Oggi a Palermo un convegno sul CSM ai tempi di Giovanni Falcone. Si parlerà delle incongruenze di quegli anni?

Cinque anni fa qualche personaggio fino ad allora ‘smemorato’ ha ritrovato la memoria sulle stragi del 1992. Domani verranno resi noti i contenuti del fascicolo che il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) aprì allora sul giudice Giovanni Falcone. Chissà, magari è l’occasione per fare un po’ di chiarezza sulle incongruenze di quegli anni. E magari su un’inchiesta sui grandi appalti di Palermo – alla quale lavorava nel 1989 il giudice Alberto Di Pisa – della quale non si è saputo più nulla

Cinque anni fa qualche personaggio fino ad allora ‘smemorato’ ha ritrovato la memoria sulle stragi del 1992. Domani verranno resi noti i contenuti del fascicolo che il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) aprì allora sul giudice Giovanni Falcone. Chissà, magari è l’occasione per fare un po’ di chiarezza sulle incongruenze di quegli anni. E magari su un’inchiesta sui grandi appalti di Palermo – alla quale lavorava nel 1989 il giudice Alberto Di Pisa – della quale non si è saputo più nulla

Oggi a Palermo è la prevista un’altra puntata del ‘serial panormita’ che va in scena dal 1989 alle stragi del 1992-1993. Non sappiamo se assisteremo al ritorno di altri ‘pezzi’ di memoria da parte di qualche protagonista di quegli anni. Ma sappiamo che verranno resi noti i contenuti del fascicolo che il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) aprì allora sul giudice Giovanni Falcone. Dopo venticinque anni conosceremo la ‘verità’ scritta dai colleghi di Falcone che facevano parte dell’organo di autogoverno dei magistrati dell’epoca.

L’appuntamento è per oggi, a Palermo, a Villa Filippina, alle 17 e 30. Ci saranno l’ex Ministro della Giustizia, Claudio Martelli, l’europarlamentare del PD, Giovanni Fiandaca (che nella vita è docente universitario di Diritto penale) e il giudice Alfonso Giordano, l’uomo che, nel 1986, non ebbe paura ad andare a presiedere il maxiprocesso di Palermo.

Il titolo del convegno è: “La verità di Falcone. Non più segreti gli atti del CSM”. Moderatore del convegno sarà il giornalista Felice Cavallaro.

Confessiamo che siamo un po’ curiosi di sapere che cosa emergerà oggi. Avendo vissuto quegli anni da giornalisti a Palermo, sappiamo, bene o male, cosa combinarono allora i colleghi di Falcone al CSM: per la guida dell’Ufficio Istruzione gli preferirono il giudice Antonino Meli che smembrò il pool antimafia che era stato costituito da Rocco Chinnici e dai suoi successori. Magari arriveranno nuovi particolari su una vicenda non certo esaltante per la Giustizia italiana.

Per esempio, nuovi particolari dell’esposto inviato allora da Leoluca Orlando al CSM proprio su Falcone: esposto per il quale Falcone sarà sentito nell’ottobre del 1991 dallo stesso Consiglio Superiore della Magistratura.

Per la cronaca, a Falcone toccò assistere allo smembramento di quello che era stato un metodo di lavoro, iniziato, come già ricordato, con Rocco Chinnici (ucciso con una bomba, sotto la sua casa di Palermo nel luglio del 1983) e perfezionato con la gestione di Antonino Caponnetto.

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A un certo punto Falcone decide di andare a lavorare a Roma con il Ministro della Giustizia, Claudio Martelli. Va a dirigere la sezione Affari penali del Ministero. E lì lavora per creare la Procura nazionale antimafia, attirandosi le critiche di molti colleghi magistrati. Tra i colleghi che criticavano il progetto per la Procura nazionale antimafia c’era anche Paolo Borsellino.

Si temeva che la magistratura potesse perdere la propria autonomia per finire nelle mani della politica. Ricordiamo anche uno sciopero dell’associazione nazionale magistrati. E una presa di posizione del CSM, che per la carica di Superprocuratore propose il giudice Agostino Cordova.

Insomma, Falcone non era amato da tanti suoi colleghi. E non era amato da tanti politici siciliani.

Tra i politici che criticavano Falcone, ‘reo’ di essere andato a lavorare al fianco di Martelli, c’erano tanti comunisti e, in testa, il sindaco di Palermo, Orlando. E sarà proprio Orlando a sferrare a Falcone l’accusa più pesante: ovvero che il magistrato teneva nei cassetti documenti che riguardavano alcuni delitti di mafia. Accusa gravissima, formulata su RAI 3 durante la trasmissione Samarcanda.

La replica di Falcone non si fa attendere:

“Questo è un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo. Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati”.

Di quegli anni – e in particolare del 1989, anno che, con molta probabilità, è lo snodo di tanti accadimenti che coinvolgeranno Falcone – ricordiamo anche alcune polemiche politico-giudiziarie. Incredibile, per certi versi, quello che avvenne quando molti nomi noti della mafia coinvolti nel maxiprocesso stavano per uscire dal carcere. E non fu certo per merito della sinistra – allora segretario nazionale del PCI era Achille Occhetto – se gli uomini di Cosa nostra rimasero dietro le sbarre.

Cos’era successo? Giovanni Falcone, intorno alla metà del 1989, era molto preoccupato. Temeva che i mafiosi uscissero dalle patrie galere perché stavano per scadere i termini di carcerazione preventiva.

