Show di Avola (e Santoro) su La7, Claudio Fava: “Chi lo manda ad avvelenare i pozzi”?

Il programma andato in onda ieri ha suscitato indignazione. C’è anche la nota della Procura di Caltanissetta

Ha scatenato un vero e proprio putiferio la trasmissione andata in onda ieri sera (28 aprile)  su La7 “Speciale mafia”, in cui Enrico Mentana ha presentato il nuovo libro di Michele Santoro “Nient’altro che la verità”, libro che contiene le rivelazioni di Maurizio Avola, affiliato alla mafia catanese, sulla sua partecipazione alla strage di via D’Amelio. Un putiferio che, se certamente gioverà al marketing del libro, ha lasciato l’amaro in bocca a tanti. In studio, insieme con Santoro, Enrico Mentana, Andrea Purgatori, c’era anche Fiammetta Borsellino che da subito ha preso le distanze dalle dichiarazioni di Avola (“vanno verificate”) e che ha tentato, in ogni modo, di portare l’attenzione sui mandanti della strage più che su chi l’ha materialmente compiuta. Tanti i suoi riferimenti al dossier mafia e appalti (su questo argomento  consigliamo la lettura di questo articolo del collega, Gianpiero Casagni, pubblicato dal mensile ‘il Sud’ diretto da Antonella Sferrazza) e al clima avvelenato che il padre respirava in Procura, a Palermo. Qui potete vedere il video con alcune dichiarazioni della figlia del giudice.

Argomenti, quelli sul dossier dei Ros mafia e appalti e sui depistaggi, che non hanno fatto breccia nello studio della trasmissione dove i presenti si sono mostrati più interessati al libro di Santoro e alle dichiarazioni di Avola tutte volte a negare qualsiasi coinvolgimento esterno nelle stragi del 1992.

Fiammetta Borsellino

Oggi, su Facebook, tra cronisti di giudiziaria e analisti del fenomeno, serpeggia indignazione per il risalto dato ad Avola e per il poco spazio dato ad altri inquietanti (ed accertati) fatti che relegano il 1992 negli archivi dei misteri italiani (“Che Stato è- si è chiesta Fiammetta Borsellino- uno Stato che ancora non fa luce su quegli episodi? Senza verità, questo Stato non potrà progredire”).

“Siamo stufi di questi tentativi. Se è un’operazione commerciale, va beh, è legittimo, ma alla faccia della verità. Oppure, se è peggio, allora è preoccupante. Come ha affermato Fiammetta Borsellino, sui depistaggi abbiamo già dato”. Lo dice all’AdnKronos l’avvocato Rosalba Di Gregorio, legale di parte civile nel processo sul depistaggio nell’inchiesta sulla strage di via D’Amelio.

Ma non solo. Reagiscono anche Claudio Fava, presidente della Commissione regionale Antimafia (Avola, nel libro racconta di essere stato tra i killer che uccisero il padre, il giornalista Pippo Fava) e la Procura di Caltanissetta con un comunicato che disintegra la versione di Avola.

Cominciamo da Fava che su Facebbok scrive:

