berlino e a Londra, dove pare abbia incontrato diversi investitori stranieri come Benoit d’Angelin, ex banchiere di Lehmann Brothers, che gestisce la raccolta fondi nella comunità dei francesi espatriati più influenti della City, secondo l’Huffington post) non siano servite a niente?

Ad essersi classificato primo al primo turno delle presidenziali francesi non è stato Macron, né il suo partito appena fondato En Marche!: è stato il timore che la Le Pen potesse sfruttare gli scandali dei favoriti dell’ultim’ora per raggiungere percentuali “difficili da gestire” e portare avanti politiche poco gradite (come l’uscita dall’Euro, con rischi per le grandi finanziare e i giri d’affari e potere legati alla moneta unica). Non è un caso se il terzo e il quarto classificato alle elezioni hanno subito dichiarato il proprio incondizionato appoggio a Macron.

È questa la vera novità delle elezioni che si sono svolte in Francia: a scendere in campo apertamente è stata la finanza internazionale che ha deciso di sostenere Macron, il candidato più “globalista” e “pro-business” (come lo ha definito Al JAzeera e come dimostrano gli accordi da lui portati a termine da ministro per creare un fondo comune di investimenti con il Qatar).

In questa situazione, esattamente come sta avvenendo in molti altri Paesi, le ideologie politiche passano in secondo piano (come dimostra il fatto che un partito creato da un anno è riuscito ad avere la maggioranza relativa dei voti): a farla da padrone sono i soldi, chi li crea e li gestisce.

Macron avrebbe potuto candidarsi con questo partito o con un altro o anche senza: il risultato non sarebbe stato diverso. L’autorevole Le Monde aveva definito Macron come “uno di sinistra che implementa politiche pro-business”. Un politico ben visto dalla finanza che avrà il compito di guidare la Francia e portare avanti grandi cambiamenti per fare in modo che le cose non cambino (soprattutto per i soliti noti).

 

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