Presidente del Consiglio, allora, era Giulio Andreotti. Che venne avvertito da Falcone del papocchio che rischiava di verificarsi se il Governo non fosse intervenuto in tempi strettissimi. A fare da tramite tra Andreotti e Falcone era stato l’allora Ministro democristiano, Calogero Mannino.

Il Governo Andreotti, su proposta del Ministro della Giustizia dell’epoca, il socialista Giuliano Vassalli, varò un decreto che raddoppiava il periodo di carcerazione preventiva per gli imputati di mafia.

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La cosa che in quegli anni lasciò di stucco tanti osservatori – compreso chi scrive, che in quegli anni lavorava al quotidiano L’Ora di Palermo, occupandosi di cronaca politica regionale –  fu l’opposizione a tale decreto da parte del PCI e, in particolare, di Luciano Violante, un magistrato prestato alla politica che, da anni, era già la punta di diamante del PCI nella lotta alla mafia.

Il PCI, in quell’occasione, proprio per bocca di Violante, sposò una posizione politica un po’ strana, sostenendo che i mafiosi potevano essere controllati anche fuori dal carcere!  

Il decreto venne approvato dal Parlamento con i voti del centrosinistra. I mafiosi rimasero in carcere. La fatica con la quale Falcone aveva istruito insieme con alcuni suoi colleghi il maxiprocesso non venne vanificata.

Perché ricordiamo questo passaggio? Perché nel marzo del 1992, quando a Palermo, lungo i viali di Mondello, venne ucciso l’europarlamentare della DC, Salvo Lima, leader della corrente di Andreotti in Sicilia, si disse che era stato eliminato perché non era riuscito a ‘garantire’ i mafiosi condannati nel maxiprocesso.

Non solo. Qualche anno dopo Andreotti e Mannino finiranno sotto processo per mafia a Palermo. Mentre Luciano Violante era già presidente della commissione Antimafia del Parlamento nazionale.

Le incongruenze di quegli anni sono tante. Se Andreotti – come si disse nel 1982, subito dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – era il leader della corrente democristiana siciliana più inquinata e impastata con la mafia, come mai lo stesso Andreotti lasciò in galera i mafiosi nel 1989?

Anche la vicenda giudiziaria di Mannino fa riflettere. Nel 1983, al congresso della DC siciliana di Agrigento, Mannino aveva determinato, di fatto, l’esclusione di Vito Ciancimino e dei suoi uomini dalla direzione regionale della stessa Democrazia Cristiana e l’isolamento politico dello stesso Ciancimino. Ma anche lui, come già ricordato, come Andreotti, finirà sotto processo per mafia (e oggi è ancora imputato nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia).

In questa storia i ‘conti’ – almeno sotto il profilo politico – non tornano. Mannino diventa segretario regionale della DC siciliana nel gennaio del 1985 senza passare da un congresso regionale. Per sei anni, nel suo partito, si scontra spesso con Lima. E se proprio la dobbiamo dire tutta, è lo stesso Lima, dopo una lunga azione politica di logoramento iniziata, grosso modo, nel 1988, che determina la crisi della segreteria regionale di Mannino.

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Chi scrive ricorda ancora il convegno della DC siciliana all’Hotel Villa Igiea di Palermo – doveva essere il 1991 – quando Lima attacca frontalmente Mannino. Con quest’ultimo che lascia la segreteria regionale del partito.

Noi non abbiamo la presunzione di conoscere la verità su quegli anni. Ma non possiamo non segnalare – per onestà di cronaca – che i fatti giudiziari e i fatti politici di quegli anni presentano ‘letture’ diverse (e forse, per certi versi, non è esagerato parlare di certe ‘verità’ giudiziarie che non coincidono con certe ‘verità’ politiche).

Sono tante le singolarità di quegli anni. Come la storia dell’appalto per la manutenzione di strade e fogne del Comune di Palermo. Nel dicembre del 1985 – sindaco della città è Leoluca Orlando, allora esponente della sinistra democristiana – si celebra una gara e, dopo decenni, viene messo alla porta il gruppo del conte Arturo Cassina.

A vincere sono due gruppi romani, la COSI e la SICO. Qualche anno dopo – a Palermo Leoluca Orlando aveva gettato fuori dall’Amministrazione comunale i socialisti e governava con una “Giunta pentacolore in salsa rossa” (ufficialmente con l’appoggio ‘esterno’ del PCI, in pratica con lo stesso PCI in Giunta) – si scopre che dietro la COSI e la SICO c’erano Vito Ciancimino e il suo socio storico, il Conte Romolo Vaselli.

Possibile che gli ‘antimafiosi’ della Giunta comunale erano così ‘distratti’?

Su questa incredibile storia indagava l’allora sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, Alberto Di Pisa. Non sappiamo se Di Pisa avrà avuto il tempo di interrogare i protagonisti di questa vicenda, compreso l’allora sindaco di Palermo, Orlando. Questo perché Di Pisa verrà coinvolto nella stranissima storia del ‘corvo’ del Tribunale di Palermo.

In pratica, lo accusano di essere l’autore di alcune lettere anonime che mettono in cattiva luce Falcone in materia di gestione dei cosiddetti pentiti di mafia (in particolare, del pentito Totuccio Contorno). Il processo dimostrerà l’estraneità di Di Pisa da questa vicenda.

Nel frattempo, però, dell’inchiesta di Di Pisa sui grandi appalti di Palermo non si è saputo più nulla. Magari oggi qualcuno ritroverà la memoria anche su questa storia? Chissà.

 

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