Perché è importante consumare il latte prodotto nel nostro Paese

Le aziende siciliane del settore dovrebbe essere redditizie. Ma l’80% del latte che consumiamo proviene dai caseifici del Nord

latte

di Antonio Vella

Il latte nella dieta quotidiana è l’alimento per eccellenza in tutte le varie fasi della vita poiché fonte importante di principi nutritivi (proteine, grassi, carboidrati, vitamine e Sali minerali). Le aziende zootecniche bovine siciliane, ad indirizzo lattifero, dovrebbero essere molto redditizie, tuttavia le cose non stanno così. Perché invece le cose vanno male? Perché l’80% del latte che i siciliani consumano proviene da caseifici del Nord Italia; questi ultimi si riforniscono di latte dai Paesi dell’Est europeo, dove il prezzo del latte è più basso rispetto a quello del nostro Paese. Tale fenomeno si è accentuato con l’abolizione delle quote latte.
L’economia siciliana è, o dovrebbe essere, prevalentemente agricola e zootecnica, soprattutto nelle zone interne. L’assenza di attività industriali – soprattutto nelle zone interne – dovrebbe favorire le produzioni agricole e zootecniche.
Oggi in Sicilia esistono discrete realtà zootecniche in provincia di Ragusa, in alcune aree del Nisseno e nel Palermitano. A Lercara Friddi e a Corleone e nelle aree che si distendono attorno a questi due centri si allevano prevalentemente bovine da latte; in passato venivano allevate le razze modicane e cinisare o loro derivate, che hanno la loro culla di origine in Sicilia; successivamente sono state introdotte le Brune, le Frisone e le Pezzate Rosse che si sono ambientate perfettamente ai nostri pascoli nonostante le avverse condizioni climatiche e i pascoli aridi in alcuni periodi dell’anno. La razza e le condizioni di benessere animale non bastano per un latte di qualità. La normativa nazionale e comunitaria ha stabilito le caratteristiche dei locali e delle attrezzature necessarie alla produzione di latte. Una svolta che ha caratterizzato l’introduzione delle suddette norme è la messa al bando della mungitura manuale che contamina molto il latte a favore della mungitura meccanica grazie alla quale, attraverso un sistema di tubi a pressione, il latte viene estratto dalle mammelle e viene trasferito dentro un secchio di acciaio o, tramite un lattodotto, direttamente dentro la vasca refrigerante. E’ facile intuire che il latte che esce quasi sterile dalla mammella, con la mungitura meccanica, non rischia alcuna contaminazione.

Oggi il latte, in Sicilia, è sicuro, di qualità, sano, con buoni tenori di grasso e proteine utili per un organismo in crescita. Tali caratteristiche, oltre ad essere la risultante di quanto sopradetto, è dovuto ad un sistema sanitario pubblico che garantisce l’assenza in molte aree di malattie infettive patogene anche per l’uomo come la Tubercolosi e la Brucellosi. Allora viene da chiedersi: come mai con un latte eccezionale per gusto e qualità non riesce a diffondersi nel mercato siciliano e nazionale? Le cause sono attribuibili al fatto che buona parte del latte vaccino raccolto in Sicilia viene venduto o trasformato direttamente dall’azienda di produzione, lasciando nettamente separate la fase produttiva da quella di trasformazione, e impedendo la nascita di una filiera del latte moderna e al passo con la media europea. Ciò ha fatto perdere rilevanti quantità nella distribuzione nazionale di latte,. Così la Sicilia è diventata fortemente dipendente dalle importazioni per questo tipo di prodotto.
La maggior parte delle industrie di trasformazione e dei caseifici dell’Isola presenta una capacità produttiva limitata, oltre che avere una diffusione per lo più a livello comunale; a parte singole eccezioni, l’industria dei derivati del latte diventa non competitiva e con scarsissima penetrabilità nel mercato della distribuzione organizzata. Bisogna però dire che l’evoluzione del mercato dei derivati animali in questi ultimi anni, se da un lato tende a un costante livellamento dei prezzi verso le quotazioni internazionali più basse, dall’altro si dimostra sempre più disponibile a premiare offerte di derivati animali fortemente territorializzati e distinti nei metodi produttivi, nelle razze, nelle attenzioni riposte alla sicurezza alimentare. Questa crescente richiesta, da parte dei consumatori, di elementi distintivi nei derivati animali delle filiere zootecniche è un fenomeno assolutamente nuovo che è destinato a rafforzarsi.
Questi plus apprezzati e riconosciuti dai consumatori sono gli unici valori che possono sollevare il settore dell’allevamento bovino da latte. In tal senso il Governo italiano in questi giorni ha presentato una proposta alla Commissione Europea con un decreto che prevede che il latte e i suoi derivati (latte UHT, burro, yogurt, formaggi) dovranno avere obbligatoriamente indicata l’origine della materia prima, precisando chiaramente in etichetta la nazione dove è stato munto il latte, la nazione dove è stato confezionato e la nazione dove è stato trasformato nel caso dei prodotti caseari.
In definitiva, la certezza dell’origine del latte come di altri prodotti alimentari, consente un acquisto consapevole che comporta di poter decidere di risparmiare o di acquistare conoscendo chi produce, come e a quali condizioni. La certezza dell’origine dei prodotti può indirizzare il consumo del latte prodotto in Sicilia dove è certo che non ci sono contaminazioni da emissioni radioattive, dove la zona è tra le meno inquinate d’Europa, dove la superficie coltivata con sistema biologico è la più ampia d’Italia. Per non parlare del gusto insuperabile dovuto all’alimentazione delle nostre essenze foraggere, coltivate con livelli bassissimi di contaminanti ambientali, di scarichi industriali e urbani.
Oggi l’unica via percorribile, per una valorizzazione del latte siciliano, così come altri prodotti alimentari siciliani, è quella di conciliare gli obblighi comunitari con la gestione allevatoriale locale, rappresentando e rendendo evidente il valore di produzioni sane, da allevamento biologico o con ridotto uso di fitofarmaci e con alimentazione non proveniente da Organismi geneticamente modificati (Ogm); pertanto si tratterebbe di creare o incrementare un mercato che non rincorre “il primo prezzo”, tipico della promozione della GDO, ma che si concentri sulla valorizzazione dei prodotti di qualità a chilometro 0; che valorizzi la sicurezza alimentare dei prodotti, la cultura locale, le risorse agrarie e l’occupazione qualificata che ha una buona ricaduta economica sul territorio con un incremento della ricchezza anche sociale.

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