“Non mi affaccio più su Facebook per ragioni mie. Lo faccio oggi per necessità. Perché Maurizio Avola, un signore con ottanta omicidi sulla coscienza, ha tirato in causa i morti e i vivi per raccontare le sue ridicole verità. E qualcuno gli ha perfino creduto.
Avola afferma di aver ammazzato Giuseppe Fava. Dice di aver caricato di esplosivo l’auto bomba di via D’Amelio. Sostiene di essere l’ultimo ad aver visto vivo il giudice Borsellino e di aver dato lui il segnale per far saltare in aria l’auto. Dice di sé, e degli altri compari, un mucchio di strampalate e supponenti falsità che hanno avuto l’onore della cronaca televisiva (ieri sera sulla 7) e la consacrazione letteraria sul libro che gli ha dedicato un giornalista esperto – ma stavolta assai superficiale – come Michele Santoro.
Avola dice che c’era sempre lui, ovunque si dipanasse la storia oscura e vigliacca di Cosa Nostra. A Catania come a Palermo. Lo racconta con ventisette (!) anni di ritardo dall’inizio della sua collaborazione con lo Stato. Lo fa mescolando suggestioni grossolane e presunte inoppugnabili verità. Una per tutte: dietro la morte di Paolo Borsellino c’è solo la mafia, nient’altro che la mafia. Complicità istituzionali? Nessuna! Servizi segreti? Paranoie! Depistaggi? Letteratura giornalistica… Chi era il tipo in giacca e cravatta, notato da Spatuzza e mai visto prima, mentre in un garage palermitano si imbottiva la 126 di esplosivo? Uno sconosciuto mafioso catanese, altro che servizi! Chi ha voluto la morte di Fava? La mafietta locale, che c’entrano i cavalieri!
Avola mente. Grossolanamente. Un rapido e onesto lavoro di verifica giornalistica avrebbe permesso di rendersene conto prima di dedicargli un libro che già nel titolo, “Nient’altro che la verità”, appare come uno sputo in faccia ad ogni verità.
È agli atti dei processi celebrati a Caltanissetta che Avola, nei giorni della strage di via D’Amelio, stava a Catania con un braccio ingessato. Verificarlo era semplice.
È scritto nella sentenza del Borsellino Quater che le auto della scorta di Borsellino arrivarono in via D’Amelio a sirene spente (pag. 127, deposizione della teste Cataldo) mentre Avola racconta che lui era lì, come Achille fieramente in attesa del suo Ettore, e li sentì arrivare “a sirene spiegate”.
È nelle carte del processo Orsa Maggiore la ricostruzione dell’omicidio di Giuseppe Fava, e poco o nulla del racconto di Avola corrisponde a verità (una per tutte: “la redazione dei Siciliani stava al primo piano”: falso, lavoravamo in uno scantinato sotto il livello della strada).
La domanda però è un’altra: chi manda Avola ad avvelenare i pozzi? Chi si vuole servire della sua sgangherata ricostruzione per fabbricare un altro depistaggio su via D’Amelio? Chi continua ad aver paura, trent’anni dopo, di chiunque s’avvicini alla verità su quegli anni e su quei fatti?

E questo il comunicato della Procura di Caltanissetta:
“Nel corso dell’intervista andata in onda ieri 28 aprile sull’emittente televisiva “La 7”, l’ex collaboratore di giustizia Maurizio Avola ha tra l’altro affermato di aver partecipato alla fase esecutiva della strage di Via D’Amelio, unitamente a Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Aldo Ercolano e altri.

Tale circostanza risulta in effetti essere stata riferita per la prima volta dall’Avola nel corso di un interrogatorio svoltosi lo scorso anno dinanzi a magistrati di questa D.D.A., a distanza di oltre venticinque anni dall’inizio della sua collaborazione con l’autorità giudiziaria.

I conseguenti accertamenti disposti da questa D.D.A., finalizzati a vagliare l’attendibilità di dichiarazioni riguardanti una vicenda ancora oggi contrassegnata da misteri e zone grigie, non hanno allo stato trovato alcuna forma di positivo riscontro che ne confermasse la veridicità. Dalle indagini demandate alla DIA sono per contro emersi rilevanti elementi di segno contrario che inducono a dubitare tanto della spontaneità quanto della veridicità del suo racconto.

Per citarne uno, tra i tanti, l’accertata presenza dello stesso Avola in Catania, addirittura con un braccio ingessato, nella mattinata precedente il giorno della strage, là dove, secondo il racconto dell’ex collaboratore, egli, giunto a Palermo nel pomeriggio del venerdì 17 luglio, avrebbe dovuto trovarsi all’interno di un’abitazione sita nei pressi del garage di via Villasevaglios, pronto, su ordine di Giuseppe Graviano, a imbottire di esplosivo la fiat 126 poi utilizzata come autobomba.

Colpisce peraltro che l’Avola, anziché mantenere il doveroso riserbo su quanto rivelato a questo ufficio, abbia preferito far trapelare il suo asserito protagonismo nella strage di Via D’Amelio, oltre a quello di Messina Denaro, Graviano ed altri, attraverso interviste e la pubblicazione di un libro.

E lascia altresì perplessi che egli abbia imposto autonomamente una sorta di “discovery”, compromettendo così l’esito delle future indagini, dopo che l’ufficio abbia provveduto a contestargli le numerose contraddizioni del suo racconto e gli elementi probatori che inducevano a dubitare della veridicità di tale sua ennesima progressione dichiarativa.

Caltanissetta, 29 aprile 2021

Il Procuratore della Repubblica Aggiunto F.F.”.

 

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